don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 4 Febbraio 2019

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DOMATO IN NOI L’ORGOGLIO CHE CI DISTRUGGE DALLA PREDICAZIONE DELLA CROCE, SIAMO INVIATI NEL MONDO PER ESORCIZZARLO CON L’AMORE

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Gesù è l’unico che può domarci perché ha compiuto la traversata in mezzo alla morte e ci è venuto a cercare all’altra riva del mare, il “territorio pagano” dove buttiamo via la nostra vita. Se infatti la vita non è consegnata a Lui nell’obbedienza, è preda di una forza violenta che spezza ogni legame, e a nulla valgono stratagemmi umani, psicologie e terapie. Nessuna “catena” può nulla contro il potere di una “legione di demoni”. Il “territorio dei Geraseni”, la Decapoli pagana, ieri come oggi, è accanto a noi, dentro di noi, dove il male è un continuo “colpire con pietre” la propria dignità spingendoci al disprezzo di noi stessi come l’indemoniato di Gerasa che “continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre”. Questi fenomeni non ci sono estranei, perché il “sepolcro” nel quale abitiamo, in greco “memoriale”, è una continua memoria della morte che ci corrode, la “parte”, la “sorte” di chi confida in se stesso, il salario del peccato. Quante catene per indurci a ragionare, a soprassedere, a perdonare. Ma l’amore non è una catena perché il male non esploda. Occorre un miracolo che guarisca il cuore, che purifichi la fonte. E’ necessario il Signore Gesù che passa all’altra riva per scendere negli abissi della morte e riscattare l’uomo schiavo del demonio. Questi, all’arrivo di Gesù, gli si fa incontro come attirato da Lui, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l’annuncio della Verità.

“Che hai a che fare con noi…”. Che vuoi Signore, sei venuto a “rovinare” i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? La “rovina” del male infatti è solo il bene, mai un altro male, come invece il mondo, e tutti noi, pensiamo quando ci armiamo per combattere le ingiustizie, le malattie, la sofferenza. Ma Gesù è Dio e sa riconoscere il suo stesso volto nella caricatura che siamo diventati a causa della “legione” di pensieri e opinioni, criteri e concupiscenze che ci dilaniano rendendoci schizofrenici in ogni pensiero, gesto, relazione; Egli sa percepire, dall’involucro sporco, immondo e degenerato che siamo diventati, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l’angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l’inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui, nel cuore, abbiamo scelto di dare ascolto alla voce dell’avversario. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo è disceso dal Cielo a cercare la pecora perduta in territorio pagano, sin dentro all’accampamento nemico. Non è facile riconoscere il fratello dopo tanto tempo: parla una lingua diversa, i costumi e le abitudini sono completamente cambiati, anche i connotati non sono più gli stessi: tanti anni di compromessi con il mondo lo hanno trasformato in un pagano. Eppure Gesù lo riconosce, non lo giudica, ma lo guarda con misericordia, con tenerezza e pietà, mentre smaschera il demonio che “aveva avuto a che fare” con un dio falso e mostruoso ma che sente ormai prossima la sua rovina, opera del Dio autentico, il Figlio fattosi Servo crocifisso che ci parla: “Taci, Esci da quell’uomo spirito impuro!”. Così, innanzitutto, fa tacere la menzogna e annuncia la Verità, perché ogni esorcismo deve attaccare la voce suadente del serpente, da dove è iniziato l’inganno; perché la fede giunga attraverso l’ascolto della predicazione è, infatti, necessario, ridurre al silenzio le altre parole.

Dirigendosi non all’uomo ma a satana, Gesù lo smaschera come l’autentica fonte avvelenata di divisione, morte, e peccato. E’ il demonio il padre dell’impurità, perché, separandosi da Dio, ha attirato nella regione di morte e assenza d’amore chiunque è caduto sotto il suo potere. E’ l’assassino che alla fine, per l’opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. E’ una “mandria di porci”, che si rotolano nel loro vomito, immagine dell’uomo vecchio che ha perduto il senso del peccato. Così il demonio precipita nel mare, come l’esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall’amore di Dio, come accade nel battesimo, e ogni volta che sperimentiamo il perdono dei peccati che ci fa “liberi e sani di mente”. Il precipitare della mandria è il frutto dell’amore di Dio che, una volta sperimentato, ci fa rinunciare a tutto quello che, nella nostra vita, ci aveva indotto a rifiutarlo: a satana e a quelle che un tempo si chiamavano “pompe diaboli”: “fa parte del rito battesimale la rinuncia alla “pompa del demonio”.

Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell’uomo era il culmine dell’intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura… alla degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell’uomo un’immagine di Dio e a vivere come tale” (J. Ratzinger). Qualunque sia la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine renda impura l’esistenza, Gesù vi scende oggi, per distruggere l’autore di tanto sfacelo, e ridonarci la dignità, “un vestito nuovo” come la veste bianca del battesimo, “una mente purificata e sanata” nella misericordia e per questo capace di discernere, per “farci sedere” nella comunione dei santi, quali cittadini della nuova Gerusalemme. Risuscitati con Lui possiamo essere inviati nella “nostra casa, dai nostri parenti e amici”, per annunciare “loro ciò che il Signore ci ha fatto e la misericordia che ha avuto per noi”, offrendo la nostra vita riscattata come un segno per quelli che ci hanno visti schiavi della menzogna. Così, il Vangelo rivela la missione della Chiesa tra i pagani, la cosiddetta “Missio ad gentes”.

Gestata in una traversata nella quale ha conosciuto il potere di Cristo sulla morte la Chiesa è nata dalla Pasqua per essere un sacramento di salvezza per chi vive nella paura. E’ passata all’altra riva attraverso le acque del battesimo per “sbarcare” nell’oscurità della terra pagana dove, come Gesù, “attira” a sé i demoni. Quando infatti, ai cristiani accade come a Lui e ai suoi discepoli “pregati di lasciare” quel territorio dalla paura di perdere le proprie sicurezze, la Chiesa attira su di sé l’ostilità e il rifiuto di satana per sconfiggerlo. Crocifissi con Cristo, i suoi discepoli diventano essi stessi maledizione e rifiuto per attirarlo nel loro apparente fallimento e così gettarlo lontano dagli uomini. E’ il martirio quotidiano che spalanca per loro e per chi li rifiuta lo stesso Paradiso: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Mentre la stessa moltitudine delle persone “salate” dalla testimonianza dei cristiani che sono sbarcati con amore nella loro realtà, e che non entrerà giuridicamente nella Chiesa (come l’indemoniato sanato che non si è aggiunto a quanti seguivano Gesù), annuncerà la vittoria di Cristo: attraverso la loro stessa vita redenta saranno il segno dell’amore di Dio in terra pagana, come una chiamata a conversione per ogni “casa e ogni famiglia”. Sì, con il Signore possiamo accettare con pazienza la “paura” degli altri, e “risalire sulla barca” per passare ad altre rive, nella certezza di aver lasciato in chi ci è accanto una primizia della misericordia di Dio che darà frutto a suo tempo.

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Mc 5, 1-20
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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