Terza Catechesi – Incontro Mondiale delle Famiglie – Dublino 2018

131

TERZA CATECHESI

IL GRANDE SOGNO DI DIO

“NON SAPEVATE CHE IO DEVO OCCUPARMI DELLE COSE DEL PADRE MIO?” (LC 2,49)

A noi, dunque, che crediamo, lo Sposo si presenti sempre Bello.
Bello è Dio, Verbo presso Dio; Bello nel seno della Vergine,
dove non perdette la divinità e assunse l’umanità; Bello il Verbo nato fanciullo, perché mentre era fanciullo,
mentre succhiava il latte,
mentre era portato in braccio, i cieli hanno parlato,
gli angeli hanno cantato lodi, la stella ha diretto il cammino dei magi, è stato adorato nel presepio, cibo per i mansueti.
È Bello dunque in cielo, Bello in terra; Bello nel seno, Bello nelle braccia dei genitori:
Bello nei miracoli, Bello nei supplizi;
Bello nell’invitare alla vita, Bello nel non curarsi della morte, Bello nell’abbandonare la vita e Bello nel riprenderla; Bello nella croce, Bello nel sepolcro, Bello nel cielo.
Ascoltate il cantico con intelligenza,
e la debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza.
Suprema e vera bellezza è la giustizia;
non lo vedrai Bello, se lo considererai ingiusto; se ovunque è giusto ovunque è Bello.
(S. Agostino, Esposizioni sui Salmi, 44, 3)

Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49): sono le uniche parole che i Vangeli ci trasmettono di Gesù dodicenne. Nessuna altra esclamazione o affermazione o sola parola di Lui a quella età. Certamente siamo dinanzi ad un’espressione abbastanza complessa che a primo impatto farebbe percepire quasi una mancanza di rispetto di Gesù nei confronti di Giuseppe e Maria, quasi sorpreso ed indignato perché i Suoi avrebbero dovuto sapere la ragione del suo essersi indugiato nel tempio di Dio senza darne alcun preavviso. In realtà, dietro queste parole alquanto enigmatiche, si adombra il mistero della Sua Figliolanza ed in Lui quello della figliolanza di ogni uomo, perché ogni figlio di uomo, prima ancora di essere intessuto nelle viscere materne, prima ancora di essere desiderato dai genitori (e quante volte anche non desiderato perché arrivato fuori dai programmi umani), è da sempre bramato dal cuore di Dio. Così Papa Francesco afferma con determinazione: «Ogni bambino che si forma all’interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato” (Ger 1,5). Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e  nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza» (Al 168).

Non soltanto Gesù, in quanto Figlio di Dio, è chiamato ad occuparsi delle cose del Padre Suo, ma ciascun figlio, non essendo mai proprietà dei suoi genitori, appartiene al Padre Celeste che da sempre ha per lui un sogno così grande e così sorprendente da superare di gran lunga l’immaginario e le attese dei suoi genitori terreni. La questione fondamentale, pertanto, è questa: Qual è il sogno di Dio su ciascun uomo? Cosa Lui sogna veramente perché ogni Suo figlio possa rendere grande e straordinaria la propria vita? Con straordinaria immediatezza e profondità San Giovanni Paolo II risponde a tale domanda: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è  priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (Redemptor hominis 10). Si parla giustamente di rivelazione dell’amore, di incontro con l’amore, di esperienza e anche di partecipazione dell’amore, a significare che più che un moto interiore dell’anima o un atto di autodonazione, l’amore rivelato, incontrato, sperimentato e partecipato è una Persona concreta, è una Persona vivente, è Cristo stesso che «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes 22). Dio non ha un sogno di amore astratto o idilliaco su ciascuno di noi.

Nel Figlio, in Colui che, allo stupore di Giuseppe e Maria, risponde che deve occuparsi delle cose del Padre Suo, ci si rivela la strada vera e concreta dell’amore. E l’amore ha il suo linguaggio specifico, ha la sua originaria espressione, ha il suo modo proprio di farsi carne. Quale? Quello nuziale! Ecco perché Papa Benedetto XVI afferma che soltanto «il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano» (Deus caritas est 11). Infatti, esiste un «vasto campo semantico della parola “amore”: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono» (Deus caritas est 2).

È l’amore nuziale tra uomo e donna a rivelare l’eccellenza dell’amore di Dio compiuto in Cristo. È un linguaggio che nasconde un Mistero veramente Grande. Pensare soltanto che Dio abbia assunto tale amore per rivelare il Suo cuore all’umanità è affermare una parte della verità del mistero. Certamente, leggendo tutta la Scrittura, soprattutto i libri profetici, constatiamo come spesso Dio si serva del linguaggio nuziale per esprimere e rivelare la Sua singolare relazione nei confronti del popolo eletto di Israele. Però, prima di questo, non solo cronologicamente ma anche e soprattutto teologicamente, nel mistero divino è adombrata una verità molto più grande: Dio assume non l’amore nuziale per rivelarSi, ma l’amore nuziale è da sempre la rivelazione originaria del volto di Dio. «La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. […] In questa luce, la relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore. Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente. […] Questo aspetto trinitario della coppia ha una nuova rappresentazione nella teologia paolina» (Al 11).

Quando l’apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini scrive: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5,31-32), egli afferma che nella creazione di Adamo ed Eva, nel loro essere creati per formare una carne sola, Dio ha da sempre pensato il Mistero Grande in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Sin dalla fondazione del mondo, prima ancora di plasmare Adamo e di trarre una costola dal suo fianco e rivestirla di carne per creare Eva, Dio guardava al Suo grande sogno, al Mistero Grande di Cristo e della Chiesa, a noi oggi rivelato nel Figlio. Per questo, Papa Francesco afferma con convinzione che «voler formare una famiglia è avere il coraggio di far parte del sogno di Dio, il coraggio di sognare con Lui, il coraggio di costruire con Lui, il coraggio di giocarci con Lui questa storia» (Al 321). Tale Mistero Grande non è un ideale o una verità, ma è un evento reale con una forma concreta, la croce, che nessuno mai si sarebbe aspettata e che, in modo sempre nuovo e creativo, viene continuamente ripresentata nella nostra storia. Come? Dove? Quando?

«Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l’uno per l’altra, e per i figli, testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi» (Fc 13 ripreso in Al 72). Tutto ciò smonta quella diffusa conoscenza e consapevolezza del Sacramento del Matrimonio alquanto superficiale e distorta: esso non può essere inteso e vissuto come «una convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esterno di un impegno. Il sacramento è un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi, perché la loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa» (Al 72). Poiché stiamo parlando del Mistero Grande di cui le parole umane non riuscirebbero mai ad esprimere pienamente la profondità, l’ampiezza, l’altezza e la grandezza, Papa Francesco con un linguaggio più immediato scrive che «il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso “viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri”. Il matrimonio cristiano è un  segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi» (Al 73).

Lo stesso e identico amore di Cristo donato sulla croce per la Chiesa è il medesimo amore degli sposi e viceversa. Si realizza così una straordinaria equazione che fa rabbrividire al solo pensarci. Gli sposi in forza della grazia del Sacramento del Matrimonio si amano alla divina, si amano da Dio. Dove Dio ha raggiunto l’apice del Suo amore? «Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio» (Gv 13,18). Gli sposi realizzano e mostrano a tutto il mondo la follia di tale amore divino. Come afferma Papa Francesco, «tutta la vita in comune degli sposi, tutta la rete delle relazioni che tesseranno tra loro, con i loro figli e con il mondo, sarà impregnata e irrobustita dalla grazia del sacramento che sgorga dal mistero dell’Incarnazione e della Pasqua, in cui Dio ha espresso tutto il suo amore per l’umanità e si è unito intimamente ad essa. Non saranno mai soli con le loro forze ad affrontare le sfide che si presentano. Essi sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito Santo che ha consacrato la loro unione, perché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni nuova situazione» (Al 74). Certamente il loro amore è un «segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa» (Al 72), e «l’analogia tra coppia marito-moglie […] un’analogia imperfetta» (Al 73), perché il Matrimonio, anche quello più riuscito, più realizzato e più santo, non può né deve mai essere il compimento di una persona. La causa di tantissime sofferenze familiari è proprio questa: il pensare diffuso e comune che il proprio Matrimonio sia il raggiungimento della tanta anelata meta finale.

Non è l’amore nuziale con il proprio coniuge che ci fa realizzare la felicità umana, e non perché non esiste un coniuge che non abbia limiti, debolezze o fragilità e che quindi non sia in grado di rispondere alle grandi attese di amore che una persona possa avere. Il Matrimonio non è mai il fine, ma «nelle gioie del loro amore e della loro vita familiare […] concede loro, fin da quaggiù, una pregustazione del banchetto delle nozze dell’Agnello» (Al 73). Gli sposi sono, pertanto, destinati non al matrimonio terreno ma a quello eterno: le nozze di Cristo Sposo con la Chiesa Sua Sposa. Smarrendo questo orientamento fondamentale, la stessa alleanza matrimoniale perde il suo significato e la sua stessa solidità. È l’eterno che dà gusto e sapore vero all’umano, ma senza questo riferimento tutto diventa insipido e si disorienta, provocando diffuse crisi coniugali e familiari che ormai non risparmiano più nessuno. Il Matrimonio è solo l’antipasto della felicità, ma non la felicità stessa. Desideri la felicità? Non sforzarti di costruire dimora eterna nel Matrimonio per trovarla. Esso è la vera porta di accesso al sentiero che conduce alla gioia piena, ma fermarsi alla porta equivale al rischio di non prendere mai parte al banchetto nuziale eterno. Urge, pertanto, un vero e proprio annunzio del Vangelo di Gesù Cristo alle famiglie, mostrando come «nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità. In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica» (Al 67).

Qui non si tratta di curare la dimensione religiosa o spirituale delle famiglie, ma di far loro sperimentare la straordinaria opera redentrice che Cristo compie nella nostra umanità: senza di Lui l’amore umano non sarà mai se stesso e perderà la sua originaria bellezza. La comunità ecclesiale, pertanto, deve necessariamente utilizzare il meglio delle sue energie per le famiglie, perché, se è vero che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa» (Al 31), allo stesso modo «la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino» (Al 67). Nella famiglia è in gioco il Mistero Grande di Cristo e della Chiesa. In altre parole, salvando la famiglia non solo la Chiesa diventa se stessa, ma Dio mostra il Suo Volto al mondo nella carne umana delle relazioni familiari realizzando così il suo grande sogno per l’umanità.

In Famiglia

Riflettiamo

  1. Il Grande Sogno che Dio ha per l’uomo ha qualche relazione con il sogno che l’uomo ha per se stesso?
  2. Il Matrimonio non è la felicità, ma solo l’antipasto della felicità. Quali conseguenze concrete porta questa affermazione nella vita coniugale e familiare?

Viviamo

  1. «Tutta la vita in comune degli sposi, tutta la rete delle relazioni che tesseranno tra loro, con i loro figli e con il mondo, sarà impregnata e irrobustita dalla grazia del sacramento che sgorga dal mistero dell’Incarnazione e della Pasqua, in cui Dio ha espresso tutto il suo amore per l’umanità e si è unito intimamente ad essa. Non saranno mai soli con le loro forze ad affrontare le sfide che si presentano. Essi sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito Santo che ha consacrato la loro unione, perché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni nuova situazione» (Al 72). In quale modo lo Spirito Santo opera nella vostra vita coniugale e familiare?
  2. Amarsi da Dio. Amarsi alla divina. Amarsi come Cristo ha amato la Chiesa dando la Sua vita sulla Croce. Come si può realizzare tutto questo?

In Chiesa

Riflettiamo

  1. Perché l’annunzio del Vangelo del matrimonio e della famiglia stenta a partire nella pastorale della Chiesa?
  2. Nella famiglia è in gioco il Mistero Grande di Cristo e della Chiesa. Che cosa significa?

Viviamo

  1. «La Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino» (Al 67). Com’è possibile realizzare tutto questo?
  2. Se veramente «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa» (Al 31), come dovrebbe muoversi la pastorale della Chiesa?
Articolo precedenteSesta Catechesi – Incontro Mondiale delle Famiglie – Dublino 2018
Articolo successivoSeconda Catechesi – Incontro Mondiale delle Famiglie – Dublino 2018