Una storia d’amore, fede e amicizia
Il racconto narra l’incontro casuale tra don Cosimo e una cagnolina abbandonata, trovata infreddolita dentro una scatola in un giorno di pioggia. Da quell’attimo nasce un legame profondo: il sacerdote decide di prendersene cura, e insieme intraprendono un cammino fatto di affetto, scoperta e quotidianità condivisa.
La storia è raccontata a due voci, quella di Cosimo e quella della cagnolina — chiamata Tempesta — che, con il suo sguardo ingenuo ma saggio, rivela la bellezza nascosta nei piccoli gesti: le passeggiate, gli incontri, la serenità domestica.
Attraverso questo dialogo tra uomo e animale, emergono valori evangelici come la compassione, la gratitudine, la presenza e la gioia di fare del bene. Il libro diventa così un diario spirituale e affettuoso, in cui gioco e riflessione si intrecciano per ricordare che la felicità nasce dalle cose semplici e dall’amore gratuito.
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Leggi le domande poste a don Cosimo
1) Don Cosimo, come nasce davvero questo libro?
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Nasce in un punto preciso della mia vita in cui mi sono reso conto che stavo “funzionando”, ma non sempre stavo “vivendo”. Sai quando fai tutto, accompagni tutti, sorridi a tutti… però dentro senti una stanchezza che non sai nemmeno nominare?
“Da quando ti ho trovato” nasce da lì: dal bisogno di tornare alla verità, senza maschere. E la verità è che Dio spesso non ti raddrizza con una frase, ma con un incontro che ti obbliga a cambiare postura del cuore. Un incontro che non è spettacolare, ma è determinante. Ti rimette al centro quello che conta: la presenza, la fedeltà, la cura del quotidiano. E quando succede, non puoi tenertelo solo per te: senti che può fare bene anche ad altri.
2) Che cosa significa, per te, quel titolo: “Da quando ti ho trovato”?
Per me è una frase che ha due direzioni. La prima è quella più evidente: “da quel giorno la mia vita ha preso una strada nuova”. Ci sono incontri che non ti cambiano l’agenda, ti cambiano la pelle.
La seconda direzione è più profonda e, se vuoi, più spirituale: spesso credi di essere tu a trovare… e invece scopri che sei stato trovato. Trovato nel tuo momento fragile, trovato nella tua distrazione, trovato perfino nel tuo disincanto. E questa cosa, detta così, sembra poesia; in realtà è una realtà concreta: quando ti senti visto, quando ti senti accolto, quando qualcuno ti sta accanto senza chiederti di dimostrare niente, dentro succede una conversione silenziosa.
3) In questo libro c’è Tempesta “con te”. Perché hai voluto questa scelta?
Perché Tempesta mi ha educato senza parlare. E a volte è l’educazione più potente: quella che non ti fa lezione, ti cambia.
Un cane non ti ama perché hai successo, perché sei bravo, perché sei “all’altezza”. Ti ama perché ci sei. E se non ci sei, se sei altrove con la testa, te lo fa capire subito. Questa cosa mi ha spogliato. Mi ha riportato alla semplicità: guardare negli occhi, restare, tornare.
Ho voluto che nel libro ci fosse questa “voce” perché mi ricorda ogni giorno che l’amore vero non è una teoria, è una presenza. E io, da prete, rischio sempre di parlare dell’amore… invece devo ricordarmi che l’amore si fa.
4) È una storia di fede, ma anche di amicizia. Che tipo di amicizia racconti?
Un’amicizia che non ha bisogno di grandi discorsi. Quella che non ti chiede di essere brillante. Quella che non ti mette addosso il peso di dover essere sempre forte.
L’amicizia, quando è vera, ti salva dalla solitudine più brutta: quella che ti prende anche quando sei circondato da gente. E io vedo tantissime persone così: piene di contatti, ma senza un posto sicuro dove appoggiare la fatica.
In questo libro racconto un’amicizia che diventa casa: non perché ti risolve tutto, ma perché ti impedisce di sprofondare. Ti dice: “Io non me ne vado quando ti vedi peggio”.
5) Qual è la parte più “umana” che ti sei permesso di mostrare?
La fragilità. Non quella raccontata per commuovere, ma quella reale: la stanchezza, la pressione, il peso di dover essere sempre un riferimento, mentre dentro a volte avresti bisogno anche tu di essere consolato.
A me capita di ascoltare tante ferite: confessionali, telefonate, messaggi di notte, persone che arrivano quando non ce la fanno più. È un dono immenso, ma è anche una responsabilità che può logorare se non hai un luogo dove respirare.
Scrivere questo libro è stato anche un modo per dire: “Non voglio sembrare invincibile. Voglio essere vero.” Perché la gente non ha bisogno di eroi: ha bisogno di compagni di strada.
6) Che cosa speri trovi chi lo legge, concretamente?
Spero che trovi un sentimento raro: sentirsi compreso senza essere giudicato.
Io non volevo scrivere un libro “perfetto”. Volevo scrivere un libro che somigliasse alla vita: con i giorni luminosi e i giorni storti, con il bene che arriva e con il male che insiste.
Vorrei che chi lo legge sentisse questo: “Io posso ricominciare anche se non sono pronto. Anche se sono confuso. Anche se ho paura.” Perché il ricominciare non è una medaglia: è un passo. E Dio lavora sui passi, non sulle performance.
7) Nel libro c’è una spiritualità molto quotidiana. Che Dio racconti?
Racconto un Dio che non ama a distanza. Un Dio che non ti chiede di diventare “bravo” per meritare amore. Un Dio che entra nella tua vita mentre sei così come sei.
Io vedo spesso persone che si allontanano perché si sentono indegne: “Prima mi aggiusto e poi torno”. E intanto passano anni.
Questo libro, senza fare prediche, vuole sussurrare una cosa semplice: Dio non aspetta la tua versione migliore per amarti. Ti ama adesso, e da lì ti rialza. E quando tu inizi a crederci davvero, cambia tutto: cambia la preghiera, cambia il modo di guardarti, cambia il modo di guardare gli altri.
8) Tu vivi anche i social. In che modo questo libro dialoga con quel mondo?
I social sono una piazza: bellissima e dura. Bellissima perché raggiungi chi è lontano, chi è scoraggiato, chi non entrerebbe mai in chiesa. Dura perché rischi di diventare un distributore di parole, uno che deve sempre dire qualcosa.
Il libro è l’opposto: è lento. È silenzioso. È un luogo dove non devi “scorrere”, devi restare. E oggi restare è già una forma di guarigione.
Questo libro, per me, è anche un modo per dire alla mia gente: “Io ci sono, non solo con un reel. Ci sono con una storia che puoi tenere tra le mani quando ti serve davvero.”
9) C’è un messaggio che senti urgente, in questo tempo?
Sì: non vergognarti della tua sensibilità. Viviamo in un mondo che premia chi è duro, chi “non sente”, chi finge di non aver bisogno. Ma io vedo ogni giorno che la durezza è spesso una ferita che si traveste.
Invece la sensibilità è una porta: se la custodisci bene, ti rende più umano, più capace di amare, più vicino a Dio.
Il libro prova a proteggere questa parte fragile delle persone, quella che spesso viene schiacciata. E lo fa con una storia semplice: perché a volte le cose più semplici sono le più rivoluzionarie.
10) Se dovessi dire a un lettore “come usarlo”, cosa gli diresti?
Gli direi: non leggerlo di corsa. Non leggerlo come si consuma una cosa.
Leggilo come si fa con una visita: una pagina e poi un minuto di silenzio. E quando ti viene una lacrima, non asciugarla subito. Quando ti viene un ricordo, non scacciarlo.
E soprattutto: dopo un capitolo, fai un gesto concreto. Un messaggio a una persona che hai trascurato. Una telefonata. Un “scusami”. Un “grazie”. Perché la fede, se non diventa gesto, resta un pensiero bello. E a noi non servono pensieri belli: ci serve vita nuova.
11) Qual è la frase che ti nasce dal cuore, se pensi a “Da quando ti ho trovato”?
Che l’amore vero non ti ruba libertà: te la restituisce.
Quando ami davvero, non diventi più piccolo: diventi più vero. Ti ritrovi. E scopri che la gioia non è euforia: è pace. È sentirti a casa, anche dentro una giornata difficile.
E io credo che questo sia uno dei miracoli più grandi che Dio fa: non toglie sempre i problemi, ma ti ridà casa dentro di te.
12) Cosa vorresti accadesse dopo l’ultima pagina?
Vorrei che qualcuno chiudesse il libro e dicesse: “Ok, oggi respiro un po’ di più.”
Se anche una sola persona smette di sentirsi un errore… se anche una sola persona decide di non mollare… allora tutto ha senso.
Perché la parola più importante, alla fine, non è “successo”. È “salvezza”. E la salvezza, spesso, comincia da una cosa piccola: sentirti trovato.
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