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Paolo de Martino – Commento al Vangelo del 9 Febbraio 2025

Dopo il discorso alla sinagoga di Nazareth, Gesù riprende il suo cammino e si reca a Cafarnao. Inizia a operare attorno al mare di Galilea, il lago di Gennésaret. Fino ad ora aveva agito da solo, ora entra in scena il gruppo dei discepoli.

È sempre bello quando il Vangelo racconta gli inizi. Tutti abbiamo bisogno di ricordare i nostri inizi. Anche in una storia d’amore, in alcuni momenti, fa bene ricordare come e dove tutto ha avuto inizio.

L’incontro con Simone avviene nell’ambiente di lavoro, perché il Signore ci raggiunge sempre lì, dove scorre abitualmente la nostra vita. Luca lo racconta fin nei dettagli.

Siamo presso il lago di Gennésaret, la più grande riserva idrica di Israele. È una semplice indicazione di luogo? No. Il lago nei Vangeli indica sempre uno scombussolamento. Come a dire: “Attento, amico lettore, sta per succedere qualcosa di forte”.

Doveva essere tarda mattinata, le barche non servivano più perché i pescatori erano tornati da un pezzo. Simone e Andrea stanno lavando le reti. Sulla riva c’è il Nazareno che sta parlando a una piccola folla. Un infervorato che parla di Dio, uno dei tanti esaltati che vendeva fumo. L’umore dei pescatori è pessimo, è stata una nottata senza frutto. Mi affascina pensare che il Maestro sia entrato nella vita dei primi apostoli in un momento di delusione e amarezza.

Gesù vede due barche accostate alla sponda e sale sulla barca di Simone, pregandolo di scostarsi un poco da terra. Simone e gli altri sentono il cuore pulsare. Cosa si fa? Viene un momento in cui bisogna decidersi. Non ci sono vie di mezzo. A un certo punto bisogna rischiare, osare.

Ne conosco tanti di eterni indecisi sempre pronti a riflettere su cosa fare senza mai fare nulla. Le proposte di Gesù sono sempre grandi: ci costringono a metterci in gioco perché ci fanno camminare verso dove non avremmo mai pensato di poter andare. Gesù vede la nostra condizione e ci entra dentro: «Salì in una barca».

Simone

È un uomo rude Simone, un pescatore, non un filosofo. È concreto, ha le mani ruvide. Gesù siede e insegna alle folle dalla barca. Simone avrà ascoltato e forse sorriso dentro di sé. Si sarà detto: “Le solite storie dei religiosi, parole belle e inutili. Bella omelia, ma la vita è un’altra cosa”.

Il Figlio di Dio non parla dal pulpito del tempio, ma dalla barca di un pescatore di Galilea. Non è padrone ma ospite. Sulle rive del lago chiunque può ascoltare la sua parola, conoscerla e incontrarla.

Lo «prega», annota Luca. In fondo, nel momento del fallimento, quale parola ci dà più speranza? Un rimprovero? O qualcuno che ci prega? Nessuno s’innamora per dovere e nessuno condivide una vita con la persona che ama “per dovere”.

Gesù sale anche sulla nostra barca, sulla barca della nostra vita, e ci prega di ripartire perché siamo fatti per navigare in mare aperto: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Che bello! Dio ci raggiunge sempre nel momento meno spirituale che possiamo immaginare, quando siamo scoraggiati e ci chiede di non contare sulle nostre forze.

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Sguardi

I pescatori avevano già chiuso il loro “turno” di lavoro, inoltre il giorno non era il momento migliore per pescare, ancor di più in seguito a una notte senza risultato. Simone fa presente a Gesù la loro situazione.

Hanno faticato tutta la notte senza prendere nulla. La situazione è umanamente senza soluzione, l’ordine è assurdo, gli chiede di mettere da parte tutte le sue conoscenze del mestiere. Eppure si fida: cosa spinge Simone a fidarsi? Solo uno sguardo.

Mi sarebbe piaciuto sentire quel giorno cosa Gesù avesse predicato da quella barca. Luca non lo dice. Qualcosa deve aver origliato Simone mentre lavava le reti, se alla fine si fida della parola di quello strano profeta.

«Ma sulla tua parola». Mi piace tantissimo questo “ma” di Simone, è il “ma” dell’abbandono, della fede. Il cristiano è uno che agisce “sulla Sua parola”. Non crede ai suoi continui fallimenti, ma a un Dio che ogni mattina gli dice di svegliarsi e di riprovare.

L’unica cosa certa è che aver rilanciato le reti, sulla sua Parola, ha provocato una pesca miracolosa. Il prodigio accade, le reti si riempiono. Il miracolo non è mai evidente, ha a che fare con il nostro sguardo.

Sono i nostri occhi che possono cogliere i segni straordinari di Dio. Simone in quel segno vede la presenza di Dio. Amico lettore, è lo sguardo del cuore che stabilisce il miracolo, non l’evento. Dio non impone mai la sua presenza.

Indegno

Simone si getta in ginocchio: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». È la classica reazione di chi si avvicina a Dio ed è anche la risposta che mediamente i preti si sentono dire quando propongono a qualcuno un servizio per la comunità.

“Non sono capace, non sono all’altezza”. Ma chi è all’altezza di Dio? La Chiesa è esperienza di fragilità, ma il Signore, quando vede in noi la coscienza del nostro limite, sa che siamo pronti a iniziare un cammino di conversione.

Qui doveva finire il racconto originario della pesca miracolosa. Luca aggiunge alcune informazioni per parlarci della chiamata dei primi tre discepoli.

Rispetto a Marco, c’è da notare l’assenza di Andrea. Gesù si rivolge solo a Simone: «Non temere», cioè “guarda al futuro”.

Il miracolo non sono le barche riempite di pesci, il miracolo grande è Gesù che affida il Vangelo a te.

Se anche tu, come Simone, guardi con sofferenza le reti vuote dei tuoi fallimenti, affidati alla Sua Parola.

La bella notizia di questa domenica? Se facciamo esperienza del nostro limite, non temiamo: il Suo amore è più forte.

Fonte: il blog di Paolo de Martino | CANALE YOUTUBE | PAGINA FACEBOOK