Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Lettere ai cappellani militari e ai giudici” – Gregorio Battaglia

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Il contesto

Un gruppo di preti della Toscana, ex-cappellani militari, al termine di un loro incontro emisero un comunicato, dove esprimevano “riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia” e allo stesso tempo il loro pensiero andava a tutti i soldati “di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria”. Il comunicato si chiudeva con un riferimento molto duro a tutte quelle persone, che si trovavano in carcere a motivo della loro obiezione di coscienza: «Considerano un insulto alla Patria ed ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Di fronte a questo giudizio così netto, che non ammetteva nessuna considerazione del gesto compiuto da questi giovani obiettori e che, per di più, veniva considerato come un tradimento del comandamento dell’amore, don Milani non solo ebbe un fremito di disgusto, ma ritenne opportuno di dover fare chiarezza per amore della verità del Vangelo e per rispetto dei tanti giovani, che si trovavano a fare esperienza del servizio militare. Si sentì direttamente interessato sia in quanto prete, sia nel suo ruolo di maestro, a cui stava a cuore la formazione integrale dei giovani.

Dal giorno della pubblicazione del comunicato sul giornale La Nazione a quello dell’elaborazione della lettera e del suo invio passarono ben dieci giorni, in cui don Milani ebbe modo di riflettere e di scegliere, insieme ai suoi ragazzi, le parole che meglio potessero esprimere il vero nodo del problema. Essi ritennero che in questo caso non si trattava di difendere la bontà dell’obiezione di coscienza, quanto piuttosto di mettere a fuoco lo scopo a cui dovrebbe mirare ogni percorso formativo.

Questi preti ex-cappellani erano fortemente convinti che un cristiano non poteva venir meno all’obbligo di amare e servire la Patria, che doveva considerarsi il massimo dell’ideale civile di un paese. Nel loro modo di pensare non li sfiorava nemmeno l’idea che sotto il concetto di difesa della Patria si potessero nascondere ben altri interessi ed altre finalità non ben dichiarate.

La reazione di don Milani e dei suoi ragazzi si focalizzò sull’identità, che dovrebbe assumere un cittadino italiano alla luce della nuova Costituzione italiana. Essa, in effetti, si apre con l’esplicito riferimento alla “sovranità del popolo”, per cui ogni cittadino, in quanto parte di esso, porta con sé la sua dignità di sovrano. E questa dignità mal sopporta la sottomissione cieca a leggi ed ordini, che ledono la giustizia o il bene degli altri o delle altre Patrie.

Con questa lettera agli ex-cappellani essi avevano in animo di mettere in chiaro quale ideale di cittadinanza venisse fuori dai principi della Costituzione italiana. Per loro la cosa più importante è che ognuno prenda coscienza della grande responsabilità che è connessa al fatto di essere chiamati ad esercitare una propria sovranità. Questa coraggiosa assunzione di responsabilità impedisce di fatto che nessuno possa vivere all’ombra di una virtù come l’obbedienza, spesso proposta come il massimo dell’eroismo cristiano e civile, se tutto questo va a tradursi di fatto nella supina accettazione del volere dell’altro e nel disimpegno verso ogni forma di ingiustizia. 

La lettera agli ex-cappellani spostando di fatto il dibattito dall’obiezione di coscienza alla qualità del cittadino e del cristiano, mette a fuoco l’incongruenza di un’obbedienza cieca vissuta senza alcun discernimento. Agire in questo modo sarebbe uno svilire la propria dignità, per dare via libera a quella che Hannah Arendt chiamava: “la banalità del male”. Don Milani parlando di questa lettera ebbe a dire: «Io non ho difeso sicuramente nelle due lettere l’obiezione di coscienza: ho difeso quegli obiettori che sono dentro e che mi piacerebbe che sortissero. Ma l’obiezione di coscienza, cioè quello di rifiutarsi di mettere la divisa in tempo di pace, noi non l’abbiamo difeso di certo. (…) Mentre sarebbe fondamentale che tutti i soldati avessero la coscienza di giudicare gli ordini che ricevono, farebbe saltare tutti gli eserciti!».

Don Milani crede molto nella capacità di ogni persona umana di poter giungere ad una statura di maturità intellettuale e morale, che lo renda capace di saper discernere tra ciò che è di fatto codificazione dell’ingiustizia e ciò che facilita la possibilità di inclusone dei più deboli e dei poveri. Ogni ragazzo che si prepara alla vita deve maturare sulla via della legalità, in quanto espressione del rispetto dei diritti e della vita degli altri, ma allo stesso tempo deve essere pronto ad opporre una propria “obiezione di coscienza”, quando si rende conto che la legge non è giusta, perché «sanzionano il sopruso del forte».

In don Milani l’amore per la nonviolenza è un tutt’uno con la scelta di lottare con tutte le proprie forze contro ogni ingiustizia e contro ogni meccanismo che consacra l’esclusione del povero. E’ una lotta, che se da una parte suscita il conflitto, dall’altra costituisce per l’altro una grande opportunità per dare una svolta alla propria vita. Così chiosa don Milani: «Ecco l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso. Rinfacciargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza».

FONTE

Relazione tenuta il 22 novembre 2017 nell’ambito dei Mercoledì dell Spiritualità 2017 DON LORENZO MILANI CAPACITÀ DI PAROLA COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE promossi dalla Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)