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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 16 Giugno 2024

Sembrano due parabole affini. In fondo non si parla in entrambe di semi? Ad una lettura più paziente emergono però significative differenze. Ma vediamo: intanto sono tra le Tue prime parabole. Sono precedute solo da quella che forse è la parabola programmatica: quella del seminatore.

Che ci mette davanti all’immagine meravigliosa di un Dio-educatore, Tu il seminatore che continui a credere che ne valga la pena di buttare via tanta parte della sua ricchezza seminando là dove sai bene che non crescerà nulla. Ma alla fine la Tua è una scelta vincente: il frutto è molto maggiore di quanto va perduto. Segue un’immagine, quella della lampada che accesa serve per svelare.

Ti serve per dire che la Tua volontà non è di creare un culto misterioso: Tu sei il Dio che li vuoi svelare i segreti. Coloro che di questo gioiscono ricevono però una grande responsabilità: non hanno più la scusa dell’ignoranza. Non sarebbe allora meglio non sapere? A questo punto entri con la prima parabola di oggi. Si riferisce al “regno di Dio”, la situazione di giustizia, pace e amore che si realizza quando Tu sei in effetti il Signore, il “Re” della nostra vita.

È  il caposaldo, il perno della Tua evangelizzazione, la prima cosa che hai proclamato. Non è solo ciò che sarà quando saremo morti. Il Regno, l’hai detto con forza, con Te si è fatto vicino. È, almeno un po’, raggiungibile già oggi. La prima parabola ci dice che questo Tuo Regno è simile… a un uomo. Non a un seme. Quest’uomo lo “getta” il seme, non lo semina. Compie un gesto abbastanza insensato, sembra che lo butti via, che non aspetti un risultato (in questo è molto più radicale della parabola del seminatore).

Il problema che quel seme, buttato, è “magico”! Sia quel che sia lui ha in sé la forza “automaticamente” di germogliare, di crescere e maturare. A questo punto sì, colui che ha gettato manda la falce (non i mietitori) e miete. La falce nel sentire antico è strumento di gioia, ma è anche l’arma dei poveri. Nella mano di Dio è strumento di giustizia. Qui non sembrano esserci riferimenti minacciosi, solo l’introduzione alla fatica e alla gioia della mietitura.

Quindi? Quindi il Tuo Regno è come un uomo capace di donare, di buttare le proprie ricchezze: il seme. Un uomo generoso. Non è invece uno che ha manie di controllo. Quel seme buttato non crescerà grazie al suo impegno. Gli è richiesta però la capacità di accorgersi di quello che sta succedendo. E quindi a un certo punto di pazientare, di meravigliarsi e di essere grato.

La seconda parabola parla di nuovo del Regno. Ma qui è descritta come il seme piccolissimo che sorprende: diventa un cespuglione alto fino a tre metri capace di accogliere il nido (il testo dice “la tenda” quella che nel prologo di Giovanni Tu hai posto in mezzo a noi) degli uccelli del cielo. Anche qui c’è una meraviglia in noi che guardiamo. Perché c’è sproporzione tra il seme e il cespuglio. Però – scusa, Gesù – qui ci prendi anche un po’ in giro.

Noi vorremmo che la pianta, il Tuo Regno, fosse una quercia maestosa. O almeno un ulivo… una vite! Invece ci dici che il luogo della nostra gioia è un cespuglione. Ebbene sì. In effetti non siamo sorpresi: è un roveto quello da cui hai parlato a Mosè e si vede che di questo sei convinto e su questo perseveri. Rimangono i meccanismi della meraviglia e della gratitudine. Unite alla virtù di base di chi è nel/il regno: la capacità di donarsi, la generosità di sé.

E un sano realismo: la capacità di guardare ciò che ci sta attorno con uno sguardo “sapienziale”. In grado di capire cioè da “Chi” viene e a “Chi” porta. E Tu in tutto questo, dove sei? Forse tra gli uccelli del cielo che mettono la loro tenda in quel cespuglione – Regno. Tu attendi di esserci accolto. Sei in quel seme che ha forza in se. Che sulla croce verrà mietuto e donerà a noi la salvezza.

don Claudio Bolognesi