Paolo de Martino – Commento al Vangelo di domenica 31 Ottobre 2021

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Chiamati semplicemente e meravigliosamente ad amare

Gesù è appena uscito da alcuni scontri con le autorità giudaiche. Il vangelo è intriso di un apparente paradosso: più si è vicini alla religione, più si è imbevuti di quella mentalità, più difficile accogliere Dio.

Prima c’è stata la parabola dei vignaioli omicidi, poi la controversia sul tributo a Cesare e infine quella con i sadducei sulla risurrezione dei morti. A questo punto uno degli scribi, poiché Gesù aveva risposto bene, gli fa una domanda sul comandamento più grande, senza cattive intenzioni. Non a caso saranno le sinagoghe, i luoghi più pericolosi per Gesù. In una sinagoga sarà presa la decisione di assassinarlo e nel tempio tenteranno di lapidarlo. La sua condanna sarà emanata dalla più alta carica religiosa, il sommo sacerdote e il sinedrio, cioè le persone più religiose, la confermeranno. I pii israeliti gli sputeranno in faccia, lo schiaffeggeranno, lo bastoneranno e lo irrideranno: in nome di Dio uccideranno Dio. Perché tutto questo? Perché un’idea religiosa, cioè attribuita a Dio, diventa inconfutabile, incontrovertibile e appare come l’unica e assoluta verità.
Questo scriba va da Gesù e gli chiede: “Qual è il più il primo di tutti i comandamenti?”

La domanda dello scriba non è oziosa. I precetti del Signore contenuti nella Torah erano 613, suddivisi in 365 negativi (come i giorni dell’anno) e 248 positivi (come gli elementi del corpo umano di quel tempo). Vi era anche una distinzione tra precetti facili e difficili, ma i rabbini raccomandavano di osservarli tutti. Stabilire quale fosse il primo di tutti i comandamenti, significava trovare l’essenza di tutta la Legge.

Lo scriba conosce benissimo la risposta. Il comandamento più grande è quello del “Sabato”, l’unico al quale anche Dio si era sottoposto: pure lui, dopo sette giorni, si era riposato. Chi disobbediva a questo comandamento era punito con la pena di morte. Gesù se ne infischiava del Sabato perché, per lui, una regola contro l’uomo non ha senso: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. Di sabato non si poteva fare nessun lavoro, neppure curare o visitare gli ammalati ma lui lo farà. Non si potevano percorrere più di 900 metri ma lui li fa e addirittura strapperà spighe di grano, uno dei trentanove lavori proibiti esplicitamente di sabato. Di sabato non si poteva trasportare nessun peso ma lui inviterà un uomo infermo a farlo. Insomma lo scriba sa che Gesù non dirà mai il sabato.

Gesù cita due testi dell’A.T: uno dal Deuteronomio, la preghiera che ogni pio ebreo recitava due volte al giorno (lo Schema Israele): “Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” e l’altro dal Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso“.

Interessante vedere che tutto parte dall’ascolto. Solo chi accetta qualcosa può darla a sua volta. Solo chi si sentirà amato sarà in grado di amare. Il cristianesimo è innanzitutto un lasciarsi amare da Dio (prima l’ascolto).

L’A.T. era attraversato da due grandi tradizioni: una che vedeva la preghiera quale mezzo per arrivare a Dio, l’altra, quella dei profeti, che vedeva l’amore per l’uomo quale strada per raggiungere Dio. Gesù si situa in sintonia con questa seconda corrente.
Lo scriba riconosce la sapienza di Gesù, Gesù riconosce la sua voglia di capire. Lo seguirà? No. Dal vangelo non risulta proprio. Gesù sembra dirgli: “Se ami Dio, lo si vede da quanto ami il tuo prossimo”. Per lo scriba, che ha dato la sua vita per la legge, questo è troppo.
Finché la fede sarà solo la somma di sacrifici, non sarà mai veramente la fede di Gesù Cristo. Solo quando si ama, si è liberi di fare un sacrificio che diventa la libera espressione del nostro amore.

Marco sta dicendo alla sua comunità che la fede è ben più della religione.
È la fine della religione (intesa negativamente come quell’insieme di atteggiamenti, di comportamenti, che l’uomo ha nei confronti di Dio per ottenerne la benevolenza) e l’inizio della fede. La fede non è ciò che l’uomo fa per Dio, ma ciò che Dio fa per l’uomo e che l’uomo accoglie. La legge regolava il rapporto tra Dio e gli uomini. C’era un codice dov’era prescritto esattamente tutto ciò che l’uomo doveva o non doveva fare e l’uomo doveva osservare questa legge. La legge, però, non può conoscere la mia storia personale. Gesù viene a inaugurare un nuovo rapporto con Dio, non più basato su una legge, ma sull’accoglienza del suo amore. Certo, le regole (nella vita come nella fede) ci aiutano a raggiungere degli obiettivi, a cogliere delle opportunità. Così le norme e le regole che la Chiesa si sono date ci aiutano a restare fedeli al Maestro purché abbiamo l’onestà di distinguere cosa proviene da Dio e cosa è frutto degli uomini. Alle Parole che Dio aveva affidato a Mosè, i devoti di Israele avevano aggiunto una siepe di precetti per proteggere la Torah.

Con Gesù la relazione con Dio non è più basata sull’osservanza di una legge, ma sulla pratica di un amore assomigliante a quello del Padre. Esistono delle eccezioni alle regole, dice Gesù, e bisogna accogliere le regole per ciò che sono: degli strumenti.
Ricordiamocelo quando nella Chiesa riduciamo il Vangelo a una serie di norme da osservare! Ecco perché quella di Gesù non può essere definita una religione del libro bensì una fede nell’uomo: per Gesù al centro c’è sempre l’uomo.

Con Gesù di Nazareth, Dio non è più al traguardo della propria esistenza ma è l’inizio. Non siamo noi ad amare Dio, ma è Dio che ha amato noi. È Dio che prende l’iniziativa. È un Dio che immeritatamente e incondizionatamente ama gli uomini.
L’uomo non deve far altro che accogliere quest’amore, lasciarsi trasportare da quest’onda d’amore e con Dio e come Dio andare verso gli altri.

Il credente non dà la vita per Gesù, ma “con” Gesù e “come” Gesù per gli altri. Dio non ha bisogno di nulla. Il fare le cose per Dio impedisce a Dio di fare qualcosa per noi! Non sono le nostre opere a favore di Dio che ci rendono felici. Non è la nostra “agitazione spirituale” ad attirare Dio in noi! È l’opera di Dio che entrando in noi può finalmente renderci uomini e donne felici.

Un giorno chiesero a Madre Teresa: «Perché lo fa?». Si aspettavano come risposta: «Per Dio». Lei sorridendo invece disse: «Per amore». «Cioè per Dio», ripresero. «No, per amore. Perché la sua sofferenza tocca il mio cuore». Non si ama l’altro perché Dio lo comanda ma perché ci tocca il cuore. «E se Dio non ci fosse?», chiesero una volta sempre a Madre Teresa. «Non ho amato per Dio, ho amato per amore di chi mi stava davanti» e siccome nell’uomo c’è Dio, amando il fratello lei amava anche Dio. Poi concluse: «Non so mai se chi dice di amare Dio, lo ami davvero. Ma so che chi ama l’uomo, lo sappia o no, ama Dio».

La bella notizia di questa Domenica? Al centro della fede c’è l’amore. Siamo chiamati ad amare, non obbedire a norme, né celebrare liturgie, ma semplicemente, meravigliosamente ad amare.

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