Enzo Bianchi – Commento al Vangelo del 19 Marzo 2023

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Cโ€™รจ chi รจ cieco ma dice di vedere

Nel cammino verso la Pasqua, dopo il tema dellโ€™acqua viva che Gesรน Cristo dona al credente in lui, la chiesa ci fa meditare sulla luce, o meglio, sullโ€™illuminazione, azione compiuta da Gesรน affinchรฉ noi vediamo e siamo strappati dalle tenebre.

Il lungo racconto della guarigione di un uomo cieco dalla nascita in realtร  รจ la narrazione di un processo in diverse tappe intentato a Gesรน. Un processo a colui che รจ โ€œla luce del mondoโ€ (Gv 8,12), la luce venuta nel mondo, quella che illumina ogni essere umano, eppure luce non riconosciuta e non accolta da coloro ai quali era stata inviata (cf. Gv 1,4-5.9-12). Questo racconto รจ paradossale, perchรฉ ci testimonia che chi รจ cieco, non vedente, incontrando colui che รจ la luce del mondo diventa โ€œcapace di vedereโ€, mentre quelli che vedono, incontrando Gesรน restano abbagliati fino a rivelarsi ciechi, incapaci di vedere. Questo brano, inoltre, รจ altamente cristologico, presenta molti titoli attribuiti a Gesรน, titoli che ritmano la progressione dalla cecitร  al vedere, dalle tenebre alla luce, dallโ€™ignoranza alla fede testimoniata. Ma come sempre ascoltiamo il testo con umile obbedienza.

Uscito dal tempio di Gerusalemme, dove ha celebrato la festa di Sukkot, delle Capanne, festa autunnale nella quale si invocava lโ€™acqua come dono di Dio per la vita piena, Gesรน vede nei pressi della piscina di Siloe un uomo colpito dalla cecitร  fin dalla sua nascita. Non avviene, come in tanti altri racconti di miracolo, che il malato invochi Gesรน e gli chieda la guarigione, ma รจ Gesรน che, passando, vede, discerne un uomo bisognoso di salvezza. Anche i discepoli che sono con Gesรน vedono questo cieco, ma con uno sguardo diverso. Conoscono la dottrina tradizionale che lega in modo automatico malattia e peccato, non sanno vedere innanzitutto la sofferenza di un uomo ma cercano di spiarne il peccato. Per questo domandano subito a Gesรน: โ€œRabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perchรฉ sia nato cieco?โ€.

Gesรน, che non vede il peccato ma piuttosto la sofferenza e il grido di aiuto in essa presente, dichiara che quella malattia รจ lโ€™occasione per il manifestarsi del Dio che interviene e salva. Il suo รจ uno sguardo diametralmente opposto a quello colpevolizzante dei discepoli, uno sguardo che dice interesse per la sofferenza umana e volontร  di cura conforme al desiderio di Dio. Di fronte al male noi umani, soprattutto noi credenti, cerchiamo una spiegazione, vogliamo individuare la colpa e il colpevole. Gesรน invece rifiuta questo sguardo, lo sguardo dei discepoli, non propone alcuna spiegazione a quella cecitร , al male sofferto dal cieco, e con una reazione di umanissima compassione si avvicina al cieco e si mette a operare per sopprimere il male e far trionfare la vita.

Gesรน si dice โ€œinviatoโ€ per compiere le opere di Dio, e ciรฒ รจ possibile โ€œfinchรฉ รจ giornoโ€, finchรฉ รจ nel mondo, tra gli uomini, quale luce che le tenebre non possono sopraffare (cf. Gv 1,5). Dette queste parole, fa un gesto di cura, terapeutico: impasta della polvere con la sua saliva e la spalma sugli occhi del cieco. In tal modo ripete il gesto con cui Dio ha creato Adam, il terrestre, plasmandolo dalla polvere del suolo (cf. Gen 2,7). Non รจ un gesto di magia, ma un gesto umanissimo: lโ€™uomo non vedente si sente toccato da Gesรน, sente le sue dita e il fango sui propri occhi, sente di poter mettere fiducia in chi lo ha โ€œvistoโ€ e lo ha riconosciuto come una persona nel bisogno. E non appena Gesรน gli dice di andarsi a lavare nella piscina adiacente โ€“ detta di Siloe, cioรจ dellโ€™Inviato di Dio โ€“, egli obbedisce, va, poi torna da Gesรน capace di vedere. A differenza di Naaman con Eliseo (cf. 2Re 5,10-12), egli crede alle parole di Gesรน come parole potenti, efficaci, e cosรฌ trova quella vista che mai aveva avuto. Il quarto vangelo descrive in appena due versetti la guarigione, senza indugiare sui particolari. Questo infatti รจ un โ€œsegnoโ€ (semeรฎon), piรน che un miracolo (dรฝnamis): non รจ il fatto in sรฉ che deve trattenere la nostra attenzione, ma ciรฒ che va cercato รจ il suo significato e soprattutto chi รจ allโ€™origine del segno.

Ma questo fatto, questa azione scatena un processo contro Gesรน, un processo in contumacia, perchรฉ egli non รจ piรน presente accanto allโ€™uomo guarito. Il processo รจ articolato in quattro scene, ma alla fine รจ Gesรน ad annunciare il vero processo in corso, nel quale si rivela chi vede e chi รจ cieco. La prima scena (vv. 8-12) ha come protagonisti i vicini, quelli che incontravano abitualmente il non vedente, i quali si rivolgono a lui, ora guarito. Essi si interrogano tra loro su cosa sia accaduto al cieco, se รจ veramente la stessa persona. Ed egli rivendica con forza la propria identitร : โ€œSono io, che prima ero cieco e ora ci vedoโ€. I suoi interlocutori gli domandano cosa sia accaduto ed egli racconta loro ciรฒ che lโ€™uomo chiamato Gesรน ha fatto e detto. Essi allora, presi dalla curiositร , gli chiedono dove sia questo Gesรน, per poterlo incontrare, ma egli non sa rispondere.

Altri uomini, attenti alla Legge, portano il cieco dai farisei, gli osservanti esperti della Torah, affinchรฉ giudichino lโ€™operato di Gesรน (vv. 13-17). Infatti, precisa lโ€™autore, โ€œera un sabato il giorno in cui Gesรน aveva fatto del fango e aveva aperto gli occhi al ciecoโ€. Segue dunque la domanda: โ€œPuรฒ un uomo che infrange il divieto di lavorare in giorno di sabato, dunque un peccatore, fare unโ€™azione buona?โ€. La risposta sembra ovvia: โ€œNo, egli non viene da Dio!โ€. Questo i farisei vorrebbero sentirsi dire dallโ€™uomo guarito, che invece risponde: โ€œรˆ un profetaโ€, passo ulteriore verso la scoperta dellโ€™identitร  di Gesรน. Egli sta progredendo nella fedeโ€ฆ

Segue la terza scena (vv. 18-23): non accettando la dichiarazione dellโ€™uomo guarito, questi uomini religiosi fanno chiamare i suoi genitori e li interrogano sulla cecitร  del loro figlio. Costoro, colti da paura, preferiscono non leggere, non interpretare ciรฒ che รจ accaduto al loro figlio. Dicono che egli era cieco dalla nascita, che ora ci vede, ma non sanno come ciรฒ sia potuto accadere. Per questo scaricano su di lui la responsabilitร : โ€œChiedetelo a lui. Ha lโ€™etร , parlerร  lui di sรฉโ€.

Ed ecco la quarta e ultima scena (vv. 24-34). Quei farisei chiamano nuovamente lโ€™uomo guarito e lo invitano ad ascoltare la soliditร  della loro dottrina. Cercano di convincerlo, perchรฉ loro โ€œsannoโ€, hanno lโ€™autoritร  di discernere che Gesรน รจ un peccatore, dunque non puรฒ fare nulla di buono. Ma lโ€™uomo guarito conferma, con buon senso: โ€œSe sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedoโ€. Ma queste parole non bastano, per cui essi insistono nellโ€™interrogarlo, chiedendogli di raccontare per lโ€™ennesima volta lโ€™accaduto. In risposta, egli ironizza: โ€œVe lโ€™ho giร  detto e non avete ascoltato; perchรฉ volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?โ€. Segue la reazione sdegnata di quegli uomini religiosi, che disprezzano e insultano il malcapitato. La pretesa di questi farisei, esperti delle Scritture, รจ quella di โ€œsapereโ€, di conoscere la tradizione alla quale vogliono restare fedeli: non possono dunque ammettere che una buona azione possa essere compiuta mediante una violazione del sabato. Questo sapere, questa conoscenza che pretendono di possedere, impedisce loro di riconoscere una โ€œnovitร โ€, che pure si manifesta mediante lโ€™emergere del bene. Solo il passato per loro รจ normativo, ed essi lo qualificano come tradizione autorevole: per questo non sanno nรฉ vogliono sapere lโ€™origine di Gesรน. Lโ€™uomo che era cieco, invece, ora vede, cioรจ sa: sa di essere stato guarito da Gesรน, sa che Dio non ascolta il peccatore ma chi fa la sua volontร . Egli viene dunque cacciato fuori, fuori dalla comunitร  degli osservanti fedeli alla Legge, fuori come tutti quelli che riconoscevano Gesรน quale Messia (cf. v. 22).

A questo punto ecco che si svela il vero processo in corso. Saputo che quellโ€™uomo รจ stato espulso dalla sinagoga, Gesรน lo va a cercare e, trovatolo, gli pone una domanda, da cui nasce il dialogo che costituisce il vertice di questa pagina:

  • โ€œTu, credi nel Figlio dellโ€™uomo?โ€.
  • โ€œE chi รจ, Signore, perchรฉ io creda in lui?โ€.
  • โ€œLo hai visto: รจ colui che parla con teโ€.
  • โ€œCredo, Signore!โ€. E si prostrรฒ davanti a lui.

Ecco lโ€™approdo alla fede: lโ€™uomo chiamato Gesรน (v. 11), il profeta (v. 17), uno che viene da Dio (v. 33), il Figlio dellโ€™uomo (v. 35), รจ il Kรฝrios (v. 38), il Signore. Gesรน allora, conosciuta questa fede, dice ad alta voce: โ€œIo sono venuto in questo mondo per un giudizio, del quale รจ in corso il processo. Sono venuto perchรฉ coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechiโ€. La reazione di quei farisei mostra che hanno capito la posta in gioco. Gli chiedono infatti: โ€œSiamo ciechi anche noi?โ€. E Gesรน conclude, con autorevolezza: โ€œSe foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: โ€˜Noi vediamoโ€™, il vostro peccato rimaneโ€. Vedere un segno compiuto da Gesรน e non riconoscere il bene che esso rappresenta, non riconoscere che Dio รจ allโ€™origine del suo agire, significa essere gettati fuori, essere nelle tenebre, non vedere.

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Non resta che chiederci se anche noi siamo dei ciechi nella fede: crediamo forse di vedere e invece non riconosciamo chi รจ la luce, Gesรน Cristo?

Per gentile concessione dal blog di Enzo Bianchi