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don Andrea Vena – Commento al Vangelo di domenica 17 Novembre 2024

Siamo giunti alla 33^ domenica del tempo ordinario, alla soglia della Solennità di Cristo Re dell’Universo, conclusione dell’anno liturgico (domenica prossima). Oggi il tema delle letture c’invita a guardare a “sorella morte” con lo sguardo già rivolto a domenica prossima quando celebreremo Cristo Re dell’Universo, ossia Colui che c’introdurrà nel regno del Padre, dopo averlo tanto invocato: “Padre nostro… Venga il tuo regno”.

https://youtu.be/7c9Tefh25kE

Ma a cosa è servito questo cammino che si è snodato durante questo anno liturgico? Perché tutte queste premure, attenzioni, richiami di Gesù? A quale pro? La prima cosa che mi viene in mente è il mondo del calcio: a cosa serve l’allenamento se non per cercare di giocare bene la partita? Nell’ambito musicale: a cosa serve il solfeggio se non per educarsi a suonare correttamente? Nell’ambito scolastico: a cosa serve lo studio se non per formarsi, prepararsi agli esami e soprattutto alla vita?

Insomma, per ogni disciplina c’è sempre un prima che precede “la partita”. Ed è quanto ha fatto Gesù con noi durante questo anno liturgico. A cosa sono servite e servono tutte le sue attenzioni e i suoi consigli se non per darci gli strumenti e indicarci gli “atteggiamenti” per aiutarci a vivere bene e con gioia la partita della vita? Per saperci allenare nel cogliere tra le pieghe dell’esistenza la presenza amica e discreta di Dio, e così aderire a Lui con tutto noi stessi.

Un rispondere che non riguarda solo le “grandi chiamate” (sacerdozio, matrimonio, vita consacrata…), o “l’ultima chiamata” (sorella morte), ma un rispondere in ogni attimo, lì dove Lui ci chiama a testimoniare il suo vangelo, a rendere ragione della speranza che muove la vita e le scelte per essere trovati un giorno pronti all’incontro con il Signore Gesù, Re dell’Universo.

Ma veniamo al tema di oggi. La liturgia introduce il vangelo con la I lettura tratta dal libro del profeta Daniele, proprio nel momento in cui l’arcangelo Michele sorgerà e “Molti di quelli che dormono… si sveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi splenderanno come lo splendore del firmamento… come le stelle per sempre”. È il tempo del giudizio. Il solo pensare a questo prossimo “Incontro” porta il salmista – e confidiamo ciascuno di noi – a rispondere a questa Parola con il rinnovo della professione di fede, e a cantare: “Il Signore è mia parte di eredità… Sta alla mia destra, non potrò vacillare. Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi… Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza”. Illuminati da questi testi, entriamo ora nel brano del vangelo.

vv. 24-25: «In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”». Il linguaggio apocalittico, ripreso dal profeta Isaia, ha la funzione di illustrare il giudizio ultimo: “Le stelle e le costellazioni nel cielo non daranno più la loro luce. Il sole è oscuro già quando sorge…” (Is 13,10); “Tutte le stelle cadono come foglie dalla vite e come fogliame dal fico” (Is 34,4). Gli elementi indicati – sole, luna, stelle – li ritroviamo nel testo della Genesi, quando Dio li fissò in cielo (cfr Gn 1,14). Il profeta Daniele vuole far cogliere ai suoi uditori – e oggi a noi – che quanto ha orientato intere generazioni (pensiamo ai nomadi nel deserto, guidati dagli astri), si “spegnerà”. Verrà il momento, quindi, in cui nessuno avrà un elemento che gli permetta di orientarsi, ritrovandosi in balìa del disorientamento e dell’incertezza.

vv. 26-27: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”. Alla fine, dice il testo, apparirà il Figlio dell’Uomo (già citato in Dn 2,13), che per la comunità cristiana è ormai identificato con Gesù. La sua venuta “sulle nubi del cielo” indica il suo essere celeste e richiama l’autorità per il giudizio ultimo (cfr immagine che richiama la partenza di Elia e nello stesso tempo ne annuncia il ritorno, “Un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo” 2Re 2,11). E col suo ritorno glorioso, Gesù sarà l’unico punto di riferimento al quale volgere lo sguardo.

vv. 28.29: “Dalla pianta imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte”. Attraverso la parabola Gesù svela quando avverrà questa “fine”. Gesù ha già usato l’immagine del “fico” per dire il suo pensiero (vedi Marco 11,12ss: il fico sterile). La pianta del fico è la prima ed ultima a fare frutti, inoltre le sue foglie annunciano che l’estate è vicina, e quindi lo sono anche i cambiamenti della natura. A partire da questa esperienza, che i contadini conoscono bene, Gesù invita a saper scrutare con attenzione i segni dei tempi.

vv. 30-32: “In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Dopo la parabola, l’annuncio. “Cielo e terra” indicano la totalità: tutto passa (cfr 1Cor 7,31: “Quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!”). Tutto passa, ma nulla viene distrutto (cfr Rm 8,19-23: “L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio… anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo). Ciò che rimane in eterno è la sua Parola, la sua fedeltà, il suo amore (cfr Sal 148,6; 117,2).

v. 32 “Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”. Gesù dichiara che tutto questo avverrà, ma conoscere i tempi non Gli è dato sapere, solo il Padre li sa. Ritorna qui il concetto già espresso nel dialogo con Giacomo e Giovanni riguardo ai primi posti: “Sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato” (cfr Mc 11,40). L’atteggiamento da assumere è avere fiducia che Dio resta il Signore della storia, e che tutto è sotto la sua provvidenziale regia.

II. Cosa dice la Parola/Gesù

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La Parola ascoltata in questa penultima domenica dell’anno liturgico è certamente enigmatica. Forse ci aiuta a riguardare per un istante il percorso compiuto. Due domeniche fa segnalai che i vangeli di queste ultime domeniche ci fanno incontrare una serie di “passi in avanti” verso Gesù (vedi scheda XXXI domenica). Oggi vorrei guardare a queste ultime domeniche attraverso la categoria dello “sguardo”: quello col giovane ricco (“Fissatolo lo amò”, Mc 10,17ss), quello con Bartimeo (Mc 10,46-52) e quello con la vedova al tempio (domenica scorsa, Mc 12,38ss).

“Passi avanti” e “sguardi” che non parlano di un Gesù indifferente e lontano rispetto alla storia di ognuno di noi, ma che cammina accanto, ci ascolta, ci guarda, e così ci chiama a guardarci dentro per verificare se la nostra vita è stata impostata secondo i suoi criteri e se abbiamo “combattuto la buona battaglia” (cfr san Paolo). Solo allora, e il vangelo di oggi lo ripete, ci sarà chiesto di alzare lo sguardo da noi stessi e da quello che ci circonda, e fissarlo sull’orizzonte che attende l’arrivo del Signore.

III. Cosa mi fa dire la Parola/Gesù

Cosa ci chiedono allora le letture di oggi? Come interpretare queste parole di Gesù? Sono certamente enigmatica, difficile, come del resto lo è il linguaggio apocalittico, non sempre semplice e chiaro. Oggi Gesù ci chiede di andare oltre i dettagli, per guardare all’essenziale, per cogliere l’idea portante. Certamente non ci sta prospettando scenari catastrofici, ma piuttosto vuole che ci soffermiamo a riflettere sul nostro essere creature che camminano sulla terra, e che tutto finirà.

E noi non conosciamo il tempo, ma possiamo camminare sicuri della sua presenza fedele, sicuri che Lui non verrà meno. Anche se non sappiamo “il giorno e l’ora”, sappiamo però che un giorno saremo con Lui. Ecco, allora, che la sua Parola viene a scuoterci dalla routine, a rimetterci in piedi, a riaccendere le nostre motivazioni, e ad alimentare la speranza: Egli non ci lascia soli. Il Signore Gesù, Re dell’Universo, non ci abbandona, mai.

Per gentile concessione di don Andrea Vena. Canale YouTube.