Commento al Vangelo di domenica 8 Marzo 2020 per bambini e ragazzi – Diocesi di Piacenza-Bobbio

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Correre il rischio dell’esodo

  1. Linea d’ombra

Ascoltando e riflettendo sulla canzone “La linea d’ombra” di Jovanotti, i ragazzi sono invitati a riflettere sul concetto di chiamata, di responsabilità e di fiducia.

La linea d’ombra – Jovanotti

Album “L’Albero”, 1997

La linea d’ombra 
la nebbia che io vedo a me davanti 
per la prima volta nella vita mia mi trovo 
a saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo 
mi offrono un incarico di responsabilità 
portare questa nave verso una rotta che nessuno sa 
è la mia età a mezz’aria 
in questa condizione di stabilità precaria 
ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto 
mi giro e mi rigiro sul mio letto 
mi muovo col passo pesante in questa stanza umida 
di un porto che non ricordo il nome 
il fondo del caffè confonde il dove e il come 
e per la prima volta so cos’è la nostalgia la commozione 
nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione 
per ogni strappo un porto per ogni porto in testa una canzone 
è dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione 
senza preoccupazione 
soltanto fare ciò che c’è da fare 
e cullati dall’onda notturna sognare la mamma… il mare. 

Mi offrono un incarico di responsabilità 
mi hanno detto che una nave c’ha bisogno di un comandante 
mi hanno detto che la paga è interessante 
e che il carico è segreto ed importante 
il pensiero della responsabilità si è fatto grosso 
è come dover saltare al di là di un fosso 
che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato 
saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto 
di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura 
cosa sarò? dove mi condurrà la mia natura? 
La faccia di mio padre prende forma sullo specchio 
lui giovane io vecchio 
le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio 
“la vita non è facile ci vuole sacrificio 
un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione” 
arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione 
e adesso è questo giorno di monsone 
col vento che non ha una direzione 
guardando il cielo un senso di oppressione 
ma è la mia età 
dove si guarda come si era 
e non si sa dove si va, cosa si sarà 
che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto 
e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera 
dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera 
ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare 
mi perdo nelle letture, i libri dello zen ed il vangelo 
l’astrologia che mi racconta il cielo 
galleggio alla ricerca di un me stesso con il quale poter dialogare 
ma questa linea d’ombra non me la fa incontrare. 
Mi offrono un incarico di responsabilità 
non so cos’è il coraggio se prendere e mollare tutto 
se scegliere la fuga od affrontare questa realtà difficile da interpretare 
ma bella da esplorare 
provare a immaginare come sarò quando avrò attraversato il mare 
portato questo carico importante a destinazione 
dove sarò al riparo dal prossimo monsone 
mi offrono un incarico di responsabilità 
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire 
getterò i bagagli in mare studierò le carte 
e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte 
e quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora 
diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione 
questa è la decisione.”

Spunti per una discussione in gruppo …

Il messaggio della canzone è evocato attraverso molte metafore e immagini. Uno spunto per un lavoro di gruppo può essere quello di individuare, insieme ai giovani, le immagini che più li hanno colpiti e discutere insieme i significati che vi attribuiscono.

Alcune immagini utili possono essere:

La linea d’ombra:

cosa rappresenta per i giovani? Dalle parole dell’autore, capiamo che è il confine tra ciò che conosco e l’ignoto. Cosa c’è oltre quella linea? Cosa vuol dire “uscire dalla propria terra”? L’interrogativo mi attrae e mi spaventa?

E mi chiama a prendere una decisione su cosa fare:

aspettare senza far nulla, fantasticando, o prendere il timone e partire verso l’ignoto?

La rotta:

ogni nave ha una rotta, cioè un itinerario da seguire e un luogo da raggiungere. Qual è la mia rotta? Dove sta andando la mia vita? Cosa può darmi la felicità? Come raggiungerla? Dio ci chiede il coraggio di ascoltare e credere alla sua chiamata: dove ci condurrà questo meraviglioso viaggio?

Il bagaglio:

sono le cose che ci portiamo nel viaggio: le speranze, le domande, i timori. Per l’autore, molti di questi oggetti possono rallentare o ostacolare il nostro viaggio. Quali sono i timori, le paure, ma anche i sogni e le speranze che hanno i giovani verso il futuro?

La scacchiera:

alcune volte la vita sembra una partita a scacchi. Ogni mossa, ogni azione ha una conseguenza su se stessi e sugli altri.

Le carte:

indicano la rotta. Sono lo strumento principale per il comandante. Quali carte possiamo consultare per conoscere l’itinerario della nostra vita? Decido di procedere a caso o rileggo i fatti della vita cercando un aiuto per interpretarli?

Il comandante:

è colui che guida la nave, conosce i mari, legge le carte. È colui che si prende la responsabilità del viaggio e delle decisioni da prendere. Quando mi sento chiamato a prendere delle decisioni?

Alcune frasi del testo offrono analogie tra il viaggio in mare e il correre il rischio dell’esodo, in particolare al passaggio tra l’età della giovinezza e l’età adulta. Possono diventare oggetto di discussione in coppia o nel grande gruppo. Alcuni esempi:

“Saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo”.

“una nave c’ha bisogno di un comandante mi hanno detto che la paga è interessante e che il carico è segreto ed importante”.

“un senso di oppressione ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va, cosa si sarà che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani”.

“non so cos’è il coraggio se prendere e mollare tutto se scegliere la fuga od affrontare questa realtà”.

2 Brano estratto da “Spiritualità sulla strada” di Giorgio Basadonna

Perché si esce di casa? Perché si affronta l’ignoto e si abbandona una sicurezza? Perché ci si mette in una situazione precaria? C’è un richiamo, un invito: qualcuno o qualcosa ci ha stimolato, ci ha fatto sentire una voce che chiama, ci ha fatto venire la voglia di uscire e di metterci in cammino verso nuovi orizzonti. C’è una intuizione, un desiderio, un sogno; c’è quel fascino dell’ignoto che batte al nostro cuore e lo seduce; c’è quella attrattiva che viene da lontano e vince le nostre riluttanze. C’è una sintonia misteriosa che conduce verso realtà diverse e apparentemente contrastanti con le nostre comodità e il nostro benessere, e ci fa superare le ultime resistenze.

All’inizio di una route[1] c’è sempre una chiamata: non è solamente l’invito organizzativo, né il dovere legato alla propria partecipazione a questa o quella associazione. Anche se queste occasioni burocratiche hanno la loro importanza e di fatto danno origine all’esperienza della strada, la chiamata viene da più lontano e dal più profondo: è una chiamata che risuona nel di dentro di noi, è una voce diversa dalle solite che scaturisce nel nostro spirito e che difficilmente si riesce a soffocare.

È in fondo la voce di Dio, è quella stella che misteriosamente è brillata in oriente e ha mosso i sapienti a venire fino a Gerusalemme e a Betlemme: “Abbiamo visto la stella, e siamo venuti”.

Sembra una logica assai semplice e determinante, eppure è la logica della più grande libertà e, nel medesimo tempo, della più grande razionalità: se senti una voce straordinaria, se vedi un fatto nuovo, non puoi restare come prima, non puoi fingere di ignorare, ma devi partire e andare a vedere. La tua libertà, sollecitata da questo richiamo forte e deciso, deve rispondere: solo così sei libero, cioè solo così vivi tutte le tue esperienze e non elimini nulla, non lasci da parte neppure una briciola della tua personalità.

La voce della tua fantasia, dei tuoi sogni, dei tuoi desideri più coraggiosi, dei tuoi ideali più alti ti chiama e ti invita a metterti per strada: è la voce di Dio, di quel Dio che ti abita dentro e che ti vuole fare più grande, ti vuole più libero, e ti porta fuori. Come per Abramo, Dio ti conduce fuori e ti dice. “Alza gli occhi e conta le stelle del cielo, se puoi. Così sarà la tua posterità” (Genesi 15,5).

È Dio che ti vuole fare capire il senso profondo della tua vita, di questa tua esistenza che troppo spesso ti appare stupida o assurda, inutile per te e per gli altri: è Dio che vuole aiutarti a capire la tua fede, il tuo rapporto con Lui. E non c e modo migliore che “uscire”, mettersi in cammino, abbandonando le sicurezze e le abitudini troppo pesanti, che soffocano il tuo slancio e ti chiudono nella tua povertà quotidiana.

Mettersi per strada è, allora, anche un modo per verificare la propria fede, per accorgersi realmente del valore del credere, per toccare con mano che cosa significa “cercare”, cioè sapere e non ancora vedere, sentire la mancanza di qualcosa che preme e di cui si ha bisogno, avvertire un vuoto che non può restare ed esige di essere colmato.

Il coraggio di uscire, di abbandonare ripari e difese troppo spesso limitanti, di rinunciare a quanto già si ha per ottenere ciò di cui si avverte il bisogno: questo è mettersi per strada. E non è facile. C’è sempre qualche scusa, qualche motivo che appare come buono e serio per restare dove si è, per continuare come si è, per non partire.

Ma è paura, è vigliaccheria, è falsità, perché vero invece è il nostro estremo bisogno di cambiare, di crescere, di conoscere, di rispondere agli interrogativi più urgenti che battono dentro di noi.

Bisogna uscire, mettersi per strada, abbandonando il solito, le abitudini, anche le più sacre, e mettersi a disposizione di Dio, della verità tutta intera, dell’amore, della gioia che sono il vero nostro destino.

Ci vuole una buona dose di coraggio: ma per fortuna c’è qualcuno che ci invita, ci accompagna, che almeno inizia con noi la nuova strada. Ci vuole una comunità che inviti, che organizzi, che faccia venire la voglia: ci vuole qualcuno più esperto e più coraggioso, più amante del rischio, che trascini con se. […]

Ma poi, appena si comincia, appena la strada si snoda sotto i nostri passi, ci si accorge che, come le nebbie del mattino, la paura si dilegua e adagio adagio sorge il sole.

Di fatto vivere la vita come un viaggio può avere il rischio di continuare a viaggiare, vedere senza mai fermarsi, ma soprattutto senza mai ritornare al punto di partenza. Vivere la vita come un pellegrinaggio forse, vuol dire che una volta arrivato alla meta sento l’esigenza di tornare indietro per dire agli altri ciò che ho visto.

La mia vita è un pellegrinaggio? Mi sento più un viaggiatore con la valigia, esigente, che richiede tutti i comfort o un pellegrino che con semplicità affronta zaino in spalle la strada che si apre davanti a sé?

(G. Basadonna)

Si potrebbe far provare ai giovani l’esperienza del mettersi in cammino su di una strada non conosciuta (o poco conosciuta).

Gli educatori dovrebbero, alla “partenza”, leggere il brano della chiamata di Abramo e poi, al termine del percorso, leggere la pericope evangelica della Trasfigurazione di Gesù con un commento alla Parola prendendo spunto all’introduzione proposta per questa domenica del cammino di Quaresima giovani.

Lungo il tragitto si potranno creare delle tappe in cui i giovani possono leggere stralci del testo di Basadonna e trovare qualche segno evocativo del cammino.

[1] “strada” secondo il linguaggio scout

Fonte: il sussidio alla Quaresima 2020 della Diocesi di Piacenza-Bobbio