
Nell’anno della scomparsa di Umberto Eco, Ragno ci legge Il nome della rosa accompagnandoci per mano alla sua riscoperta attraverso i labirinti linguistici e non di un romanzo ricco di ironia e dottrina, sorprendente per ampiezza ed erudizione, a metà strada tra il teologico e il poliziesco.
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E la sua voce, che oggi ci fa comparire davanti Adso da Melk e tutti gli altri guidandoci tra pagine fitte di acume letterario, citazioni latine, rimandi, allusioni, sembra quasi rispondere – oltre trent’anni dopo – a quell’esigenza visiva di cui Eco ha sempre raccontato e che ebbe al momento della prima stesura del romanzo: Il nome della rosa, si sa, fu scritto per la prima volta a penna, ma prima ancora Eco disegnò centinaia di diagrammi, piantine di abbazie, labirinti.
Così come i personaggi che ebbe bisogno di “riconoscere per riuscire a farli parlare” facendoli muovere tra un luogo e un altro, cronometrando il tempo che avrebbero impiegato in quei percorsi per riuscire a buttar giù i dialoghi. E mentre Ragno magnificamente legge nella testa rimbalza ancora quella fatidica domanda: “…ma Il nome della rosa è più difficile o più popolare?” E non si trova risposta.
Fine novembre del 1327. In una sperduta abbazia benedettina dell’Italia settentrionale, il frate Guglielmo da Baskerville e il novizio Adso da Melk si trovano a indagare su una serie di misteriosi e inquietanti delitti, uno al giorno per sette giorni.
Capolavoro di Umberto Eco, questo giallo medievale ha incantato e divertito milioni di lettori in tutto il mondo.
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