ACCOGLIERE L’ALTRO È ACCOGLIERE DIO
Alloggiare i pellegrini: La prima neve (2013) di Andrea Segre
Dare accoglienza ai nostri fratelli

La prima neve è dunque la quarta proposta del ciclo Cinema e Giubileo dalla Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI – Fondazione Ente dello Spettacolo, in accordo con l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.
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Un incontro che salva
[ads2]Il regista Andrea Segre, sempre attento alle tematiche sociali e dell’integrazione (Io sono Lì, 2011) con La prima neve (2013), in concorso nella sezione Orizzonti alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (2013), offre una suggestiva e poetica istantanea su un incontro tra due solitudini in cerca di speranza e riscatto.
Ambientato nella valle dei Mocheni, in Trentino, nel piccolo paese di Pergine, il film racconta la storia del migrante africano Dani (Jean-Christophe Folly), originario del Togo e fuggito dai territori di guerra in Libia, su uno dei tanti barconi della speranza. Dani perde la moglie e rimane solo con la figlia neonata. Nella valle trentina il giovane africano fa amicizia con il bambino Michele (Matteo Marchel), inquieto e sofferente per la perdita del padre. È un incontro tra due esistenze alla deriva che insieme trovano la forza di affrontare le ferite del proprio passato per tornare a guardare l’orizzonte con fiducia.
Il film di Andrea Segre affronta il dramma delle migrazioni, declinandolo a misura di bambino. Il regista infatti tramite il personaggio di Michele, di dieci anni, permette allo spettatore di accedere alla sofferta esperienza del migrante Dani. Il tutto viene giocato con un linguaggio semplice, con espressioni innocenti e domande senza filtri, tipiche dei bambini.
(Sequenza in cui Dani e Michele a passeggio nei boschi)Michele: Dani, ma è vero che sei arrivato in barca?Dani: Sì…Michele: E com’era?Dani: Grigia, di plastica.Michele: Un gommone allora. E il motore quanti cavalli aveva?Dani: Non lo so. Grande così (facendo un gesto con le mani)Michele: Sarà stato almeno di 250 cavalli.Dani: Ma poi si è rotto.Michele: E come avete fatto?Dani: Abbiamo aspettato…Michele: Aspettato? (Incredulo) Com’era il mare?Dani: Nero… Faceva paura. Non è stato un bel viaggio Michele…
Il regista delinea dunque due figure, entrambe alla deriva: da un lato Dani, con il suo bagaglio di sofferenze, tra umiliazione e respingimenti, e dall’altro Michele, un bambino arrabbiato con la vita perché gli ha portato via il padre, un bambino desideroso però di affetto e di tenerezza. Entrambi compiono un cammino di esplorazione delle loro ferite, anche di riscatto, di guarigione. Questo inedito legame di amicizia li poterà a liberarsi di scomodi fardelli, per ritrovare – soprattutto Michele – un orizzonte di fiducia nel domani.
Il film permette con delicatezza e poesia di affrontare pertanto il tema della misericordia, nello specifico la misericordia corporale “Alloggiare i pellegrini”: è l’accoglienza infatti che la famiglia di Michele riserva a Dani, ma è principalmente il legame di tenerezza e accoglienza tra i due protagonisti. Insieme si accolgono, si sostengono, curano le reciproche ferite. Quando l’incontro con l’altro schiude la salvezza.
Per approfondire con la Cnvf e Cinematografo.it
Commissione Nazionale Valutazione Film CEI: «Andrea Segre fa parte di quel gruppo di registi italiani (ormai numeroso) che si sono fatti le ossa nel documentario, o forse in quella parte di cinema chiamato documentario. Nel 2011 esordisce nel LM di finzione con Io sono Li (…). Quello dell’incontro/scontro tra culture nell’Italia di oggi è un tema molto caro a Segre, che lo osserva come argomento moderno, col quale bisogna fare i conti e gestire, cercando di recuperare la ricchezza che entrambe le parti possono mettere in campo. Durezza, difficoltà, spigolosità di Dani sono osservate con lo stesso, profondo, doloroso sguardo che accompagna la descrizione della piccola comunità montana nella quale l’eredità del passato comincia ad erodersi di fronte alle lusinghe del presente. Una radiografia acuta e pertinente, una bella occasione per riflettere su situazioni, emozioni sentimenti che ormai sono nella nostra pelle quotidiana. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e da destinare a dibattiti» (www.cnvf.it).
Rivista del Cinematografo – Cinematografo.it: «La prima neve è un lento processo di guarigione che si rivela in flagranza, nel movimento silenzioso delle cose, nelle cose, il respiro di un’anima che sembra abitare natura e persone. Ne fanno esperienza i due protagonisti del film, un ragazzo africano del Togo (Jean Christophe Folly), ospite di un centro di accoglienza, e un undicenne (Matteo Marchel) che vive in montagna con la madre. Il primo ha perso la moglie, il secondo il padre. Inevitabile s’incontrino. Non è l’effetto sorpresa la forza del film. Piuttosto sono le pennellate psicologiche, il tatto e il pudore. (…) La natura stessa, con la quale i protagonisti del film vivono in simbiosi, offre un modello di solidarietà e di etica. Uomini come alberi, preziosi pure quando vengono strappati alle loro radici. Allora diventano legna, arnie, vasi e case. Tutto si tiene dentro l’ordine del mondo. Non c’è inverno che duri senza annunciare la nuova stagione. La prima neve è una promessa di primavera» (Gianluca Arnone).
