Il commento si incentra sulla preghiera, prendendo spunto dal Vangelo di Luca (capitolo 11) che insegna il Padre Nostro e la parabola dell’amico importuno. Viene evidenziato come la preghiera debba essere intesa come una relazione di amicizia e filiale con Dio, che è un Padre benevolo e un Amico che risponde alle richieste giuste.
L’esempio di Abramo intercessore dalla Genesi rafforza l’idea di una preghiera non egoistica, ma orientata alla salvezza degli altri, chiedendo lo Spirito Santo che ci rende capaci di agire secondo la volontà divina. Infine, si fa riferimento alla lettera ai Colossesi, che sottolinea come attraverso il Battesimo siamo stati liberati dal peccato, avendo le nostre colpe cancellate da Cristo sulla croce.
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Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista tramite IA.
Dopo l’episodio dell’accoglienza in casa di Marta e di Maria, il Vangelo secondo Luca ci propone una catechesi sulla preghiera nella 17ª domenica del tempo ordinario. Leggiamo l’inizio del capitolo 11 di Luca, dove il maestro invitato dai discepoli insegna loro a pregare e insegna il Padre nostro. Troviamo un testo leggermente diverso da quello che abbiamo utilizzato nella prassi cristiana, tratto dal Vangelo secondo Matteo, ma la sostanza è la stessa: ci sono le domande fondamentali del Figlio nei confronti del padre, e l’insegnamento originale di Gesù non sta nelle formule, ma nella rivelazione di questa relazione filiale. E sottolinea la relazione di amicizia.
Subito dopo il Padre nostro, Luca riporta una parabola dell’amico che va a chiedere del pane a un amico perché gli è arrivato un amico di notte e non ha da dargli da mangiare. Il senso è: se è un amico non gli dice di no, anche se disturba. Di fronte agli amici rispondiamo: “Non disturbi mai”. Se sei amico, altrimenti sei uno importuno, ma non sei amico. Anche se ti chiama a mezzanotte o alle 4:00 del mattino, un amico che ha bisogno non ti disturba, ma determinante è la relazione di amicizia. Se siete amici, c’è questa possibilità di richiesta senza disturbo.
Non si tratta di pensare il Signore come una persona insensibile da vincere con l’insistenza, non si tratta di stancarlo; si tratta di considerare il Signore come un amico, come un padre, partendo proprio dalla nostra esperienza di amici, di padri ben disposti verso gli amici, verso i figli. Concretamente, un padre non dà a un figlio una cosa cattiva se gliela chiede. E volete pensare che Dio, che è Padre, ci dia delle cose cattive? La conclusione del discorso è un invito: chiedete lo Spirito Santo, state tranquilli, il Padre vostro darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono.
Quindi, l’insegnamento di Gesù sulla preghiera è sullo stile di Dio, sulla convinzione del credente e sull’oggetto da chiedere. “Chiedete, vi sarà dato” non significa: “chiedete tutto quel che volete e il Signore è al vostro servizio e qualunque cosa chiedete, ve la dà”. Chiedete lo Spirito Santo, cioè chiedete la grazia per poter vivere bene. Chiedete la sua amicizia, chiedete il suo affetto, il suo perdono, la sua misericordia; certamente ve la darà. Da soli non potete compiere quello che il Signore vi propone, ma con la sua forza sì. Chiedete allora questa forza, cercatela nella preghiera e la troverete. “Bussate e il Signore vi aprirà”. Non sei capace di perdonare? Non ci riesci? Dici che è più forte di te? Chiedilo, lo otterrai. Non sei capace di pazienza? Chiedilo, lo otterrai. Non sei capace di cordialità benevola? Cercala, il Signore ti aprirà. Questo significa chiedere lo Spirito Santo, cioè chiedere quell’amore di Dio che ci rende capaci di fare quello che propone. Allora entriamo nello stile di Dio: abbiamo deciso di seguirlo, abbiamo dato un taglio ai desideri della carne. Cogliamo la forza dello spirito nella nostra vita, e questa ci rende capaci di realizzare il progetto.
Ancora nella prima lettura, il libro della Genesi ci propone Abramo come modello esemplare. Domenica scorsa l’abbiamo visto accogliente nei confronti del Signore che visita il suo servo; oggi lo vediamo come intercessore. Subito dopo quell’episodio dell’accoglienza presso le querce di Mambre, la Genesi racconta che Abramo accompagna il Signore a vedere Sodoma, perché il Signore è sceso per sterminare quella città peccatrice. Abramo, amico di Dio, anziché rallegrarsi di questo e dire: “Bene, era ora, finalmente va giù e distruggili tutti!”, intercede per i peccatori. Ecco una preghiera buona secondo il cuore di Dio.
Abramo, amico di Dio, perché interpreta il pensiero di Dio e intercede per i peccatori, comincia una specie di contrattazione all’orientale. “Ci saranno 50 giusti in quella città, vuoi sterminarli tutti?” “No”, dice il Signore, “se ne trovo 50 risparmio la città”. E Abramo si rende conto che forse 50 son troppi: ce ne potrebbero essere solo 45, eh? “Per 45 puoi risparmiarlo?” “D’accordo, se ne trovo 45”. E scende: 30, 20. “Vedi come oso parlare io che sono polvere, cenere”, con ridondanza orientale. Abramo si considera poca cosa, ma insiste, insiste e vuole salvare a tutti i costi i peccatori. Intercede presso il Signore per il bene, per la salvezza degli altri: se si trovano 10 giusti la città viene salvata.
E di fatto non ne troverà 10: ce ne saranno solo quattro, Lot, sua moglie e le due figlie, e neanche loro del tutto a posto. E tant’è vero che scappando dalla città la moglie, che si volta indietro, diventa una statua di sale, e poi le due figlie, che tenteranno a loro modo di dare una continuità alla loro famiglia creando i popoli di Moab e di Ammon, non rappresentano la famiglia ideale positiva. E a Sodoma la situazione è davvero brutta, non c’era nessuno da salvare. Eppure Abramo ha insistito: ecco una preghiera non per sé, non ha insistito a chiedere qualche cosa per il proprio vantaggio, ma ha insistito a intercedere per i peccatori. Ha chiesto lo Spirito Santo, cioè non un fuoco dal cielo che distrugga, ma una misericordia che trasformi e guarisca.
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Al Salmo 137 rispondiamo: “Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto”, cioè ripetiamo che il Signore ci ascolta quando lo invochiamo secondo il suo cuore, ci ascolta se chiediamo quello che è giusto, ci ascolta. Nella seconda lettura continua la lettera ai Colossesi e l’apostolo ci dice che in Cristo siamo stati battezzati, cioè siamo stati immersi nella sua morte, sepolti nelle acque del battesimo insieme con Cristo, ma con Cristo siamo anche emersi, siamo risorti, siamo cioè partecipi di quella vita nuova che ci è stata donata. Eravamo morti per le nostre colpe, ma Dio ci ha fatto rivivere, ci ha perdonato le colpe, ha inchiodato alla croce il documento sfavorevole.
Immagine poetica straordinaria: immaginate di avere un documento di debito molto pesante, è il documento che ci costringe a pagare una cifra immensa che non possediamo, è un debito che rovina la vita. Il Signore prende quel documento di debito e lo distrugge, come inchiodandolo sulla croce, lo annienta, lo elimina, paga lui quello che dovremmo pagare noi, e la sua misericordia sovrabbonda in noi, liberandoci dal peccato. È il Signore che ci concede quella misericordia che salva, è lui l’esempio del figlio e dell’amico. Lui conosce bene Dio; seguendo Gesù, anche noi possiamo imparare il suo stile.
