Giovanni Paolo II profeta dell’unità dei cristiani

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IL DIALOGO ECUMENICO CON LA CHIESA ORTODOSSA

Il libro percorre lo sviluppo della sensibilità ecumenica di Giovanni Paolo II, a partire dalle radici culturali maturate nella giovinezza, approfondendo l’esperienza fatta nel concilio Vaticano II e diffondendosi nella descrizione della sua opera ecumenica quale pontefice, segnata da documenti magisteriali fondamentali, gesti, viaggi, incontri ed esperienze concrete, non sempre coronate dal successo sperato.

Il suo anelito incessante per una Chiesa capace di respirare con i «due polmoni», occidentale e orientale, incontrò anche difficoltà e amarezze: una sofferenza ecumenica che il papa polacco, temprato da quanto aveva vissuto sotto i regimi totalitari, non ebbe paura di accogliere, come una sorta di martirio interiore.

In particolare, l’abbattimento del muro di separazione tra la prima e la terza Roma, cioè Mosca, restò sempre un obiettivo prioritario del suo pontificato; molte circostanze, interne ed esterne, lo impedirono e si giunse all’inverno ecumenico. Sono da riscoprire, in modo ordinato, i vari passi compiuti nei confronti della Chiesa russa dal primo papa slavo.

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Dalla prefazione

La missione ecumenica, a partire dal concilio Vaticano II, è sentita come un proprium dai pontefici. Giovanni Paolo II lo esprime incontrando i delegati delle Chiese non cattoliche giunti a Roma subito dopo la sua elezione: «In questo primo incontro noi desideriamo confermarvi la nostra ferma volontà di proseguire sulla via dell’unità nello spirito del concilio Vaticano II e sull’esempio dei nostri predecessori». Nella nota omelia pronunciata durante la celebrazione di inizio del ministero petrino, chiede l’apertura dei confini degli Stati e dei sistemi economici, politici, culturali… Non cita i muri che dividono le Chiese. Quello che separava Roma e Costantinopoli era stato abbattuto alcuni anni prima da Paolo VI e Atenagora I, vescovi pneumatofori, a partire dall’abbraccio fraterno a Gerusalemme. «Un buon tratto è stato percorso, ma non dobbiamo fermarci prima di essere arrivati alla meta, prima di aver realizzato questa unità che Cristo vuole per la sua Chiesa e per la quale ha pregato», come dice ancora nel discorso ai delegati fraterni.

Papa Wojtyła disegna le strade del dialogo teologico ufficiale sia con la Chiesa ortodossa nel suo insieme, sia con le Chiese ortodosse orientali, con la costituzione delle commissioni miste. Ma la sua profezia si esprime in particolare con gesti, incontri e parole, sulla scia dei suoi immediati predecessori. C’è un aspetto che è necessario notare: quello della sofferenza ecumenica che il papa polacco, temprato da quanto aveva vissuto sotto i regimi totalitari, non ha paura di accogliere, come una sorta di martirio interiore. Difficoltà e amarezze, infatti, non mancano durante il lungo pontificato, proprio nel campo ecumenico e molte, oggi, sembrano purtroppo dimenticate. Alludo in particolare al muro di separazione tra la prima e la terza Roma: il suo abbattimento restò sempre un obiettivo prioritario del suo pontificato, durante il quale, come è noto, non fu possibile giungere all’abbraccio tra i vescovi delle due sedi. Molte circostanze, interne ed esterne, lo impedirono e si giunse all’inverno ecumenico. Sono da riscoprire, in modo ordinato, i vari passi compiuti nei confronti della Chiesa russa dal primo papa slavo.

Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato una grande semina e alcuni frutti ecumenici si stanno raccogliendo anche nelle relazioni con Mosca, come la poco conosciuta pacificazione tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica polacca, culminata nel 2012 con la visita di Kirill in Polonia e la firma di una dichiarazione comune con il presidente della conferenza episcopale, l’arcivescovo Jòzef Michalik. Ma non mancano difficoltà e amarezze: sappiamo, ad esempio, quanto sia stato difficile giungere all’incontro tra papa Francesco ed il patriarca Kirill, nel 2016, in un non luogo quale l’aeroporto dell’Avana, senza una preghiera comune, senza un contesto sinodale, senza popolo di Dio, senza programmare successivi scambi di visite nelle reciproche sedi, senza porre una prima pietra per costruire l’edificio sacro dell’unità visibile. L’umiltà di Francesco si è mostrata nell’accettare che la Chiesa cattolica, come nel pontificato di Benedetto XVI, continuasse ad accontentarsi di stringere una santa alleanza con la Chiesa ortodossa russa, per difendersi dal mondo secolarizzato e per difendere i cristiani perseguitati ed il creato. La condivisione di questi punti programmatici dovrebbe far accelerare il cammino verso una comune opera di evangelizzazione e verso l’unità eucaristica e non tollerare di prescinderne ancora a lungo!

Carlo Pertusati

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