Hai presente quei momenti in cui stai per lasciare qualcosa che ami? Un lavoro, una relazione, un’esperienza forte. Sai che te ne devi andare, ma tutto in te vuole restare. Ecco, Gesù in questo brano del Vangelo di Giovanni è lì. Sta per “consegnarsi”, eppure prega. Non si chiude, non scappa. Parla. Affida. Ama.
Noi, oggi, viviamo in un mondo in cui la connessione è continua, ma la comunione è rara. Abbiamo mille chat, ma poca profondità. Gesù, invece, quando si trova sull’orlo del distacco, fa qualcosa di assolutamente controcorrente: apre il cuore e parla al Padre. Dice: “Tutti quelli che mi hai dato, erano tuoi, e io li ho custoditi”. Parole di chi ha amato davvero.
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E qui scatta qualcosa: non è solo Gesù che parla di sé. Sta parlando di noi. Perché anche noi siamo “custodi” di relazioni, di attese, di ferite e promesse. Solo che a volte ci dimentichiamo che non siamo fatti per tenerci tutto dentro, ma per restituire ciò che riceviamo. Come un teatro vuoto, che ha senso solo se qualcuno lo abita, lo vive, lo interpreta. Un teatro senza pubblico non è un teatro, è solo un edificio.
Gesù ci ricorda che siamo fatti per portare in scena, per mostrare, la bellezza della vita, quella vera, quella che si dona. E per farlo, serve stare dentro le relazioni senza paura. Non per controllarle, ma per amarle. Proprio come Paolo nella prima lettura (At 20,17-27) che dice addio alla comunità di Efeso senza trattenere nulla per sé. Paolo, come Gesù, ci mostra che si può vivere pienamente solo se si è pronti a perdere tutto per amore.
Anticamente, chi lasciava un’eredità spesso lo faceva parlando in pubblico davanti a testimoni. E in questa preghiera di Gesù c’è proprio una specie di testamento: non di beni materiali, ma di senso e di spirito.
Tu, oggi, in mezzo a storie complicate, amicizie precarie, identità in cerca di nome, sei chiamato a custodire ciò che vale. Non basta reagire, bisogna scegliere. E scegliere vuol dire vivere da risorto: con uno sguardo che solleva e con parole che costruiscono.
- Ti va di diventare la scena viva di una speranza vera?
don Domenico Bruno
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