La vita donata e assunta
Prefigurata dallโofferta di pane e vino attuata da Melchisedek (prima lettura:ย Gen 14,18-20) e annunciata dal banchetto di pani e pesci imbandito da Gesรน per le folle (vangelo:ย Lc 9,11b-17), lโeucaristiaย รจ per Gesรน segno dellโofferta dellโintera sua vita (seconda lettura:ย 1Cor 11,23-26).
Il carattere di prefigurazione eucaristica dellโepisodio narrato nella prima lettura รจ espresso anche dalla memoria, presente nella preghiera eucaristica I (Canone Romano), dellโโofferta pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdoteโ accetta a Dio. Questa domenica offre dunque lโoccasione per una meditazione sullโeucaristia.
Il pane e il vino rivestono unโimportante e molteplice valenza simbolica. Essi rappresentano la natura (sono frutti della terra) e la cultura (sono prodotti dal lavoro umano); sono cibo e bevanda, gli elementi vitali che accompagnano lโuomo dal suo nascere al suo morire durante tutta la sua vita; pane e vino rinviano alla tavola e dunque alla convivialitร e alla comunione che si stabilisce attorno alla tavola; essi rinviano anche alla nostra condizione corporale: il corpo sente e patisce fame e sete, il corpo รจ sostentato dal cibo, ma il cibo, pur nutrendo il corpo, non puรฒ liberarlo dalla morte. Il cibo eucaristico, significato da questi simboli della vita cosรฌ elementari e pregnanti, anticipa e prefigura quella vita eterna e quella comunione senza piรน ombre con Dio che, donata in Cristo, sarร realtร per sempre e per tutti nel Regno di Dio. Insomma, mentre fa memoria di tutta la vita di Cristo, lโeucaristia assume anche lโintera vita dellโuomo attraverso i simboli del pane e del vino.
La pagina della Genesi e la ripresa dellโesempio di Mechisedek nel Canone Romano consentono di cogliere la dimensione universale dellโeucaristia: lโincontro di Abramo con Melchisedek รจ lโincontro della fede nel Dio uno, JHWH, il Dio dโIsraele, con la tradizione religiosa cananea di Melchisedek e del popolo gebuseo. In certo modo, Melchisedek puรฒ essere colto come rappresentante dellโofferta che dallโintera umanitร sale a Dio, dallโumanitร che non ha conosciuto la rivelazione. E questo ricorda a noi cristiani che lโeucaristia รจ azione di grazie che la chiesa (che, secondo una definizione di derivazione origeniana, รจ kรณsmos del kรณsmos) compie a nome di tutta la creazione, per tutto il mondo e su tutto il mondo. Lโeucaristia รจ preghiera delle preghiere: in essa sfociano tutte le nostre preghiere, ma essa รจ anche espressione di tutto lโanelito umano alla comunione con Dio. Vi รจ una dimensione cosmica, creazionale e universale nellโeucaristia che non puรฒ essere dimenticata. Il mondo e lโintera umanitร che Cristo ha riconciliato con Dio sono presenti nellโeucaristia: nel pane e nel vino, nella persona e nel corpo dei fedeli e nelle preghiere che essi offrono per tutti gli uomini.
La seconda lettura riporta le parole di Gesรน durante lโultima cena, parole che accompagnano i gesti che Gesรน compie sul pane e sul calice. Egli rende grazie, spezza il pane e dice: โQuesto รจ il mio corpoโ (1Cor 11,24). Poi pronuncia queste parole sul calice: โQuesto calice รจ la nuova alleanza nel mio sangueโ (1Cor 11,25). Il pane รจ un pane parlato, un pane che la parola del Signore rende simbolo del corpo donato di Gesรน, della sua stessa vita risolta in donazione. Ugualmente il vino parlato da Gesรน diviene segno della sua vita donata e profezia della sua morte cruenta. Le parole ri-significano il pane e il vino che diventano il segno di un amore che motiva il dono che Gesรน fa della sua intera esistenza. Ciรฒ che quel pasto significa รจ dunque lโamore di Gesรน, lโamore di Dio che Gesรน ha narrato nella sua intera vita e che vuole narrare fino al dono della vita. Non a caso lโeucaristia รจ stata intesa come sacramentum caritatis, sacramento dellโamore, dellโamore che viene da Dio, che รจ narrato da Gesรน nel suo vivere e che i credenti sono chiamati ad accogliere e a vivere tra loro. Ora, โsacramento dellโamore di Dioโ, lโeucaristia รจ il luogo in cui la chiesa viene edificata come chiesa di Dio: eucharistia in qua fabricatur ecclesia (Tommaso dโAquino). Avendo al suo cuore il mistero eucaristico, la chiesa appare come lโecclesia ex charitate formata, la chiesa plasmata dalla caritร di Dio prima di essere essa stessa soggetto di caritร . Lโeucaristia come sacramento dellโamore di Dio e di Cristo ci suggerisce una cosa decisiva sul piano ecclesiologico, e con importanti ricadute sul piano pastorale. Spesso noi pensiamo la caritร come ciรฒ che deve essere fatto, e che ci รจ immediatamente disponibile. Riduciamo la caritร a una dimensione pragmatica che, se da un lato convoglia la generositร e la dedizione verso gli altri, dallโaltro assicura al credente il suo essere soggetto e artefice dellโamore. Riduciamo la caritร a semplice relazione altruistica, a una dimensione orizzontale che puรฒ tranquillamente trascurare il suo fondamento teologico: โlโimportante รจ fare il beneโ, si dice. Ora, il comando che Gesรน, nel brano evangelico, dร ai discepoli โvoi stessi date loro da mangiareโ (Lc 9,13) non puรฒ essere ridotto ad appello alla generositร nรฉ compreso come invito a unโefficiente e adeguata organizzazione della caritร . Il testo di Luca mostra che quel comando contesta lโindifferenza e il disimpegno verso chi รจ nel bisogno (โCongeda la folla perchรฉ vada nei villaggi per alloggiare e trovar ciboโ: Lc 9,12) e suscita lโobiezione dei discepoli che vedono la loro povertร come impedimento ad assolverlo (โNon abbiamo che cinque pani e due pesciโ: Lc 9,13). Questo comando urta, ieri come oggi, contro i parametri di buon senso, razionalitร , efficienza che pervadono anche la chiesa. Paradossalmente, proprio la povertร che i discepoli vedono come ostacolo, รจ per Gesรน lo spazio necessario del dono e lโelemento indispensabile affinchรฉ quel โdar da mangiareโ non sia solo dispiegamento di efficienza e protagonismo umano, ma segno della benedizione e della misericordia di Dio e luogo di instaurazione di fraternitร e di comunione.
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Lโeucaristia come sacramentum caritatis ci ricorda che la caritร รจ sรฌ una virtรน, ma teologale. Secondo il Nuovo Testamento, โAmoreโ รจ il nome stesso di Dio: โDio รจ agรกpeโ (1Gv 4,16), e โAmoreโ รจ ciรฒ che Gesรน ha vissuto e narrato come Figlio amato dal Padre (Mt 3,17 e par.; Gv 5,20) e che ama gli uomini (Gv 13,1; Gal 2,20), โAmoreโ รจ ciรฒ che lo Spirito ha effuso nei cuori degli uomini (Rm 5,5). Lโagape รจ al cuore della Tri-unitร di Dio. Pertanto, nel cristianesimo la caritร assume la precisa configurazione manifestata nellโevento pasquale, di cui รจ memoriale ogni celebrazione eucaristica. Alla scuola dellโeucaristia noi dovremmo dunque parlare non tanto di rapporto โchiesa โ caritร โ, ma โcaritร โ chiesaโ, non tanto di โcaritร nella chiesaโ, ma anzitutto di โchiesa nella caritร โ in quanto la chiesa รจ preceduta costitutivamente dallโagape di Dio. Dalla caritร di Dio nasce la chiesa. La caritร non la si fa, ma la si riceve e questo รจ ricordato perennemente alla chiesa dalla centralitร nella sua vita dellโeucaristia, memoriale della morte e della resurrezione di Cristo. Prima ancora di essere qualcosa che noi facciamo, la caritร รจ una realtร che ci fa, ci plasma, ci converte: essa riguarda il nostro essere, la qualitร della nostra umanitร . Investe il โchi siamoโ, non semplicemente il โche cosa facciamoโ. ร solo quando รจ messo in luce il fondamento rivelativo (teologico e cristologico) della caritร , che puรฒ anche ricevere la sua giusta luce la risposta umana allโamore di Dio. Insomma, unica รจ la tavola dellโeucaristia e la tavola della caritร , come mostra Agostino in un suo discorso in cui il vescovo di Ippona associa il testo di Luca 24, ovvero la tavola eucaristica, dove Gesรน compie la fractio panis facendosi riconoscere dai discepoli come risorto, alla condivisione del cibo operata da Elia con la vedova di Sarepta di Sidone (1Re 17,7ss.), che ridร vita alla povera donna e a suo figlio.:
โNon diventi orgoglioso chi fa l’elemosina al povero: Cristo s’รจ fatto povero. Non diventi orgoglioso chi ospita un pellegrino: Cristo fu pellegrino. Era infatti dappiรน colui che si lasciava ospitare che non colui che ospitava; piรน ricco colui che riceveva che non colui che donava. Sรฌ, perchรฉ colui che riceveva era padrone di tutte le cose, mentre colui che dava in tanto dava in quanto aveva ricevuto quello che dava da colui al quale lo dava. Nessuno quindi si insuperbisca quando dona qualcosa al povero; nessuno dica in cuor suo: Io do, lui prende; lui รจ senza tetto e io lo ospito. Puรฒ darsi che le cose di cui tu sei privo siano di piรน. Metti il caso che tu ospiti un uomo giusto. Lui ha bisogno di pane, tu della veritร ; lui ha bisogno di un tetto, tu del cielo; lui ha bisogno di soldi, tu della giustiziaโ (Discorso 239).
Noi riceviamo il Cristo non solo nelle specie eucaristiche, ma anche incontrandolo nel povero, quel povero che รจ la carne di Cristo. Del resto, fin dallโantichitร lโeucaristia domenicale รจ legata a gesti di condivisione nei confronti dei poveri. In 1Cor 16,1-3 Paolo comanda di fare una colletta in favore dei poveri il primo giorno della settimana. Cosรฌ, al cuore dellโeucaristia si manifesta un vero e proprio magistero per lโagire etico del cristiano: magistero che parla di donazione (il corpo dato), di condivisione (lโunico pane per tutti), e di solidarietร e caritร (la colletta per i bisognosi).ย
Per gentile concessione del Monastero di Bose
