Fr. Cantalamessa – Domenica della Trinità

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Le ragioni della speranza

Omelia di fr. Cantalamessa per la domenica della Ss. Trinità. Guarda il filmato.

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Domenica della Trinità A – 2008-05-18

Esodo 34, 4b-6.8-9; 2 Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3, 16-18

Perché i cristiani credono nella Trinità? Non è già abbastanza
difficile credere che c’è Dio, per aggiungerci anche il rebus che egli
è “uno e trino”? Ci sono oggigiorno alcuni a cui non dispiacerebbe
lasciar da parte la Trinità, anche per poter così dialogare meglio con
Ebrei e Musulmani che professano la fede in un Dio rigidamente unico.

La risposta è che i cristiani credono che Dio è trino, perché credono
che Dio è amore! Se Dio è amore deve amare qualcuno. Non c’è un amore a
vuoto, non diretto ad alcuno. Ci domandiamo: chi ama Dio per essere
definito amore? Una prima risposta potrebbe essere: ama gli uomini! Ma
gli uomini esistono da alcuni milioni di anni, non più. Prima di allora
chi amava Dio? Non può infatti aver cominciato ad essere amore a un
certo punto del tempo, perché Dio non può cambiare. Seconda risposta:
prima di allora amava il cosmo, l’universo. Ma l’universo esiste da
alcuni miliardi di anni. Prima di allora, chi amava Dio per potersi
definire amore? Non possiamo dire: amava se stesso, perché amare se
stessi non è amore, ma egoismo o, come dicono gli psicologi, narcisismo.
Ed ecco la risposta della rivelazione cristiana. Dio è amore in se
stesso, prima del tempo, perché da sempre ha in se stesso un Figlio, il
Verbo, che ama di un amore infinito, che è lo Spirito Santo. In ogni
amore ci sono sempre tre realtà o soggetti: uno che ama, uno che è
amato e l’amore che li unisce. Là dove Dio è concepito come potenza
assoluta, non c’è bisogno di più persone, perché la potenza può essere
esercitata benissimo da uno solo; non così se Dio è concepito come
amore assoluto.

La teologia si è servita del termine natura, o sostanza per indicare in
Dio l’unità e del termine persona per indicare la distinzione. Per
questo diciamo che il nostro Dio è un Dio unico in tre persone. La
dottrina cristiana della Trinità non è un regresso, un compromesso tra
monoteismo e politeismo. È al contrario un passo avanti che solo Dio
stesso poteva far compiere alla mente umana.

La contemplazione della Trinità può avere un impatto prezioso sulla
nostra vita umana. Essa è un mistero di relazione. Le persone divine
sono definite dalla teologia “relazioni sussistenti”. Questo significa
che le divine persone non hanno delle relazioni, ma sono delle
relazioni. Noi esseri umani abbiamo delle relazioni – di figlio a
padre, di moglie a marito ecc. –, ma non ci esauriamo in quelle
relazioni; esistiamo anche fuori e senza di esse. Non così il Padre, il
Figlio e lo Spirito Santo.

La felicità e l’infelicità sulla terra dipendono in larga misura, lo
sappiamo, dalla qualità delle nostre relazioni. La Trinità ci svela il
segreto per avere delle relazioni belle. Ciò che rende bella, libera e
gratificante una relazione è l’amore nelle sue diverse espressioni. Qui
si vede come è importante che Dio sia visto primariamente come amore e
non come potere: l’amore dona, il potere domina. Quello che avvelena
una relazione è il volere dominare l’altro, possederlo,
strumentalizzarlo, anziché accoglierlo e donarsi.

Devo aggiungere una osservazione importante. Il Dio cristiano è uno e
trino! Questa è dunque la festa anche dell’unità di Dio, non solo della
sua trinità. Anche noi cristiani crediamo “in un solo Dio”, solo che
l’unità in cui crediamo non è una unità di numero, ma di natura.
Somiglia più all’unità della famiglia che a quella dell’individuo, più
all’unità dela cellula che a quella dell’atomo.
La prima lettura della festa ci presenta il Dio biblico come
“misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia”. Questo è
il tratto che più accomuna il Dio della Bibbia, il Dio dell’Islam e il
Dio (o meglio la religione) buddista e che più si presta, perciò, a un
dialogo e a una collaborazione tra le grandi religioni. Ogni sura del
Corano inizia con l’invocazione: “Nel nome di Dio, il Misericordioso,
il Compassionevole”. Nel buddismo, che non conosce l’idea di un Dio
personale e creatore, il fondamento è antropologico e cosmico: l’uomo
deve essere misericordioso per la solidarietà e la responsabilità che
lo legano a tutti i viventi. Le guerre sante del passato e il
terrorismo religioso di oggi sono un tradimento, non una apologia,
della propria fede. Come si può uccidere in nome di un Dio che si
continua a proclamare “il Misericordioso e il Compassionavole”? È il
compito più urgente del dialogo interreligioso che insieme, i credenti
di tutte le religioni, devono perseguire per la pace e il bene
dell’umanità.

Fonte:
http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=315

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