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Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 18 Maggio 2025

Domenica 18 Maggio 2025 - V DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Gv 13,31-33a.34-35

Data:

Il brano evangelico di oggi, preso dal capitolo 13 di Giovanni, fa parte dei cosiddetti “discorsi di addio” di Gesù e si colloca dopo la lavanda dei piedi e l’annuncio del tradimento di Giuda, che esce nell’oscurità. Un’immagine tenebrosa, oscura, in cui le potenze del male sembrano prevalere e avere la meglio.

La Parola di Gesù, tuttavia, viene a portare un senso nuovo a tale dramma; è un po’ una porta di ingresso a qualcosa di nuovo e differente: quel momento drammatico non è il trionfo del male, ma la glorificazione del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre. Ma come è possibile?

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È il compimento del paradosso dell’incarnazione: Dio e l’uomo, l’eterno e il tempo, si sono incontrati in Cristo. Ora – per quella stessa potenza – l’ora della morte di Cristo diventa glorificazione. La croce, strumento ignominioso di condanna e di sconfitta, diviene il trono glorioso della vita.

Il Padre, nel mistero della Pasqua, è glorificato dal Figlio perché egli dà la vita per Lui, si offre a Lui. Il Padre, da parte sua, glorifica il Figlio, perché lo risuscita e lo innalza a sé nella gloria.

Gesù, con le sue parole, ci svela per un attimo le profondità del cuore della Trinità, e lo fa nel momento più inaspettato, quando tutto sembra crollare con il tradimento e la morte. Ecco, allora, perché le tribolazioni possono essere strade per il Regno.

Non perché la sofferenza sia positiva e desiderabile, ma perché Cristo l’ha resa tale e ha aperto una strada nuova. Il modo concreto per vivere tutto questo nella nostra vita umana e cristiana Gesù lo insegna come suo testamento finale: egli ci dona un comandamento nuovo.

Come la legge di Mosè era dono per Israele, così lo è anche la nuova legge. Questo comandamento è nuovo perché non presenta solo l’amore verso Dio e verso il prossimo come sé stessi, alla maniera del Primo Testamento, ma ha una nuova misura: “come io vi ho amato” (Gv 13,34).

Cristo, la pienezza della manifestazione dell’amore del Padre, ne è ora la misura. È un dono gratuito, perché infatti non ci chiede di riamare Lui, ma di amarci tra noi, come Lui ama e perché lui ama. È un amore universale, aperto a tutti, senza distinzioni.

Nessuno è escluso da quella reciprocità degli uni e degli altri. Questo sarà il segno distintivo di riconoscimento per la comunità dei discepoli di Cristo. Non il potere, non il successo, non i profitti e gli utili, ma l’amore reciproco.

Chiediamoci onestamente: È vero per me? Se gli altri guardano a noi, come singoli e come comunità, vedono questo amore? Facciamo la differenza in questo mondo per il nostro amore, o per altre ragioni umane?

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Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.