Gesù parla chiaro, sempre. E parla in faccia. Questa è già una caratteristica cristiana che sfugge a molti di noi, che preferiamo parlare dietro le spalle degli altri. Ma lasciamo perdere questa considerazione. Egli qui parla di chi si sente “giusto” cioè non ha nulla da rimproverarsi.
E chi si comportava così? I farisei. Perciò Gesù nella parabola mette a confronto un fariseo con un pubblicano. Gli opposti. I primi, si credevano eredi del Regno di Dio perché osservanti della Legge, i secondi, venivano considerati dai farisei, esclusi dal Regno, dalla salvezza, a causa della loro vita peccaminosa.
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Gesù ambienta la scena nel tempio. Cioè mette in relazione questi due uomini, in riferimento al loro rapporto intimo con Dio. Il fariseo prega Dio vantandosi e disprezzando il pubblicano. Questi invece prega Dio riconoscendo il proprio peccato, la vita sbagliata, e lo fa con una semplice frase: abbi misericordia di me.
Gesù ribalta completamente la situazione dei due. Il primo sarà escluso dal Regno, il secondo vi entrerà. Ma come è possibile? Gesù guarda il cuore. Sa cosa c’è nel nostro cuore. Ed Egli è conquistato da un cuore che riconosce la propria pochezza, miseria, meschinità. Si chiama umiltà. È la chiave per la santità. Il valore di una persona lo si misura dal cuore umile.È lì che nasce il vero rapporto con Dio. È nel colloquio intimo con Lui che possiamo capovolgere le sorti della nostra esistenza, e da terrena trasformarla in eterna.
Quanto ci sentiamo apposto nella nostra vita di pseudo cristiani? Quale tipo di preghiera sgorga dal mio cuore, capace di convertirmi?
In che modo mi capita di disprezzare gli altri perché non sono come me?
E infine: questa parabola è anche per il fariseo cieco che è in noi, oppure per il peccatore che riconosciamo di essere?
Sr Palmarita Guida
A cura di Sr Palmarita Guida della Fraternità Vincenziana Tiberiade
