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p. Giancarlo Bruni – Diventare ciò che si mangia

Data:

PADRE GIANCARLO BRUNIĀ  – PARROCCHIA SANTI FIORENTINI – 20 NOVEMBRE 2019

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Di seguito il link al file Word e la trascrizione dell’incontro.

E’ bello e gioioso ritrovarci di nuovo insieme a riflettere di cose che ci stanno a cuore.

Questa sera il tema singolare sulla Eucarestia è il diventare ciò che si mangia e allora il sapere cosa mangiamo nella Eucarestia.

Partiamo dal chiarire a noi stessi che la storia di Gesù ĆØ una storia determinata dalla volontĆ  di suo Padre. E’ un Padre con viscere materne, ā€œmio cibo ĆØ fare la volontĆ  del Padreā€ ed ĆØ quella di annunciare che in LUI, in maniera decisiva e definitiva, il Regno dei Cieli ĆØ vicino. A voler dire in Gesù Dio si ĆØ fatto vicino all’uomo come non mai e in Gesù, Dio ha reso vicino all’uomo il suo sogno come non mai. Il sogno di Dio, che poi ĆØ il regno di Dio, ĆØ l’ARMONIA FRA DIO, L’UOMO E IL CREATO.

Nella disarmonia fra Dio, l’uomo e il Creato, Dio viene a dire: ā€œIo in mezzo a questo regno, il regno della disarmonia, vi offro il mio Regno, il Regno dell’armonia.ā€ Finalmente in pace. L’uomo in pace con Dio, l’uomo in pace con l’altro, figlio, figlia dello stesso Dio, quindi fratello e sorella, chiunque esso sia.

E in pace con il Creato: pensiamo al disastro ecologico e a Dio che viene a dire ā€œil mio sogno ĆØ questoā€, ā€œdite Padre, dite fratello e sorella e fate il cantico delle creatureā€.

E Gesù viene ad annunciare questo.

Questa storia di Gesù ĆØ poi narrata nei Vangeli da molti episodi e parole, ĆØ una storia raccontata da una cronaca. Quello che sorprende ĆØ che questa ā€œBuona Notiziaā€ del Dio vicino venuto a dire all’uomo ā€œfacciamo un mondo diversoā€, ā€œun mondo nuovoā€, nella figlialitĆ , nella fraternitĆ , nella custodia e nella ereditĆ  eterna, questo racconto Gesù lo fa molto spesso a TAVOLA. Il Gesù dei Vangeli, ĆØ un Gesù che le cose grandi le racconta a TAVOLA.

Pensiamo agli incontri di Gesù a tavola con i peccatori, tanto che gli scribi e i Farisei si meravigliano: ā€œmangia con i peccatoriā€, e Simone, il fariseo, si meraviglia che quest’uomo, a tavola, si faccia lavare, baciare, asciugare i piedi da una prostituta.

Se fosse profeta dovrebbe sapere di chi si tratta.

I pasti di Gesù con i peccatori, con i perduti.

I pasti di Gesù con la gente senza pane:la moltiplicazione dei pani;

I pasti di Gesù con la gente senza cultura: ā€œe si mise ad insegnare loro molte coseā€

I pasti di Gesù con i perdenti.

I pasti di Gesù con i farisei, che si ritengono a posto.

I pasti di Gesù con gli amici: da Maria, da Marta, da Lazzaro.

Fino al pasto ultimo, l’Ultima Cena con i suoi apostoli.

E pensiamo anche ai pasti post-pasquali.

Questo fa pensare a Gesù come l’Uomo della Tavola, al punto da essere definito dai suoi nemici ā€œmangione e beoneā€; il che vuol dire che Gesù lega la sua memoria alla tavola: la stessa eucarestia il primo nome che ha nel Nuovo Testamento ĆØ ā€œCena del Signoreā€.

Quindi lega la sua memoria al cibo, ā€œprese il paneā€ ā€œprese il caliceā€, lega la sua memoria a un pane, a un calice di vino.

Allora chiediamoci perchĆ© questa importanza data al cibo, al mangiare? Al punto di essere preoccupato che tutti abbiamo del pane, perchĆ© il pane, come il Padre, ĆØ di tutti, ĆØ nostro (ā€œPadre nostroā€ ā€œpane nostroā€) e dobbiamo essere inquieti finchĆ© manca un pezzo di pane sulla tavola di molti.

MA PERCHƉ?

Riflettiamo sul mangiare, sul mangiare del neonato tornando alle origini, alla nostra nascita: capiamo lƬ il senso del mangiare. Se osserviamo attentamente il mangiare dei neonati ci accorgiamo che ne vengono fuori almeno sei lezioni:

  • Il neonato mangia prima di parlare, in principio vi ĆØ il cibo.
  • Il neonato rivela l’uomo a se stesso come essere di fame, come creatura di bisogno, essere che ha fame. Se mangiamo possiamo anche pensare e progettare, ma se non mangiamo non possiamo fare niente.
  • Il neonato rivela l’uomo a se stesso come essere dipendente, come creatura la cui vita sta o cade con o senza cibo.
  • Il neonato rivela l’uomo a se stesso come essere di ricerca, come creatura precaria che invoca latte e il seno che glielo procuri. Questo viene chiamato l’archetipo della preghiera: ā€œpregareā€-ā€œprecarioā€. Il neonato precario svela che cos’è la sua preghiera: ĆØ invocazione di cibo e invocazione del seno che gli fornisce il cibo. E’ preghiera, la preghiera primordiale, la poesia primordiale. Tanto che qualcuno ha tradotto ā€œvenga il tuo seno, donami il tuo latte quotidianoā€. Guardare la realtĆ  con occhi semplici e apprendere queste lezioni.
  • Il neonato rivela l’uomo come essere di gioia: sono contento quando ho da mangiare e quando ho come procurarmi il cibo.
  • Il neonato crescendo rivela l’uomo come essere che crescendo impara a discernere ciò che ĆØ buono e ciò che non ĆØ buono:ā€œquesto cibo mi piace, per me ĆØ buonoā€ oppure ā€œnon ĆØ buonoā€, ā€œfa beneā€, ā€œfa maleā€, che poi diventa ā€œĆØ beneā€, ā€œĆØ maleā€.

Queste sono semplici annotazioni di questa visione dell’uomo che ĆØ al contempo precaria, invocativa, dipendente e felice.

Poi andando avanti, ma in realtĆ  anche nel neonato, le nostre fami e le nostre seti non si limitano ad essere un bisogno di cibo, ma anche un bisogno di affetto.

E andando avanti nella vita mi rendo conto che ho bisogno di un cibo che si chiama PERDONO, di un cibo che si chiama PAROLA DI SAGGEZZA, ho bisogno di un cibo che si chiama AMORE. E qui subentra il discorso sulla Cena del Signore, sulla Eucarestia.

Ma diciamo ancora qualcosa sulla TAVOLA DELL’ADULTO: alcuni hanno paragonato l’allontanamento del neonato dal seno materno, all’allontanamento dal Paradiso terrestre. E’ il seno protettivo, nutritivo e consolatorio della madre che fa parte dell’esperienza umana e di cui ĆØ importante (per gli adulti) fare memoria perchĆ© ci aiuta a diventare adulti attenti a nutrire gli altri, a proteggere e consolare gli altri.

Ecco ALLORA CHE QUESTA MEMORIA DEL CIBO È PROLUNGATA DALLA TAVOLA. Non è un caso che quando ci si ritrova con amici, la prima cosa che facciamo è organizzare di vedersi a cena, quindi sempre la tavola.

Nella conflittualitĆ  della vita, il momento dell’andare a cena ĆØ una sosta e la tavola ci insegna questo e si accede a tavola nel rispetto di una ritualitĆ  che varia di tempo in tempo e di luogo in luogo.

Viene in mente chi ĆØ in cucina, il servizio a tavola, la preparazione della sala da pranzo, l’orario, le eventuali musiche…ma non facciamo proprio questo quando prepariamo l’Eucarestia??

Una ritualitƠ indice che si entra in uno spazio e in un tempo singolari, perchƩ sta per accadere qualcosa di decisivo, di importante, di iniziatico.

Ecco perchĆ© i Vangeli dicono che a tavola si va sempre con l’abito nuziale. E’ un banchetto nuziale.

Oggi si risente il bisogno del tempo dello slow food…con calma…

Eccoci introdotti a questa lettura della TAVOLA come un momento di comunione, di solidarietĆ , in cui si capisce l’importanza ā€œdell’insalataā€, del ā€œmagistero dell’insalataā€. Quella insalata che ti ĆØ data A TAVOLA ci richiede di riflettere un attimo, di venire da altrove, venire a nostro nutrimento, a nostra consolazione e a nostro insegnamento. Per favore, diventiamo insalata per gli altri.

Diventiamo ciò che si mangia, diventiamo nutrimento agli altri, consolazione agli altri, insegnamento agli altri.

La vita ĆØ umana, ĆØ vera, ĆØ buona e bella quando io dalla TAVOLA imparo questo: la lezione di una mela, di una pasta, di una insalata, di un bicchiere di vino; sono lƬ e si consumano al servizio della tua vita. Quindi ci sono nutrimento, consolazione e insegnamento, quindi prolunghiamo, nei confronti degli altri, quello che l’insalata fa nei nostri confronti.

E A TAVOLA le distanze si colmano: ā€œpassami quel ciboā€, ā€œti passo questo ciboā€, cibo comune, e mangiando si diventa migliori. L’amarezza, la rabbia, la rassegnazione, lo stress, la tristezza, l’egoismo, l’angoscia, pian piano se ne vanno. Questo ricorda il cibo.

Questo discorso crea la solidarietĆ , l’amicizia, la condivisione.

A TAVOLA bisogna imparare anche una cosa molto semplice: se questo bicchiere di vino, se questo olio, se questo pane ĆØ buono per me, ĆØ buono per tutti.

Allora nasce il problema che era quello della Chiesa primitiva: oggi, in questo pezzo di terra dove abito, c’è qualcuno che ĆØ senza acqua e senza pane? La loro preoccupazione era che non ci fossero miseri fra di loro. Avevano capito che la tAVOLA va allargata. Va riscoperta la condivisione, la solidarietĆ , la gioia di scoprire oggi che nella zona in cui vivo qualcuno che non lo era ĆØ stato consolato dal cibo.

Allora Gesù entra in questa logica umana e lascia la memoria di sĆ© A TAVOLA. Gesù sa che ĆØ vicino alla sua fine. L’uomo non può sopportare la lettura di Dio fatta da Gesù, non può sopportare questa interpretazione di Dio data da Gesù, questa interpretazione dell’umano data da Gesù. Gesù ci dice di smetterla con le nostre divisioni per etnie, razze ecc, perchĆ© siamo figli dello stesso Padre, che la nostra patria ĆØ il Padre comune. La terra ĆØ di Dio e l’ha data agli uomini. Ci ha detto di prenderci cura dei fratelli e sorelle che sono maggiormente nel bisogno. L’uomo questo discorso non lo può sopportare, ma Gesù ĆØ questo. La paternitĆ  fonda la filialitĆ  di tutti. La fraternitĆ  e l’ereditĆ  eterna di tutti. E la preoccupazione di essere preoccupati di tutti a partire dagli ultimi. Ma ĆØ un discorso umano. Allora Gesù parte da questa realtĆ  e dice che quando deve dire che torna al Padre, che il suo tempo ĆØ finito, vuole lasciare la memoria di sĆ© e in sĆ© vuole lasciare la memoria del suo Dio e la memoria dell’uomo conforme a Lui.

Cosa fa? FA L’ULTIMA CENA: prende un pezzo di pane e lo spezza, lo dĆ  loro e gli dice ā€œprendete e mangiatene tutti, questo ĆØ il mio corpoā€, prende un calice di vino, lo benedice e ā€œprendete e bevetene tutti, questo ĆØ il mio sangueā€ ā€œfate questo in memoria di meā€, QUANDO FARETE QUESTO ANNUNCIATE LA MIA MORTE DI AMORE. Gesù ci invita a Cena.

Vediamo lo svolgimento della nostra celebrazione domenicale:

  • VENITE, LA TAVOLA ƈ PRONTA! Noi non andiamo a messa, siamo degli invitati a cena. La tavola ĆØ imbandita, venite! Noi andiamo e andiamo con le nostre fami e le nostre seti. Oltre alla fame di pane, oltre alla fame di sonno, oltre alla fame di gioco, abbiamo bisogno della gratuitĆ , oltre alla fame di un libro, abbiamo bisogno di istruirci, oltre alla fame di affetto, abbiamo bisogno di essere amati e di amare. Oltre a questo ci rendiamo conto che abbiamo fame e sete di perdono.

PerchĆ©? PerchĆ© in fondo non sono quello che dovrei essere nei confronti dell’altro nel bisogno, non gli sono pane a sufficienza. Ho bisogno di perdono perchĆ© dentro e fuori di me tradisco l’immagine di Dio. Quale ĆØ l’immagine di Dio lasciata da Gesù nell’ultima cena? Dio IN ME SI RIVELA A VOI COME UN PEZZO DI PANE CHE SI SPEZZA PER VOI E NON VI SPEZZA, CHE SI DA’ IN PASTO A VOI E NON VI MANGIA. Questa lettura di Dio che spezza l’uomo e divora l’uomo ĆØ una bestemmia, un sacrilegio. Dio ci dice che se abbiamo in noi questa immagine di Dio ĆØ meglio diventare atei. Buttiamola via e il nostro cuore sia ospite della immagine di Dio che abbiamo visto in Gesù ā€œIO SONO IL PANE SPEZZATO PER VOIā€ ā€œIL SANGUE VERSATO PER VOIā€, IL DONO INCONDIZIONATO A VOI, GIUSTI E INGIUSTI, BUONI E CATTIVI, BIANCHI, NERI E GIALLI, CREDENTI E NON CREDENTIā€. Dobbiamo introiettare in noi questa immagine: ecco cosa mangio. Mangiando quel pezzo quel pane io mi nutro della immagine di Dio. Questo cambia la vita. Immaginiamo il tabernacolo in cui dimora un Dio che si spezza per gli altri, che si versa per gli altri senza spezzare nessuno, senza versare il sangue di nessuno. Io porto a compimento l’insegnamento che abbiamo ricevuto dall’insalata. Noi diventiamo quello che mangiamo e che beviamo. Se mi nutro di odio, trasmetto odio. Se mi nutro di disprezzo trametto disprezzo, se mi nutro di razzismo trasmetto razzismo. Se mi nutro di Cristo che viene a noi in quel pane e in quel vino io divento a sua immagine e somiglianza nella vita, un pezzo di pane e un bicchiere di vino, per la gioia, il nutrimento e l’insegnamento nei confronti dell’altro. Divento uno che non fa più paura a nessuno. Ora sono lontano da questo ecco perchĆ© ho bisogno di perdono.

Ecco il primo momento della messa, ma ĆØ ripetuto in mille modi. La prima portata ĆØ il perdono ed ĆØ un momento di alta rivelazione: Dio si rivela e ci dice il nome. Nel primo momento della celebrazione Dio rivela il suo nome in Gesù ā€œio mi chiamo PERDONOā€ e ci chiede di gioire perchĆ© siamo i perdonati. Quando usciamo dalla messa e andiamo a casa, a lavoro, per la strada, dobbiamo essere dei perdonati che trasmettono perdono. E’ un momento non solo di illuminazione ma di trasformazione. Nella celebrazione ci viene dato un nome nuovo: PERDONATI. Anche ai bambini quando ci chiedono come si chiama Dio, dobbiamo dire che si chiama Perdono e noi perdonati. Nella vita dobbiamo travasare questo perdono. L’uomo ne ha bisogno. Allora nella storia dei non perdoni e delle continue accuse reciproche, essere la storia della diversitĆ . Le cose cominceranno ad andare bene quando ci diranno che siamo matti.

Il perdono ĆØ scandaloso, perchĆ© a volte si perdonano cose che di per sĆ© sono imperdonabili, il che vuol dire NO AL MALE, ma sempre sognare che chi fa il male si converta e viva. Il perdono ĆØ unilaterale, non dipende dalla risposta dell’altro. Dio ci perdona anche se noi non apriamo le mani al perdono. Da parte sua ĆØ cosƬ, quindi ĆØ scandaloso, unilaterale e parte sempre dalla vittima, che deve dire a chi l’ha offesa che si può ricominciare sempre da capo.

Tutto questo ha a che fare con la vita parrocchiale, con la vita comunitaria, con la vita familiare e ha delle ricadute nella vita sociale. Quindi ecco le nostre fami. Ho fame di perdono e mi viene preparata, dal Padre nel Figlio nello Spirito in Ecclesia, LA MENSA DEL PERDONO.

Ho fame di saggezza, di parole di luce: ecco la LITURGIA DELLA PAROLA, mangiare la Parola. MANGIARE LA PAROLA E’ UN EVENTO DI RESURREZIONE: noi ascoltando la Parola diamo vita alla Parola che altrimenti rimane in uno scaffale, in un messale. Invece no, ascoltandola, facciamo risorgere la Parola e la Parola ascoltata fa risorgere noi. A che cosa?? A libertĆ !! Mangia quella Parola, nutriti di quella Parola e risorgi a vita libera. La veritĆ  ci farĆ  liberi. Liberi finalmente di cantare al nostro Dio, liberi di una mano tesa all’altro, di fare il cantico delle creature nei confronti dell’universo, liberi di non dare alla morte l’ultima parola. La Parola ci fa risorgere a vita nuova, a vita libera. I liberi cantori, gli amanti, i custodi del Creato, i sognatori della vita eterna.

Dove vai oggi? Vado a mangiare perdono, ho bisogno di essere alleggerito. Dove vai oggi? Vado a mangiare saggezza, che mi rende libero: vado a mangiare l’amore, il pane. Vado a nutrirmi dell’amore fino al dono di sĆ©, fino alla resurrezione. Vado lƬ e poi esco da tavola e vado nella piazza umana a trasmettere perdoni, a trasmettere saggezza, amore, vita eterna. Questo ĆØ il Cristianesimo. Quindi quando ci lamentiamo dicendo che il mondo ĆØ il contrario, a noi Gesù dice che ci ha mandati nel mondo perchĆ© siamo il contrario di quello che ĆØ il mondo. Questo ĆØ amare il mondo: non privarlo dell’altrimenti che ci ĆØ dato dal Cristianesimo. Indipendentemente dall’essere accolti o riconosciuti dal mondo.

Ecco allora che Gesù lega la sua memoria a una cena. Ci invita a cena. I padri della Chiesa dicevano: IL PADRE CELESTE È IL CUOCO, NEL FUOCO DELLO SPIRITO CI PREPARA IL CIBO BUONO CHE È IL PERDONO, CHE È LA PAROLA, CHE È IL PANE CHE È CRISTO STESSO.

Prendi, mangia e diventa perdonato per perdonare, illuminato per illuminare, amato per amare. La terra ci attende. Ecco perché è importante per noi andare a tavola, perché è lì che avviene la nostra illuminazione di Dio e la nostra illuminazione umana. Diventare come il Cristo, il perdono di Dio, la Parola di Dio, il pane di Dio al mondo.

Quindi al mattino al risveglio apriamo la finestra e un po’ da folli diciamo: ā€œmondo eccomi, prendimi e mangiami, io non divoro nessunoā€.

Gesù lega la sua memoria e il suo annuncio a questo gesto che ĆØ la cena del Signore, che si protrae lungo i secoli. Nella Cena del Signore facciamo memoria e annunciamo, quindi Gesù come il perdono di Dio, la Parola di Dio, il pane di Dio, donato all’uomo che ha fame e sete di perdono, di Parola. E oggi che vediamo umiliata la Parola sappiamo come sia importante e abbiamo bisogno di essere amati da Dio, da Cristo e in Lui dagli altri.

Allora chiediamoci: se ha legato tutto questo al ritrovarci insieme nel giorno del Signore, la domenica, il giorno della resurrezione, il giorno dell’apparizione. Cosa accade a cena? Che essa ĆØ il luogo della apparizione del Risorto ai suoi e in questa apparizione a cena la Chiesa (intendendo il numero che si ritrova a tavola) ĆØ manifestata a sĆ© stessa come porzione di umanitĆ  raccolta attorno ad una mensa. Pensiamo anche alla vita comune familiare, alla vita comune monastica, alla vita comune degli amici, in cui abbiamo bisogno di trovarci insieme a mangiare.

Quindi la Chiesa ĆØ una UMANITA’ CONVIVIALE DI DIO IN GESU’ CRISTO, E’ L’UMANITA’ INVITATA A TAVOLA.

Ripensarci anche in questa maniera: il Padre in Gesù ci convoca a tavola. E A TAVOLA la Chiesta ĆØ manifestata a se stessa ed ĆØ il frammento che contiene il tutto. Anche quando ci troviamo a celebrare in poche persone, quelle persone sono il frammento del tutto. Tutta la Chiesa, tutta l’umanitĆ , tutta la Creazione sono riassunte in quel frammento, e nella lode di quelle poche persone vi ĆØ la lode di tutta la Creazione, di tutta l’umanitĆ , di tutta la Chiesa. Riscoprire questo aspetto della rappresentanza ĆØ molto importante, quindi non preoccupiamoci del numero, ma della consapevolezza che siamo un piccolo gregge, un piccolo numero, ma in noi Dio manifesta il suo amore a tutti. E tutti nella nostra lode lodano il Creatore.

Questo vuol dire riscoprire anche la cattolicitĆ , l’universalitĆ . Accade camminando per strada di dire ā€œSignore abbi pietĆ  della cittĆ , benedici la cittĆ ā€: siamo il frammento che intercede per il tutto.

E quando siamo a cena invitati dal Signore, accade che questa porzione di umanitĆ  invitata ĆØ guardata con amore: colui che ci invita a tavola ci guarda con amore, ci conosce ciascuno nome per nome. Dobbiamo esserne coscienti. Che colui che mi ha invitato a cena mi conosce per nome e mi guarda bene e con amore. Questa ĆØ la Chiesa: la percezione di essere quella porzione di umanitĆ  invitata a cena, guardata con amore, riconosciuta per nome. Inoltre a cena accade che la Chiesa ĆØ manifestata a se stessa come porzione di umanitĆ  invitata a cena, guardata con amore e di un amore che si prende cura e premura al punto da preparare da mangiare. Dio nel Figlio ci prepara da mangiare. E’ Lui. Allora ecco la portata del perdono, la portata della Parola, la portata del pane.

E questo ci stupisce ma dobbiamo chiederci se abbiamo il desiderio di questi cibi. Non ĆØ opportuno che risvegliamo in noi la fame e la sete di questi cibi? C’è in me la fame e la sete di ristabilire rapporti di alleanza, di amicizia infranti, la fame e la sete di una Parola di luce, di illuminazione che mi apre il cuore e la mente al bene? C’è in me la fame e la sete di essere un amato da Dio in Cristo per essere reso capace di amare come lui mi ama?

Allora la comunitĆ  ecclesiale deve farsi questa domanda: quali cibi desidero? Il discernimento dei cibi. Ed ĆØ importante risvegliare la coscienza in un tempo perchĆØ magari la coscienza umana può addormentarsi e chiudersi a determinati cibi. Dobbiamo conservarne viva la memoria e l’attesa. E A CENA accade che facciamo l’esperienza di un Dio che prepara i cibi e dona da mangiare e porge il cibo.

Una breve riflessione: se stiamo attenti anche al luogo di culto in cui andiamo notiamo che c’è un’icona, il libro, il pane, a voler dire che tutto l’essere ĆØ convolto:

  • gli occhi vedono l’icona del Signore,
  • quello che gli occhi vedono l’orecchio lo ascolta : la Parola del Signore
  • e quello che ascolto lo mangio, ecco la bocca che mangia il pane.

Il tutto finalizzato all’andate, uscite di qui, camminate alla luce di Colui che avete visto, ascoltato e mangiato.

Poi A CENA veniamo educati su un fatto molto elementare, cioĆØ sul modo di manifestarsi di Dio: non in maniere eclatante, Dio in Cristo si rende vicino come volto in un’icona, in una forma povera, si rende vicino come Parola nascosto in una pagina, si rende vicino come dedizione incondizionata in un pezzo di pane e in un calice di vino. Dio si manifesta sempre in piccoli segni.

E’ l’incarnazione: Dio si manifesta come un Dio povero. Pensiamo al Natale in cui si manifesta in un bambino, in un modo anonimo, pensiamo agli anni anonimi della vita di Gesù. Un Dio che non ha dove posare il capo, un Dio sulla croce. E’ il manifestarsi povero di Dio, umile di Dio, per non imporsi con la forza, con lo splendore. Si consegna cosƬ alla libertĆ  dell’uomo.

Questo continua nella celebrazione: mi rendo presente a vostri occhi in una immagine, al vostro udito in una pagina, alla vostra bocca come dedizione incondizionata in un pezzo di pane. Mangiate la dedizione incondizionata. A voler dire che anche noi nella compagnia degli uomini dobbiamo manifestarsi in forma povera, umile, mite, non eclatante. Ma il nostro volto sia il riflesso del volto di Dio, il nostro dire trasmetta la saggezza di Dio, il nostro vivere testimoni la nostra dedizione incondizionata all’altro. In affabilitĆ , semplicitĆ , in umiltĆ , diventiamo fanciulli.

Ecco allora questo offrirsi che è finalizzato a questa trasformazione: ciò che conta è diventare nuova creatura, una creatura a immagine e somiglianza di Dio, una creatura a immagine e somiglianza del Figlio, capace di perdono, capace di parole di saggezza, capace di dedizione di sé. E A CENA LA CHIESA DIVENTA IL LUOGO DELLA MEMORIA. Oggi il nostro rischio è di perdere la memoria delle radici, delle origini.

ALLORA DOBBIAMO CHIEDERCI IN QUESTO MONDO CHE CAMBIA NOI CRISTIANI DI Lƀ COSA PORTIAMO? Ci accorgiamo che molte cose sono giĆ  cadute da sole. Non c’è da spaventarsi, questo ĆØ il tempo della crisi e nel tempo della crisi noi dobbiamo conservare l’essenziale in modo che anche nel mondo che viene la memoria dell’essenziale cristiano noi lo portiamo. Dobbiamo esserne la memoria. Allora NON DIMENTICHIAMO LA CENA DEL SIGNORE PERCHƉ IN ESSA Cā€™Ćˆ TUTTO: il perdono, la Bibbia, la memoria dell’Ultima Cena, il credo e c’è anche il ministero ordinato che ha il compito di ricordare alle chiese che questo ĆØ l’essenziale. Se vogliamo c’è anche l’icona della Vergine e l’icona dei Santi che ci sono più vicini.

Domandiamoci nel mondo che viene cosa portiamo? Dire che portiamo con noi la Cena del Signore vuol dire portare con noi al mondo che viene questo: la memoria che il Padre nel Figlio ci ĆØ perdono, Parola, pane e ci apre a orizzonti che nessuno può dare, nĆ© la scienza nĆ© la tecnica. La figlialitĆ  con Dio, la fraternitĆ  con l’altro, la custodia del creato e l’ereditĆ  eterna. Questo ĆØ il messaggio che abbiamo ricevuto, che dobbiamo conservare, di cui dobbiamo fare memoria e da annunciare. L’organizzazione della Chiesa ripartirĆ  da qui, dal cuore del messaggio. Ecco il risveglio della coscienza e l’importanza dell’Ultima Cena di cui facciamo memoria domenica dopo domenica.

Da lì possiamo davvero anche ripartire per capire bene cosa è il Cristianesimo e per non privare la terra del bene del Cristianesimo.

Inoltre NELLA CENA, nella Eucarestia (rendimento di grazie) noi ricordiamo a noi stessi e ricordiamo a nome di tutta l’umanitĆ  e di tutta la Creazione una cosa elementare: che al dono si risponde sempre con il GRAZIE e con la LODE. Ed ĆØ importante conservare viva la memoria del ringraziare, non ĆØ cosƬ semplice essere creature che sanno ringraziare Dio e gli altri.

NELLA CENA poi siamo abituati o a fare la genuflessione o a fare l’inchino: non dimentichiamolo. E’ importantissimo sotto il sole essere creature che sanno inchinarsi davanti a Dio e davanti agli altri. FinchĆØ una persona si inchina davanti a un altro il mondo ĆØ salvo.

E imparare a non mettere i piedi sopra la testa degli altri, ma a mettersi ai piedi degli altri: la lavanda dei piedi. Gesù NELL’ULTIMA CENA fa la LAVANDA DEI PIEDI: lava i nostri piedi, la nostra coscienza, la nostra mente, il nostro cuore. Li purifica e li rende belli, (ā€œbeati i piedi portatori di lieti annunciā€) li purifica. Ci illumina la mente, il cuore, in maniera che i nostri passi siano quelli degli illuminati, dei perdonati che sanno perdonare, dei saggi che sanno trasmettere saggezza, degli amati che sanno amare, dei viventi che sanno leggere la morte come la porta d’ingresso alla vita e alla vita eterna. Quindi ecco la Chiesa eucaristica, ecco la Chiesa Dossologica.

Deve essere chiaro che quello che accade in chiesa dobbiamo poi viverlo in piazza, ā€œvenite e andateā€. Allora so come vivere nella compagnia degli uomini: non il loro padrone, ma il loro servo, al servizio del bisogno e della gioia altrui. In una maniera intelligente, capace di saper dire la parola giusta al perduto e al perdente, a chi si ritiene signore e vincente. Amare tutti ma a ciascuno la propria parola. Davanti agli uni sto in un modo, davanti agli altri sto alla maniera di Gesù che manda a dire ad Erode ā€œandate a dire a quella volpeā€ :a volte ĆØ urgente dire ai potenti ā€œsiete delle volpiā€, senza odio, con amore, e allo stesso tempo con la capacitĆ  di non privare nessuno della testimonianza evangelica. PerchĆ© anche Zaccheo, capo dei pubblicani e dei ladri per eccellenza e degli odiati istituzionali, anche lui può accogliere la luce nella sua casa. E Zaccheo da ladro diventa colui che restituisce quello che aveva rubato e che dona del suo, diventa una creatura di restituzione, di condivisione e di comunione. La salvezza ĆØ aperta a tutti.

CONCLUSIONE: non spaventiamoci se siamo pochi, Gesù diceva ai suoi apostoli di non spaventarsi di essere un piccolo gregge, perchĆ© ĆØ piaciuto al Padre nostro darci il Regno, dire ā€œsiate creazione in pace con Dio, in pace con gli altri, con il creato e con l’eternoā€. Quindi ricordiamoci che siamo il piccolo gregge e che il nostro compito non ĆØ di essere tutta la pasta, ma il lievito nella pasta. Lievitiamo la vita con la vita evangelica. Il nostro compito non ĆØ di essere la minestra, ma il sale nella minestra, di salare la vita con la sapienza del Vangelo. Il nostro compito ĆØ di essere un frammento di luce nelle tenebre. E in questo modo amiamo la vita e la terra e trasmettiamo alla vita e alla terra lo sguardo di fiducia, di speranza e di amore di Dio per tutti.

Queste cose ci vengono ricordate e annunciate insieme quando insieme siamo invitati e partecipiamo alla Cena del Signore.