Simbolo

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    Le symbole donne à penser. L’aforisma che, a suo stesso dire, “incanta” Paul Ricoeur e costituisce il titolo di un suo breve ma pregnante lavoro, nell’originale francese evoca più di quanto non faccia la traduzione italiana (il simbolo dà a pensare) un orizzonte, che spesso tendiamo a disattendere quando parliamo o facciamo ricorso ai simboli: il donare. I simboli autentici, infatti, ci vengono consegnati in una tradizione e vivono in un contesto che, soli, consentono di coglierne il senso profondo. Solo la gratuità della meditazione consente al simbolo di portarci oltre il quotidiano, il presente e il grigiore della consuetudine, permettendoci di attingere non solo l’alterità della trascendenza divina, come nel caso dei simboli religiosi, ma anche la bellezza e la complessità dell’umanità cui apparteniamo.
    Il simbolo identifica e distingue. Mai contrappone. Tanto che con questo nome, in ambito cristiano, si designano anche le professioni di fede: ad esempio, il Credo o Simbolo apostolico.

    L’etimologia del simbolo – sýmbolon, deriva dal verbo greco symbállō (metto insieme) – col prefisso syn ci dice che la sua funzione è di unire, non di separare; laddove il contrario (il diàbolos) separa e contrappone, generando discordie. “Allorché assistiamo (spesso impotenti) all’estrapolazione dei simboli (siano la bandiera o l’inno, la croce o l’icona) dai loro contesti, si verifica la manipolazione e l’ostentazione. Sicché ciò che dovrebbe distinguere e unire finisce col contrapporre e separare: il simbolo diventa oggetto, col rischio, nel caso religioso, dell’idolatria e della superstizione” (G. Lorizio).

    Il nostro contesto culturale, o pseudo tale, secolaristico piuttosto che secolarizzato, ha perduto l’universo simbolico nella sua profonda struttura antropologica, alimentando la superstizione piuttosto che la religione e la fede, dando così ragione a G. F. W. Hegel quando scriveva che “Le statue sono adesso cadaveri dai quali è fuggita l’anima vivificante, mentre gli inni sono parole da cui è volata via la fede”.

    Prima di lui, Francesco Bacone affermava che la superstizione è peggiore dell’ateismo, perché, mentre l’ateo, nel negarlo, prende sul serio il trascendente, a volte drammaticamente lottando con Lui, il superstizioso ridicolizza il divino e il sacro, ritenendo di poterlo “usare” per i propri fini. E, come ci ha insegnato Jean-Luc Marion, l’idolo è il contrario dell’icona. Il primo offre rappresentazioni del sacro, o addirittura del santo, destinate a soddisfare i nostri bisogni o bisognini; l’icona, quando è contemplata senza secondi fini, ci conduce nell’oltre di una trascendenza che trasfigura la nostra vita, ci perdona e ci converte.

    Così il simbolo della croce certamente consente l’identificazione del cristiano nella sua relazione col Dio crocifisso, ma è anche un legame con l’umanità sofferente e crocifissa dal potere di ogni cultura, religione o appartenenza. Per questo la croce non dovrebbe scandalizzare se esposta in luogo pubblico.

    Mons. Nunzio Galantino – Abitare le parole