”Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli…”
Inizia così, con un pugno nello stomaco. E Gesù non sta parlando ai cattivi, agli atei, a quelli “fuori”. Sta parlando a noi, a chi lo chiama “Signore”, a chi fa catechismo, volontariato, magari va pure a Messa. A te, che magari pensi che basti “essere una brava persona”.
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La verità è che tante volte abbiamo costruito castelli di parole belle, di intenzioni buone, ma alla prima scossa ci crolla tutto addosso. E Gesù lo sa. Per questo ci chiede di scavare. Non di apparire, ma di reggere. Non di parlare bene, ma di scegliere bene.
E come se ci mettesse davanti due case. Il punto non è quale sia più grande o confortevole, ma dove poggia le fondamenta. Questo è ciò che conta! E non si scava nel vuoto: si scava nella roccia, e la roccia fa male, costa fatica, ti taglia. È il lavoro nascosto, silenzioso, non postabile. È quando scegli di rimanere, anche se non conviene. È quando perdoni, ma non ti viene spontaneo. Quando ami qualcuno anche se non ti ricambia subito.
Sai che al tempo di Gesù, per costruire una casa che durasse, si facevano scavare a mano intere fosse nella roccia calcarea, prima di iniziare a costruire? Niente fondamenta, niente casa. E a Cafarnao il terreno è sabbia vulcanica: facile da scavare, instabile da vivere. Un bel rischio di facciata.
La prima lettura ci porta ad Agar, la schiava egiziana, buttata via come un oggetto. Ma Dio la vede, le parla, la consola. La salva. Anche la tua storia, quella più fragile e scartata, può diventare una fondazione, se ci lasci entrare Dio.
Oggi le relazioni si misurano a colpi visuali, dove l’amore spesso si sostituisce con l’approvazione, l’unico atteggiamento veramente cristiano è la coerenza, che non vuol dire perfezione ma verità. Vuol dire smettere di fare scena, e iniziare a essere.
Allora inizia da dentro, in profondità. E chiediti: “Se oggi crollasse tutto, cosa rimarrebbe in piedi in me?”
Perché quello che resiste alla tempesta… è ciò che sei davvero.
don Domenico Bruno
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