Paolo de Martino – Commento al Vangelo di domenica 16 Maggio 2021

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AUTORE: Paolo di Martino FONTE: Sito web SITO WEB CANALE YOUTUBE PAGINA FACEBOOK


Quaranta giorni dopo Pasqua celebriamo l’Ascensione di Gesù in attesa della Pentecoste ( Domenica prossima).
Fino al V secolo vi era un’unica festa perché fu un unico evento. Gesù è morto e risorto, è istantaneamente salito al cielo e rimane in mezzo a noi con lo Spirito Santo. Queste tre feste sono tre sfaccettature dell’unico evento della Risurrezione.
Ogni anno sorge sempre la stessa domanda: non poteva restare? Perché se ne è andato? Non poteva restare in mezzo a noi da risorto? Non sarebbe stato più bello?

No amici e meno male! Solo così oggi possiamo festeggiare la presenza eterna di Cristo in mezzo a noi.
Gesù aveva bisogno di liberarsi del tempo e dello spazio per poter essere definitivamente presente in ogni angolo del mondo contemporaneamente e per sempre.
Questa modalità è la possibilità che ogni essere umano ha di poter dire: posso incontrare il risorto.
Da quel giorno in Dio c’è un uomo: Gesù di Nazareth.
Da quell’istante nessuno può più dire: “Dio non conosci la sofferenza” oppure: “Che c’entra Dio con la mia vita?”. Nessuno può dire: “Dio non conosci la fatica del lavoro!” e neppure… “Dio non conosci la morte”. Da quel giorno Dio sa. Da quel giorno nulla, eccetto il peccato, è estraneo a Dio.

«Solo il cristianesimo ha osato situare un corpo d’uomo nella profondità di Dio» (R. Guardini).
Che bello! Gesù quando è ritornato al Padre si portato dietro tutta la nostra umanità!
Sotto lo sguardo del Padre, da allora, ci sono le nostre gioie, i nostri dolori.
Insomma, niente di ciò che ci rende umani adesso è sconosciuto a Dio!
Tutti adesso possiamo fare esperienza di Dio perché Lui vive in noi.
Oggi celebriamo due partenze: Gesù va verso il Padre e gli apostoli sono invitati ad andare verso il mondo per annunciare la bella notizia di un Padre che ci ama gratuitamente alla follia. E’ la prima Chiesa in uscita.
“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15).
Ad ogni creatura.Tutta la creazione ha bisogno di buone notizie e di questi tempi di quante “buone notizie” abbiamo bisogno.
Oggi anche noi riceviamo questa consegna. Cosa dobbiamo fare? Solo e semplicemente annunciare questa bella notizia. Niente altro.
Gesù non dice; organizzate feste, fate manifestazioni, occupate posti di rilievo nella società. Semplicemente: annunciate il vangelo! Non annunciate una cultura, una teologia o una ideologia, solo il Vangelo. Gesù chiede di continuare quel ministero della Parola che aveva formato la sua principale attività.

Lo so cosa state pensando: è possibile cambiare il mondo con la parola? Per noi ammalati di efficientismo, sembra roba da ingenui. Eppure non c’è nulla di più forte della parola perché si rivolge all’intelligenza e alla libertà dell’uomo.
A noi, per quanto sgangherati, il Signore affida il Vangelo, come tesoro custodito in fragili vasi di creta. Quando annunciamo il Vangelo, diciamo parole infinitamente grandi perché hanno sapore d’eternità.
E Gesù assicura che ce la faremo a trasmettere la Parola anche se le difficoltà ci sembreranno insormontabili. Com’è possibile? L’ultimo versetto è la fonte della nostra certezza: “il Signore operava insieme con loro”.
Mi capita spesso di sentire persone che esclamano: “Ma io da solo, con le mie forze non ce la posso fare”. Questa frase, per un cristiano, è senza senso. Noi non siamo mai soli con le nostre forze. Con me ci sarà sempre la forza di Dio, che sarà la forza della mia forza.
Come farei altrimenti ad operare prodigi come è assicurato da Gesù a quelli che credono?
Gesù risorto è riconosciuto nell’opera dei suoi discepoli attraverso dei segni, segni da leggere in chiave spirituale.
Sono segni che accompagnano ogni credente e il primo segno è la vita che guarisce. Possiamo essere certi che la nostra fede è autentica se da speranza, se conforta la vita e fa fiorire sorrisi intorno a noi. E il prodigio sta in una parola: il Signore opera insieme.
Il Signore opera con te quando offri un bicchiere d’acqua, quando accudisci un ammalato, quando aiuti un povero, quando offri una parola di conforto…

Siamo chiamati ad essere testimoni del Vangelo, narratori credibili di un incontro che ha cambiato la nostra vita (o almeno così dovrebbe essere). Se non lo riusciamo a fare forse è perché non ci ha davvero stravolto la vita.
La chiamata ad evangelizzare non è un optional del cristianesimo o qualcosa riservato a Vescovi, preti e diaconi. E’ un elemento essenziale della vita di un discepolo.

Lasciamo che lo Spirito ci guidi in mare aperto per essere testimoni di un amore che diciamo di averci ribaltato la vita.
Ma l’Ascensione è anche la condizione affinché possa accadere il dono dello Spirito.
Gesù si fa assente proprio perché possa entrare in scena lo Spirito. A noi, siamo sinceri, l’esperienza di un’assenza non piace perché ci fa sentire soli, ci provoca inquietudine. Noi siamo sempre a caccia di presenze, di certezze.
Gesù ci da una certezza ma su un altro piano. Gesù ci dona la certezza dell’ “essere”.
Ci dice chi siamo e se sappiamo chi siamo, non abbiamo bisogno di avere altre certezze.
E’ quando smarriamo chi siamo che vogliamo continuamente certezze. Solo quando perdiamo le nostre certezze siamo nella condizione ideale di aprirci allo Spirito.

L’Ascensione, insomma, prepara l’arrivo di qualcun altro (lo Spirito Santo), una presenza diversa. In fondo l’Amore funziona così: chi ama è disposto a fare un passo indietro affinché l’altro diventi protagonista della sua vita, emerga con la sua diversità e la sua specificità.
L’Ascensione è il passo indietro di qualcuno che ci ama, un passo indietro necessario perché la Pentecoste possa davvero accadere dentro la nostra vita.
La bella notizia di questa sera? Dio ha fiducia in noi e sa che riusciremo a portare speranza ad ogni vita che incontreremo.

Fonte: il blog di Paolo de Martino

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