Commento al Vangelo del 3 aprile 2015, Venerdì Santo – don Antonello Iapicca

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Sposati da Cristo

Coraggio fratelli, oggi è il giorno delle nozze con il Signore! Che cosa? Il Venerdì Santo, il giorno della Passione di Gesù, della sua Croce, del dolore e del pentimento? E tu parli di nozze? Sì, sì, hai capito bene, oggi è il giorno delle tue nozze con il Signore, perché oggi lo Sposo viene nel suo Giardino per cercare e trovare la sua sposa, tu ed io. Il racconto della Passione tratto dal Vangelo di Giovanni che ascolteremo questa sera termina con queste parole: “Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un “giardino” e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto”. Non si tratta di parole di poco conto, anzi. Forse sono le più importanti, di sicuro lo sono oggi per ciascuno di noi. A prima vista sembrano solo un’appendice dopo tanto strazio, una nota di cronaca per testimoniare che davvero Gesù è stato deposto in una tomba, la stessa dalla quale sarebbe risorto.

Tante volte abbiamo ascoltato con devozione e partecipazione la Passione di Gesù. Il ritmo incalzante degli eventi, le voci e le parole schiumanti gelosia, invidia, rancore, come le parole vigliacche di chi tradisce; il silenzio di Lui e le risa, l’ironia beffarda, il pianto, le grida, le spinte, il flagello, le spine, le cadute, il Legno e i chiodi, l’aceto. Ci siamo genuflessi all’estremo sospiro di Gesù, abbiamo seguito la traiettoria della lancia vergare il suo fianco E ci siamo visti, protagonisti negativi, nel fluire esagitato di quegli eventi malvagi, come nella nostra storia di tutti i giorni, disseminata degli stessi frammenti raccolti nelle ore di Passione di Gesù. Abbiamo adorato la Croce, e ci siamo visti inchiodati con Cristo su quel Legno. Ma poi, beh poi abbiamo sempre avuto fretta che diventasse domenica, che fosse presto resurrezione, non è vero? Tanto lo sappiamo come va a finire la storia, Gesù risorge dalla morte! E con questo pensiero siamo tornati a casa tante volte, scivolando, distratti, sull’ultimo atto della Passione.

Ma, “dopo questi fatti”, ne è accaduto uno fondamentale. Forse, è proprio il fatto di averlo sorvolato che ci ha impedito sino ad oggi di resuscitare davvero con Cristo. Risuscitare da quella morte che ti tiene prigioniero da una vita intendo. Da quel rancore sordo che ti trascini da trent’anni. Da quel giudizio che ti nasce ogni volta che tuo marito o tua moglie apre bocca. Da quel dolore per la morte di tuo figlio, che riga di una cupa tristezza anche gli eventi felici degli altri figli. Da quell’ingiustizia che hai patito e che vedi riflessa in ogni atteggiamento a te contrario, nel volto di chiunque non ti capisca o non ti ami come vorresti. Da quel peccato che sì, hai confessato, ma che in te, nel tuo ricordo, è rimasto ancora appiccicato nel fondo del tuo cuore, e del quale proprio non riesci a perdonarti. O a liberarti forse.

Ecco, tutto questo, e ogni dolore che ancora ti accompagna, è il nulla che non possiamo sopportare. Quello che oggi ti spegne la gioia, laggiù in fondo, dove nessuno può vedere, e che magari dissimuli abilmente, perché tanto, chi capirebbe? Quello che solo tu sai, e chissà, magari non riesci neanche a definire, quel senso di malinconia e paura che t’afferra anche al culmine di eventi di festa. Quel buco nero che hai dentro il cuore è il nulla, che ci inquieta, il silenzio vero che ci atterrisce, l’oscura notte che, soffocando lo sguardo, ci dilania. Proviamo un istante a chiudere gli occhi, e sprofondare nel silenzio di parole e sentimenti. E’ la morte! Quella che è dietro il sepolcro…

Tutto il resto della Passione di Gesù ci è familiare, lo catturiamo con i sensi, possiamo gestirlo tra pensieri, sentimenti, risposte; anche il male, in fondo, si muove e ci muove, la Via Crucis è pur sempre un cammino e ci sembra d’essere vivi nonostante tutto, ma alla XIV stazione siamo stanchi di tanto dolore, e, mentre vi giungiamo, abbiamo già in mano le chiavi della macchina per tornare a casa. Perché abbiamo davvero paura di ciò che potrebbe essere o non essere dopo la morte, dentro il sepolcro. Ebbene oggi è proprio qui che ci attende il Signore, il luogo che, da sempre, ha pensato per sposarci. Nel suo sepolcro, che, come il nostro di oggi, si trovava “in un giardino”.

Nella Scrittura, il “giardino” ricorda il Paradiso e il passo del Cantico dei Cantici in cui lo sposo incontra la sposa. E Giovanni sottolinea che in quel giardino vi era “un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto”. Anche la Croce era stata piantata nello stesso giardino, e sin lì ci siamo arrivati tutti. Ma quel sepolcro era intatto, vergine, preparato solo per il Signore. Come il tuo e il mio. Ciò significa che dentro a quel sepolcro c’è proprio quel dolore irrisolto e quel peccato che ancora non ti senti perdonato. E’ un sepolcro “nuovo” perché ogni giorno è nuovo quel nulla che continua a farci tanta paura; è un sepolcro “nuovo” perché “nessuno vi è mai stato deposto”. Sì, c’è una parte della nostra vita che è ancora un “sepolcro nuovo” dove Cristo non è mai disceso. Ci sono zone del nostro intimo che abbiamo tenuto chiuse sino ad oggi, e che per questo continuano a farci soffrire.

Ma sapete qual è la notizia di oggi? Che neanche la nostra ostinazione è stata una casualità! No, per essere amati sino alla fine dovevamo essere liberi sino in fondo. Sino a chiuderci nell’orgoglio più duro, come quello della roccia di un sepolcro. Ma oggi può essere finalmente diverso. Oggi è diverso! Oggi c’è Giuseppe di Arimatèa che, con coraggio, va a chiedere il corpo di Gesù a Pilato. Oggi c’è la Chiesa, l’amica dello Sposo che lo viene a prendere per condurlo a te, al tuo sepolcro nuovo, posto nel suo giardino. E’ scritto, infatti, nel Cantico dei Cantici che lo Sposo scende nel suo giardino a cercare la sposa. E sapete che cosa dice di lei? Dice: “Giardino chiuso sei, o sorella mia, o sposa, giardino chiuso, fonte sigillata”. Solo lo Sposo può entrarvi perché è sua proprietà esclusiva.

Capite? Quel dolore che, come una fonte in mezzo a un giardino, continua a sgorgare e ad avvelenare la tua vita, è preparata per il Signore Gesù! L’hai sigillata con il tuo orgoglio, senza sapere però che la stavi riservando per questo giorno, per questo Venerdì Santo del 2015! Tenetevi forte, perché ora arriva il meglio: proprio la parte di te che niente e nessuno è riuscito a salvare, è quella che viene a cercare lo Sposo nel suo giardino. Si è offerto alla Croce per questo! E’ morto per questo, per poter scendere finalmente laddove nessuno è mai sceso! E sai che succede? Non scandalizzarti ti prego… Succede che proprio dove sei più lontano da Dio, dove ti senti più lontano da Lui; proprio nell’angolo del tuo cuore dove con più violenza e pervicacia si è annidato il peccato che ti ha reso impuro e contaminato, lì è nascosta la verginità che ti salva!

Mamma mia, ma che dici? Sono confuso, stordito, non è quello che ho sempre pensato di me… Certo, è normale, perché non hai mai pensato che Gesù ti amasse davvero sino alla fine, e che proprio alla fine del tuo sepolcro venisse a scovarti per farti “sua sposa per sempre, nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza, nell’amore e nella fedeltà”; e che proprio lì “tu avresti conosciuto il Signore” (cfr. Osea 2,21-22). Il verbo tradotto con “ti farò mia sposa” nella Bibbia è usato unicamente per una figlia vergine. Come spiega la nota al versetto della Bibbia di Gerusalemme, “Dio abolisce così totalmente il passato adultero di Israele, che diventa una creatura nuova”. Non solo, ma nel testo “ciò che segue la preposizione “nella” designa la dote che il fidanzato offre alla promessa sposa”.

Il nostro “sepolcro nuovo” è dunque la “fonte sigillata” che oggi possiamo aprire allo Sposo che vuole entrare a prenderci in sposa. E’ sua la nostra dote di peccati! E’ sua la nostra dote di angoscia, paura, morte. E’ sua quella che abbiamo nascosto sino ad oggi, per vergogna, paura o incredulità. Come è nostra la dote che Gesù viene a portarci, deponendo nel fondo del nostro cuore il suo corpo che ha compiuto la volontà del Padre “nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza, nell’amore e nella fedeltà”. Lui viene a sposarci nell’angolo più oscuro del nostro intimo per farsi proprio lì una carne con noi, come accadde ad Adamo quando si è addormentato e Dio ha preso parte della sua carne dalla costola per creare Eva; e così farci risorgere con Lui, carne della sua carne, ossa delle sue ossa, carne e ossa vittoriose su ogni morte! Anche questo era il Giardino che pensava Giovanni descrivendo la sepoltura di Gesù, il Giardino della Creazione…

Quel sepolcro che abbiamo rimosso è dunque il grembo della nuova ed eterna Alleanza! Non a caso è posto nel giardino dove, in Adamo, abbiamo peccato e perduto l’Alleanza con Dio. Ma è anche il giardino dove, in Cristo Nuovo Adamo potremo risuscitare in una nuova Alleanza, nelle nozze eterne. Ecco perché vi si reca anche Nicodemo: solo lì avrebbe capito che cosa significa “rinascere dall’alto, da acqua e da Spirito Santo”. Quel sepolcro fratelli, è anche immagine del fonte battesimale. Se oggi non vi entriamo con Cristo continueremo a soffrire, vivendo come orfani e vedove, senza conoscere né il Padre né il Figlio che è il nostro Sposo.

Entriamoci dunque, e apriamolo al Signore. Nicodemo, che è immagine della Chiesa, viene anche oggi portando “circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe”, perché si compia in noi la Parola meravigliosa dello Sposo che leggiamo nel Cantico dei Cantici: “Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari”.

Fratelli, quel sepolcro nel quale siamo stati deposti a causa dei nostri peccati, accogliendo lo Sposo diverrà come il suo sepolcro, un segno di speranza e gioia per tante persone. Meta di pellegrinaggi per il coniuge, per i figli, i nipoti, gli amici e i nemici, dove tutti potranno mangiare, bere e inebriarsi dell’amore di Dio che scende come una benedizione sulle nostre nozze con il suo Figlio. Il luogo del nostro dolore assunto e trasfigurato da Cristo, infatti, sarà l’annuncio del banchetto Pasquale preparato per ogni uomo. Nella nostra vita consegnata allo Sposo splenderà il suo amore capace di risuscitare dal peccato più grande e nascosto, dalla sofferenza più dura e incancrenita.

Perché la Pasqua che celebreremo tra tre giorni ha le sue radici nel sepolcro, grembo materno di ogni gioia autentica. La vita che oggi ci è data, quest’apnea priva d’aria e pace e felicità, questi tre giorni che ci hanno accompagnato sino ad oggi che sembravano non passare mai, sono già la Pasqua, indispensabile passaggio alla pienezza della vita. Santa solitudine, benedetta angoscia, beata sofferenza di quel tempo fecondo che ha preparato la risurrezione! Perché lì, in quel nulla che ci crolla addosso come una pietra, scopriremo il volto sconosciuto di Dio, quello sguardo che nessuno ha mai potuto vedere scolpito sul volto di quel suo Figlio crocifisso che si fa nostro Sposo: lo sguardo di Gesù rivolto al Padre nell’ultimo, decisivo abbandono, infatti, consegna ciascuno di noi uniti a Lui nelle nozze, al perdono che fa di ogni lontananza e solitudine la prossimità più intima, come la luce della Pasqua che si fa strada nel duro spessore della roccia.

Don Antonello Iapicca
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JAPAN
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Gv 18, 1 -19, 42
Dal Vangelo secondo Giovanni

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni

– Catturarono Gesù e lo legarono
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

– Lo condussero prima da Anna
Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

– Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono!
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

– Il mio regno non è di questo mondo
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

– Salve, re dei Giudei!
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.

Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

– Via! Via! Crocifiggilo!
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

– Lo crocifissero e con lui altri due
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

– Si sono divisi tra loro le mie vesti
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.

– Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

(Qui si genuflette e di fa una breve pausa)

– E subito ne uscì sangue e acqua
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

– Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.