“Preghiera del Signore”: così è stato chiamato il Padre nostro. È “preghiera del Signore” perché insegnata da Gesù, su esplicita richiesta dei discepoli: “Signore, insegnaci a pregare”. Erano colpiti dal posto che la preghiera occupava nella vita del loro Maestro, il quale intervallava il ministero pubblico con frequenti “ritiri”, in disparte, da solo, preferibilmente di notte o al mattino presto. È l’esempio di Gesù che fa nascere in loro il desiderio di imparare a pregare, di accedere a quella sua dimensione misteriosa, e nel contempo di apprendere uno stile di preghiera che li caratterizzi rispetto al modo di pregare di altri gruppi e degli stessi discepoli del Battista.
È “preghiera del Signore”, dunque, soprattutto perché ci consegna il modo di pregare di Gesù. Gesù infatti insegna ciò che luistesso vive, in un rapporto personalissimo con Dio, a cui si rivolge chiamandolo “Padre”, proprio perché tutta la sua vita è sotto il segno della filialità. Il “Pater”è la preghiera del Figlio che diventa la preghiera dei figli, la nostra, e ripeterla significa entrare nel rapporto di amore che Gesù intrattiene con il Padre, significa entrare nella vita stessa di Dio!
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Luca ci trasmette una versione abbreviata (cinque richieste, anziché sette) rispetto a quella di Matteo, che è stata privilegiata nell’uso liturgico della chiesa. Le richieste sono aperte dall’invocazione: “Padre!”, ed è proprio questo appellativo che conferisce una qualità unica al pregare di Gesù. Significativamente, così iniziano tutte le preghiere di Gesù riportate dai vangeli. Particolarmente eloquente è quella riportata da Marco 14,36. Nell’ora drammatica del Getsemani, Gesù si rivolge a Dio con l’invocazione: “Abba! Padre!”, affidando a lui la propria angoscia, con un atto di pieno abbandono, fiducioso, filiale (abba = papà!). Così prega Gesù, e con il “Pater” non fa che insegnare a noi suoi discepoli il suo stesso modo di pregare.
Perché insegnare? Perché noi siamo abitati da tanti bisogni, da tante richieste, a volte anche da qualche pretesa, e dobbiamo imparare a portare nella preghiera anzitutto ciò che è gradito a Dio, ciò che è buono ai suoi occhi, ciò che sta nello spazio della sua volontà. Ecco, il “Pater” ci è dato come “canone”, come regola per discernere i veri bisogni. Certo, tutto noi possiamo chiedere a Dio, ma questa preghiera ci insegna a sintonizzare i nostri desideri con il desiderio di Dio.
Cinque richieste vengono formulate, le prime due a favore di Dio. Chiediamo anzitutto che sia santificato il suo nome e che venga il suo Regno. Sono azioni che spettano a lui, ma che ci chiamano in causa, eccome: significa ricercare il primato di Dio nella nostra vita, lasciando trasparire la sua santità attraverso una vita santa, bella, e fare spazio al Regno, facendo regnare Dio in noi e tra di noi.
E poi tre richieste a nostro favore, indispensabili per il nostro vivere: il pane quotidiano, il perdono (altrettanto quotidiano!), e il non essere abbandonati alla tentazione. Se tutte le richieste contenute nel “Pater” ci coinvolgono, quella del perdono più di tutte. In quanto peccatori sempre perdonati, siamo chiamati a perdonare a nostra volta, “fino a settanta volte sette” (Mt 18,22). Sempre!
fratel Valerio della comunità monastica di Bose
Lc 11, 1-4
Dal Vangelo secondo Luca
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.
