don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 1 Maggio 2019 – Gv 3, 31-36

L’OBBEDIENZA DEL FIGLIO IN NOI CI FA ASCENDERE AL CIELO 

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Al centro della Pasqua vi è l’obbedienza, perché “credere” significa, in concreto, “obbedire” al Figlio. E obbedire è ascendere al Cielo, lasciarsi afferrare dal Signore per farsi condurre nel luogo dal quale Egli è “disceso”. Obbedire è consegnare noi stessi fatti “di terra” al Figlio di Dio che “viene dall’alto”, perché la terra si rivesta di “Cielo” e sia colmata di “Spirito”. Credere, infatti, è innanzi tutto accogliere l’annuncio che proprio questi istanti che abbiamo tra le mani, la tela che intreccia le nostre relazioni, i nostri amori, il lavoro, la scuola, la famiglia, che tutto quello che è la “terra” della nostra vita può, miracolosamente, qui e ora, trasformarsi in un anticipo di Cielo. Però, un momento, di che cosa stiamo parlando? Mia moglie non ha neanche quarant’anni, un cancro la sta divorando, e abbiamo tre bambini piccoli!

Che significa questo credere e obbedire? La storia è qui che ci sta inghiottendo in un dramma di cui non riusciamo a comprendere la portata e immaginare gli esiti. Che mi vieni a raccontare? Sì fratello, vengo oggi ad annunciarti che “Chi viene dall’alto, dal Cielo, è al di sopra di tutti”, e si sta avvicinando a te e a me che “veniamo dalla terra, apparteniamo alla terra e parliamo della terra”. E’ “terra” ed è reale la tua sofferenza, spezza il cuore la paura del futuro, e che ansia l’attesa delle analisi e della Tac… Così come è “terra”, è reale e fa male un marito che tradisce e scappa con una ventenne; o un figlio che, sordo a qualunque parola, continua a frequentare ambienti imbottiti di droga; o l’essere stati licenziati a cinquant’anni e non avere alcuna prospettiva di impiego, la famiglia da mantenere e il mutuo da pagare. Il sudore e il dolore impregnano “la terra” alla quale “apparteniamo”, lontana dal Paradiso quanto la superbia ci ha spinto ad allontanarci da Dio. Per questo non sappiamo e non possiamo che “parlare della terra”, l’unica che conosciamo. Gli occhi sono piantati su quello che vediamo e tocchiamo, ed è dolore, paura, frustrazione, peccato. Da qui sotto non riusciamo a vedere l’insieme delle cose, lo sguardo è incatenato in una prospettiva limitata, al massimo ci perdiamo in un sogno, un desiderio che si fa alienazione, ed è ancor peggio, e cadiamo in una schizofrenia che ci dilania: da una parte il desiderio indomito di pienezza, di altezze sconosciute, dall’altra la polvere della terra che ci raschia la gola e arrossisce gli occhi… Sulla “terra” il dolore non ha senso, soffoca, acceca, uccide, e basta. Pensa a come “parli” della tua vita, delle persone che ti sono accanto; pensa a come guardi e come discerni i loro gesti e le loro parole. Hai per caso presente che esiste il peccato, e che tu e l’altro siete peccatori? Hai presente che il peccato caccia lo Spirito e lascia l’uomo a combattere inutilmente con la “terra” che gli si sbriciola tra le mani. Che è inutile, senza l’alito di vita celeste siamo tutti una creazione abortita, null’altro che polvere, vana come ogni gloria faticosamente conquistata.

Nove volte su dieci non lo abbiamo presente, e siamo generosi… Sappiamo solo che, come me, l’altro è “dalla terra”, si muove nel perimetro che delimita con i suoi passi, quando i suoi sbagli cadono sotto i miei occhi non ho che rimproveri, castighi e giudizi. “Nessuno” di noi ha ancora “accettato la testimonianza” di Gesù, non pienamente almeno, altrimenti vedremmo e parleremmo diversamente. “Nessuno” nel mondo lo ha accolto, per questo il mondo è schiavo del demonio e della carne, e non sa “parlare” che della terra. Ma “l’ira di Dio incombe su di lui”, su ciascuno di noi. Ed è una Buona Notizia! Sì, oggi incombe su di te e su di me l’ardente gelosia di Dio, che, secondo la terminologia biblica, è insieme ira e zelo. Incombe su di noi l’amore di Dio! Nessun moralismo, non c’entra nulla il Dio castigatore che forse ci è stato presentato, l’immagine terrorizzante che abbiamo di Lui, quella che il nostro cuore giustizialista ha disegnato. No, Dio è un Padre misericordioso che non ci lascia nell’inganno “della terra”. Non è questo il destino per il quale ci ha creato! Per questo anche oggi “discende” dal “Cielo” il nostro Fratello maggiore “che è al di sopra di tutti” per “attestare ciò che ha visto e udito” lassù. E che ha “visto”?

Ha “visto” noi raminghi ed esuli in “terra straniera”; ha “visto” i nostri peccati e la morte che ci ghermisce, con il male che non risparmia nessuno, neanche gli innocenti; ha “visto” le malattie, le guerre, i terremoti, i divorzi, gli aborti, i tribunali, gli abomini che feriscono la santità del corpo, del matrimonio, dei fidanzamenti, delle amicizie, del lavoro, dell’infanzia e della vecchiaia. E ha “visto” il Padre che freme di compassione perché ci ama, ed è pronto a perdonarci. Ha “udito” dal Cielo il nostro grido d’angoscia come quello del Popolo di Israele schiavo in Egitto; lo ha “udito” tra le mormorazioni, i giudizi, le giustificazioni, anche tra le maledizioni e le bestemmie con cui ci siamo abbandonati al peccato; ha “udito” il tuo dolore di madre ammalata, di padre stordito e preoccupato, di figlio intrappolato nell’inganno. E ha “udito” la voce del Padre che, guardando Lui “disceso” sino alle profondità della terra e da lì risuscitato, diceva di tutti noi “ecco il mio Figlio prediletto, in cui mi sono compiaciuto”. Gesù “ha visto e udito” e oggi lo “testimonia” a ciascuno di noi. Ha visto la nostra sofferenza già bagnata dalla Grazia. Ci ha visto lì con Lui accanto alla destra del Padre! Basta “ascoltarlo” e “accogliere” il suo martirio d’amore per “certificare”, ovvero sperimentare, che “Dio è veritiero” perché è amore e non smette un istante di amarci. Se è vera la terra, con il cancro e il peccato, è vero anche il Cielo, con il perdono e la vita eterna. E’ l’amore che discende sino a noi il riscatto di ogni frammento di terra destinato alla corruzione.

E’ la “parola di Dio” che ci annuncia il Signore a smentire tutte le “parole della terra” che ci ha detto il demonio trascinandoci fuori dal Paradiso; è la “parola di Dio” che ci annuncia il perdono che ci libera e trasforma il male in un’occasione per amare e gustare le primizie del Paradiso, la libertà, la gratuità e l’innocenza che abbiamo perduto obbligati a mangiare polvere come il serpente che ci ha ingannato. Solo l’amore, infatti, vince il timore e il peccato; solo l’amore trasfigura un cancro in un dono da consegnare al Padre per la salvezza di chi ci è accanto, come l’opera più grande per i propri figli, anche se dovessimo lasciarli di qui a poco. Varrà più questo tempo di sofferenza offerto nella pura gratuità per loro che venti anni di educazione e sacrifici. Quei gesti innocenti d’amore balbettati nella debolezza si pianteranno nel cuore dei figli come un segno indelebile del Cielo, una finestra aperta sul destino che li attende aperta proprio dalle piaghe del genitore ammalato. Allora la malattia devastante, la “terra” più sporca agli occhi di chi non ha mai visto il Cielo, sarà oro purissimo e di valore inestimabile, profumerà della fragranza del Paradiso, e resterà scolpito nel cuore dei figli come un’ancora a cui aggrapparsi nei momenti difficili. Perché è esattamente quello che ha compiuto Cristo sulla Croce, il momento breve ma intenso con cui ci ha salvati agganciandoci al suo Mistero Pasquale.

Il momento più fecondo della sua vita. Come ha sperimentato e vissuto Chiara Corbella Petrillo, che così scriveva a suo figlio Francesco in occasione del suo primo compleanno; per lui aveva offerto se stessa, sino alla morte: “Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!” Siamo dunque chiamati a “credere”, cioè ad “accogliere” oggi il Signore per “avere la vita eterna” che ci strappa alla “terra” per innalzarci al Cielo, dove guardare e discernere con gli occhi di Dio. Da lassù la prospettiva cambia radicalmente. Come quando sei in aereo e tutto acquisisce una dimensione nuova, si ridimensionano le cose che sembrano enormi agli occhi di cammina per strada. Immagina di trovarti in mezzo al traffico, a duecento metri da un incrocio.

Ti sembra di non arrivarci mai, e imprechi, e ti agiti, e perdi la pace, e poi quando arrivi a casa ti sfoghi con la tua famiglia. Ma se guardi la stessa scena dal finestrino di un aereo, scopri che dopo quell’ingorgo la strada è libera, e puoi arrivare in tempo a casa per goderti la partita. Dal Cielo si vedono le cose dentro un ordine che dalla terra non si può percepire. Gli ingorghi della vita durano solo un attimo, non sono l’assoluto capace di ferirti a morte… Allora coraggio, lascia che oggi il Signore ti attiri a sé verso il Cielo attraverso la Croce: da lassù, gli occhi negli di Cristo, potrai vedere nella fede il piano di Dio su di te e sui tuoi cari, i frutti della Grazia oltre la malattia, oltre la crisi che sta anestetizzando nell’accidia tuo figlio, al di là dei fallimenti della missione. Perché “il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa”, anche il cancro che porti dentro! Per questo chi appartiene a Cristo vive ogni evento e relazione in Cielo unito a Lui già da ora, pur attraverso le prove e le ferite della vita terrena; sperimenta il potere delle sue “mani” crocifisse su ogni avversità, e non perché mutano le circostanze, ma perché, con Lui, possiamo tutti entrare nella storia senza fughe alienanti, nella certezza che alla fine del tunnel c’è la luce del compimento. 

Il Padre ha consegnato nelle mani del Figlio non un potere secondo la carne, magico e istantaneo, ma ciascun aspetto della vita di ogni uomo; i chiodi hanno piantato nelle mani di Gesù ogni nostro pensiero, sofferenza, angoscia, peccato, e ora, risorto, ha trasfigurato tutto nella gloria delle sue piaghe. Quando le mostra ai suoi discepoli rivela che la vita è stata finalmente redenta, che tutto di noi è stato purificato ed elevato e introdotto nel Cielo, che in tutto risuona l’eternità, l’incorruttibilità, e che l’anelito a non perdere più la pace e la gioia, è stato finalmente appagato in Lui, e lo possiamo sperimentare nella Chiesa. Nelle mani di Cristo è consegnato per amore dal Padre ogni nostro istante: per questo tutto di noi è un frammento del cuore amorevole di Dio che si posa sulla “terra”; ogni relazione, pensiero, impegno di lavoro e di studio, ogni precarietà, tutto è ormai impregnato dello Spirito Santo che Gesù ci dona “senza misura”. Non ha infatti misura il nostro desidero di felicità, e lo Spirito deve conquistare, uno ad uno, tutti i territori della nostra esistenza che ancora appartengono alla terra.

Lo Spirito Santo è il vento che spira dal Cielo e purifica, e colma di senso rivestendo tutto, anche una malattia, anche il dolore più lancinante, dell’amore infinito di Dio, della vita che non muore. Nulla è più banale, insignificante, disprezzabile; in Cristo risorto tutto è santo, bello e autentico. “Obbedire” a Lui allora, non è altro che lasciarsi toccare e attirare dalla pienezza d’amore che scaturisce dalle sue piaghe gloriose; è obbedire al suo invito e imbarcarci con Lui sull’aereo della Grazia, entrandovi attraverso il portello dell’umiltà. In quell’abitacolo che è la comunità cristiana, potremo aprire gli occhi sul panorama celeste per il quale ci è data anche questa giornata, e le persone con cui viviamo e incontreremo, le difficoltà e le consolazioni. Obbedire al Figlio è l’amore, la chiave che dischiude le porte della Vita eterna nella quale passare da questa “terra”. 

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