Paolo de Martino – Commento al Vangelo di domenica 11 Ottobre 2020

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Dopo il sorpasso delle prostitute e dei pubblicani, i sacerdoti e gli anziani devono mandar giù un altro boccone amaro.
Con questa nuova parabola (la seconda di un trittico che Matteo ha abilmente composto) Gesù svela la chiave di lettura della storia della salvezza, cavalcando le onde dell’allegoria della vigna del grande Isaia.
La vigna è il popolo di Israele, il padrone è Dio, i contadini sono i capi del popolo, i servi i profeti e il Figlio è Gesù.
C’è una vigna e c’è il suo padrone.

Nella Palestina del tempo vi erano questi grandi padroni stranieri con grandi latifondi.
Il terreno veniva coltivato da affittuari o mezzadri.
Naturalmente il padrone era all’estero e quando il raccolto era pronto veniva o mandava i suoi servi per portalo via.
I conflitti erano frequenti sia per lo sfruttamento scriteriato da parte dei padroni, sia perché non tutti gli anni vi era un buon raccolto, sia perché a volte i poveri affittuari cercavano di “fare i furbi”.
Il racconto della parabola narra l’intreccio della nostra infedeltà con la passione ostinata di Dio. Gesù anticipa ciò che sta per accadere: come i profeti e il cugino asceta Giovanni, anche Lui verrà rifiutato.
Gli ascoltatori vengono raggiunti nelle loro chiusure e presunzioni: sanno rispondere correttamente alla domanda del Rabbì di Nazareth, ma non ne traggono le conseguenze, non si lasciano aprire gli occhi.
Sono convinti che Gesù parli con loro.
In realtà, il Maestro, parla di loro.
E’ bellissimo questo padrone attento e appassionato per la sua vigna.
La pianta con cura, le fa una siepe attorno che possa custodirla come il suo abbraccio, scava un frantoio perché è certo che porterà frutto abbondante e costruisce una torre perché dall’alto la si possa sorvegliare.
Ma questa tenerezza contrasta con la furia omicida dei vignaioli che fanno piazza pulita dei servi e nemmeno si arrestano davanti al figlio.
Questo contrasto è l’eterno intreccio tra l’amore di Dio e il nostro rifiuto.
Quanti messaggeri Dio manda nella nostra vita e quante chiusure, mediocrità e falsità ancora segnano il nostro rapporto con Lui.
La parte liturgica purtroppo non ha la finale molto eloquente. “Udite queste parole i sommi sacerdoti e i farisei”, e appaiono i farisei che non erano apparsi perché l’evangelista vuol far comprendere che lo scontro di Gesù è con tutte le forze religiose di Israele, “capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo”.
Lo vogliono eliminare. Le parole di Gesù non suscitano un desiderio di pentimento, ma l’eliminazione di chi li ha smascherati.
Per la casta sacerdotale al potere, per le autorità religiose, non c’è nessuna speranza.
La vigna e la passione di Dio è la mia vita.
Il suo scopo è portare frutto, il suo rischio è l’inutilità.
Il vendemmiatore, viene ogni giorno, viene nelle persone che cercano pane, conforto, vangelo, giustizia, amore.
Viene in coloro che talvolta ci domandano un po’ di coraggio per continuare a vivere, per non lasciarsi andare. Che cosa gli daremo? Un vino di festa o uva acerba?
Io sono la vigna e la delusione di Dio, e se il Regno, alla fine, sarà dato ad un altro, forse inizierà da capo la conta della speranza e della delusione.

Così è il nostro Dio: Il bene possibile e sperato vale più della sconfitta patita. Patto d’amore mirabile e terribile.
Ma c’è di più. La parabola dell’amore deluso non si conclude con un fallimento.
Tra Dio e l’uomo le sconfitte servono solo a far meglio trionfare l’amore di Dio.
La soluzione dei giudei è logica: ancora sangue, nuovi vignaioli e nuovi tributi.
Riprende il ciclo immutabile del dare e dell’avere, nulla cambierà davvero.
Gesù introduce la novità del Vangelo: Dio non spreca la storia in vendette.
Il suo Regno è una casa nuova la cui pietra angolare è Cristo, una vigna nuova dove la vite vera è Cristo.
È l’ultima meraviglia, l’ultima vittoria di un illogico amore.
I contadini omicidi, nella parabola, dicono: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!» Niente di più vero!
Dall’aver messo a morte Dio, gli assassini ebbero in cambio l’eredità stessa di Dio, ovvero la sua stessa vita. Perché l’amore funziona solo così! Dà la vita a chi gliela toglie, perdona chi lo ferisce, accoglie chi lo rifiuta. Altrimenti sarebbe semplicemente un uomo, che toglie la vita a chi attenta alla sua, fa violenza a chi lo ferisce, e allontana chi lo rifiuta.
Dopo averlo trafitto, il centurione fa la prima grande professione di fede: «Davvero costui era Figlio di Dio».

La vigna sarà donata a chi sa fare i frutti buoni che Isaia enumera: aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue.
Il frutto che il Padrone attende non riguarda il suo proprio interesse, ma il volto dei suoi figli non più umiliato: passione di Dio, al tempo stesso suo patimento e suo desiderio.
Il mondo è di Dio, ma è dato a chi lo rende migliore, a chi fa crescere vigne.

Quando ci apriremo per davvero alla sua visita?
Quando smetteremo di pretendere che Dio ci ascolti, senza aver nemmeno provato a sentire se Lui ha qualcosa da dirci?
Quando concederemo a Lui il primato sulla nostra vita?
Forse anche noi avremmo saputo rispondere correttamente alla domanda di Gesù, così come hanno fatto gli interlocutori del tempo.
Forse anche noi siamo convinti che Gesù parla con noi e non di noi; siamo certi di essere a posto, sereni e tranquilli con la tessera aggiornata e fedele del buon cristiano.
Forse mentre ascoltiamo questa parola ci vengono in mente altri (vicini di casa, parenti, colleghi, conoscenti…) che dovrebbero proprio farsi un bell’esame di coscienza a partire da queste parabole che stiamo ascoltando…
Ecco: se è scattato anche uno solo di questi ragionamenti, allora questa parabola è proprio per noi e parla di noi.
La bella notizia di questa Domenica? In Dio, il lamento non prevale mai sulla speranza. E il frutto di domani conta più del rifiuto di ieri.


AUTORE: Paolo di Martino
FONTE: Sito web
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