p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di lunedì 12 Maggio 2025

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VERSO LA VITA SENZA CONFINI

Il buon pastore chiama
le sue pecore,
cia­scuna per nome.

Io sono un chiamato,
con il mio nome unico pronunciato da lui
come nessun altro sa fare, con il mio no­me al sicuro nella sua bocca,
tutta la mia per­sona
al sicuro con lui.

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E le conduce fuori.
Il nostro non è un Dio
dei recinti chiusi
ma de­gli spazi aperti,
di liberi pascoli.

E cammina davanti
ad esse.
Non un pasto­re
di retroguardie,
ma una guida
che apre cammini e inventa strade,
è davanti e non al­le spalle.

Non pastore che rimprovera e ammonisce per farsi seguire,
ma uno che precede
e seduce con il suo andare,
che af­fascina con il suo esempio: pastore di fu­turo.

E troveranno pascolo: Gesù promette
a chi va con lui
un di più di vita,
un centuplo di fratelli
e case e campi.

Promette di far fiorire
la vita.
Io sono la porta.

Cristo è soglia spalancata che immette nella terra dell’amore leale,
più forte della morte
(chi entra attraverso di me si troverà in salvo);
più forte di tutte le prigioni (potrà entrare e uscire).

Sono venuto perché abbiano la vita e l’ab­biano in abbondanza.

Per me, una delle fra­si
più solari del Vangelo;
è la frase della mia fede,
quella che mi rigenera
ogni volta che l’ascolto: sono venuto perché abbiate la vita piena, abbondante, gioiosa.

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Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita
non è vita,
ma la vita esu­berante, magnifica, eccessiva;

vita che rompe gli argini
e tracima e feconda,
uno scialo di vita,
che profuma di amore,
di libertà e di coraggio.

Così è Dio:
manna non per un giorno
ma per quarant’anni
nel deserto,
pane per 5.000 persone,

pelle di primavera
per dieci lebbrosi,
pietra rotolata via
per Laz­zaro,

cento fratelli per chi
ha lasciato la ca­sa,
perdono per 70 volte 7, vaso di nardo
per 300 denari.

In una sola piccola parola
è sintetizzato ciò che oppone Gesù a tutti gli altri, ciò che ren­de incompatibili il pastore e il ladro.

La pa­rola immensa e breve è «vita».

Parola che pul­sa sotto tutte le parole sacre,
cuore del Van­gelo,
parola indimenticabile.

Cristo non è ve­nuto a pretendere ma ad offrire, non chiede niente,
dona tutto.

Vocazione di Gesù,
e di o­gni uomo, è di essere nella vita datore di vita.

«Gesù non è venuto a portare una teoria re­ligiosa, un sistema di pensiero.
Ci ha comu­nicato vita
ed ha creato in noi l’anelito verso più grande vita» (G. Vannucci).

Allora urge cambiare
il riferimento di fondo
della nostra fede:

non è il peccato dell’uomo il movente della storia
di Dio con noi,
ma l’offerta di più vita.

L’asse attorno al quale ruota, danza il Vangelo
è la pienezza di vita,
da parte di un Dio
che un verso bellissimo
di Centore canta così: «Tu sei per me ciò che la primavera è per i fiori!».

Per gentile concessione di p. Ermes – Fonte.

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