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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 13 Luglio 2025

Domenica 13 Luglio 2025 - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 10,25-37

Data:

Siamo abituati al fatto che i Vangeli Sinottici si differenziano sia riguardo la presenza o l’assenza di interi racconti, sia in tanti piccoli particolari, significativi.

La domanda iniziale del Vangelo di oggi, in Marco e Matteo è sul comandamento più grande, il più importante. Luca sposta il tiro e ci parla di un dottore della Legge che chiede, correttamente, come si faccia ad “ereditare la vita eterna”. Con la tipica tecnica rabbinica Tu ti cali nei panni del maestro, colui che fa le domande, che porta il discepolo di arrivare lui alla risposta, e gli chiedi di leggere la risposta in ciò che sa della Legge. La risposta sta nello “Shemà Israel”, il brano di Dt 6,4-5 la parte iniziale di una delle preghiere più care ai bravi israeliti, recitata ogni giorno mattina e sera. La peculiarità del nostro brano è che non è Gesù che la cita, ma il dottore della Legge. In Deuteronomio si parla di amare con cuore, anima e forze, Luca con Marco aggiunge anche “mente”. 

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Tutti e tre i sinottici aggiungono la seconda parte del versetto di Levitico 19,18 in cui si comanda di amare il prossimo come se stessi. Che l’argomento sia complesso è ovvio, tanto che Deuteronomio è in gran parte dedicato a spiegare cosa significhi concretamente amare Dio in modo totale. Potremmo dire che lì significa soprattutto fare memoria di quanto Dio ha fatto per il popolo e rimanere quindi fedeli a Lui, ascoltarlo ed ubbidire ai comandamenti della Legge. Il fatto che i Vangeli ci mostrino che l’amore verso Dio è equiparato a quello verso il prossimo è una delle grandi novità che ci hai portato.

 Ma per Luca è una novità fino ad un certo punto, tanto che mette queste parole in bocca al dottore della Legge, quasi a dirci che ci poteva/doveva arrivare da solo. 

Quello che è radicalmente nuovo è quanto segue. Tu immediatamente  rilanci la palla, non basta saperlo, bisogna viverlo: “fa’ questo e vivrai”. Lui si vuole “giustificare” – termine che ha un valore più forte di quanto noi pensiamo, con l’esperienza scolastica che abbiamo alle spalle – cioè desidera diventare giusto e chiede chi sia il suo prossimo. La parabola del Buon Samaritano è famosissima. Luca è l’unico a raccontarla ed è stata commentata migliaia di volte in modo meraviglioso. La discesa dalla città di Dio a quella dei piaceri della vita facile,  i briganti che derubano, percuotono e abbandonano. Coloro che dovrebbero essere il meglio d’Israele che vedono e passano oltre. Colui che invece fa parte della categoria dei “mezzi ebrei”, un po’ eretici, un Samaritano, fa’ del vedere il punto di partenza di un percorso che è alimentato dalla compassione (le “viscere di misericordia”). Per cui si avvicina, fascia le ferite, se ne prende cura, coinvolge l’albergatore, ci rimette di suo. Se ne va, ma promette di non lavarsene le mani. 

Anche sui due denari, sul vino e l’olio, letti in chiave allegorica sono state dette tante cose belle. 

Ma il meglio deve ancora venire. Ci aspetteremmo che Tu ci dicessi che quel poveretto è il nostro prossimo. Invece ci dici che il prossimo è il Samaritano. È ovvio: è l’unico che si è avvicinato, “prossimo” significa “vicino”. Il dottore capisce che il meccanismo che innesca la prossimità è la misericordia, che è un attributo di Dio. A questo punto il gioco è fatto: “va’ e diventa tu il prossimo di coloro che incontri, di coloro che sono bisognosi di misericordia”. 

Un’ultima cosa: il Samaritano, colui che si fa vicino e si china sulle ferite dell’umanità percossa e umiliata sei Tu, Gesù. L’essere chiamati a fare altrettanto è per noi prima di tutto un grande onore.

don Claudio Bolognesi