Paolo de Martino – Commento al Vangelo di domenica 10 Ottobre 2021

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Il vangelo racconta di un uomo, ricco, senza nome, (i ricchi nel vangelo non hanno mai il nome) perché compensa con la ricchezza la mancanza d’identità. Matteo aggiungerà che era giovane, Luca ricorderà che era un notabile.
Sente che qualcosa gli manca. Corre incontro a Gesù perché avverte un vuoto dentro di sé.
Abbiamo un po’ tutti l’esigenza di riempirci di cose, d’impegni, di soldi per non sentire la sofferenza, l’inquietudine, che alberga nei nostri cuori.

Quest’uomo desidera sapere, imparare (si mette in ginocchio!). Insomma le intenzioni erano buone. «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Tradotto: cosa devo fare per essere felice?
Gesù gli fa una prima proposta: “Osserva i comandamenti”.
L’uomo li aveva osservati fin da piccolo. Cosa c’è di meglio del dovere compiuto? E’ sincero, vuole davvero colmare la sua sete di vita. E’ andato da Gesù perché cerca realmente qualcosa di più; si vede che gli altri maestri non l’hanno convinto.
Noi amiamo quelle assenze che ci fanno vivere, diceva Rilke. Noi viviamo di assenze, di ciò che ancora manca.
Eppure all’uomo non basta. Allora Gesù lo fissa e lo ama, dice Marco.

Perché lo ama Gesù? Perché quest’uomo voleva andare oltre la norma. Era più che “religioso” ma lui cercava la Vita. Gesù gli mostra ciò che può essere, ciò che ha dentro. Ecco la proposta: «Va, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!»
Non basta osservare i comandamenti. Gli chiede di guardare in fondo al cuore e di interrogarsi su chi o che cosa occupa il primo posto.
Gesù prende di mira ogni attaccamento: soldi, le tradizioni, le nostre idee. L’attaccamento è credere che quella cosa ci farà felici.

L’uomo è spaventato adesso, il suo volto si oscura. Cercava un maestro buono, cercava buoni consigli per vivere ma ha trovato una persona da seguire. Era arrivato correndo, se ne va camminando. L’uomo si rende conto che ci vuole coraggio, troppo. E’ triste perché comprende che per tutta la vita resterà osservante e triste. Ne conosco di cristiani onesti e infelici. Osservano i comandamenti, vanno a messa tutte le domeniche, magari partecipano anche a qualche catechesi ma non hanno la gioia. Per questi cristiani è quasi tutto proibito, il resto è obbligatorio. Tutta la vita scorre tra le categorie del premio o del castigo.

Sono persone tristi perché non hanno scoperto il tesoro, quello vero, quello promesso da Gesù. Tristi perché si trovano in mano solo sabbia e fango.
A quest’uomo manca una decisione che dia valore alla vita. Per essere felici non basta solo tenere in ordine la propria vita. Per essere felici serve uno scopo, un motivo per cui valga la pena vivere, un motivo per cui si darebbe via tutto.
Noi cerchiamo la felicità nel possesso perché ci dà sicurezza, invece è proprio il possesso il motivo che ci rende infelici. Le persone felici sono quelle che hanno scoperto la bellezza del dono di sé e hanno lasciato tutto ciò che pensavano essere la loro ricchezza.
Quest’uomo, in fondo, si è accontentato, ha detto “no” a se stesso. Poteva vivere volando ad alta quota, si è accontentato di razzolare. Poteva vivere alla grande, per paura ha scelto di vivere mediocremente. Ecco cosa rende triste un uomo: rinuncia, per paura, a ciò che potrebbe diventare, al sogno di Dio su di lui.

Ieri come oggi, alcuni uomini credono che tramite buone azioni, preghiere, una vita irreprensibile si garantiscono il regno di Dio. A questi Gesù dice: “Non solo così è difficile ma è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”. A dire il vero, che un cammello passi per la cruna di un ago è impossibile (altro che difficile). Non è possibile conquistarsi il Regno. Gesù sembra dire: “Amico, il regno di Dio non dipende da te, non lo puoi conquistare”. Il Regno è un suo dono, è gratis! I nostri meriti, le nostre buone azioni non ci garantiscono nulla.
Gesù chiede a quest’uomo e a noi un distacco e un capovolgimento.

Distacco per essere leggeri, liberi da zavorre che riempiono la vita d’inutilità. Non mettiamo la nostra speranza nelle cose. La vita ha senso per il bene che si sceglie non per i beni che si possiedono.
Capovolgimento per entrare nella Sua logica: il tesoro (già ora!) cresce man mano che si dona. Ecco il centuplo promesso ai discepoli che hanno lasciato tutto per Lui. Cento volte tanto già ora, dice Gesù.
“Coraggio”, sembra dirci Gesù, “vivete leggeri, mettete ordine nel cuore, stabilite priorità, scegliete me”.
La storia sembra finire male. Alla fine però, ecco una luce di speranza sulle labbra di Gesù: tutto è possibile presso Dio.
Pietro avanza una richiesta all’apparenza meschina: Cosa si guadagna? Perché dobbiamo farlo? In realtà dietro quest’apparente crudezza si nasconde una concretezza che dovremmo sempre avere presente: la fede o è un guadagno o non serve a nulla. Il guadagno della fede? La centuplicazione della vita stessa, una vita nella quale prevale il gusto delle cose perché quando smetti di possedere case, fratelli, sorelle ecc. … cominci a godere in modo nuovo di ognuna di queste cose.
A tutto questo si aggiunge la vita eterna, cioè la vita dell’Eterno, la vita nella sua interezza.
La vita eterna non è semplicemente la vita futura come la può pensare qualsiasi uomo appartenente ad altre religioni. La vita eterna è Gesù stesso.

La vita eterna non è una promessa per il futuro, ma il presente! Chi crede (cioè vive come Lui) ha la vita eterna, ora, adesso! La “vita eterna” non è la “vita dopo la morte”, ma la “vita dell’Eterno”, una vita compiuta, realizzata. La risurrezione riguarda i vivi! Cioè Dio ci dona una qualità di vita così grande capace di superare la morte. La vita eterna non è un premio che avrà chi si sarà comportato bene ma un “modo di vivere” già nel presente. L’eternità è già iniziata.

Allora se un cristiano lascia qualcosa, è solo per un meglio. Perdere di vista questo meglio significa consegnarsi a una narrazione che vede il cristianesimo inseguire sacrifici e penitenze facendo crescere solo frustrazione, non felicità. E questo lo si comprende anche senza pensare al cristianesimo. Se viviamo la fede solo come sacrificio, quale felicità possiamo trasmettere?
La passione di Dio, allora, è moltiplicare per cento quel poco che abbiamo, quel nulla che siamo e riempirci la vita di affetti. Ecco perché seguire il Signore, è il migliore affare della nostra vita.

La bella notizia di questa Domenica? Dio è libertà, gioia, pienezza. Siamo chiamati a rinunciare ma solo di ciò che è zavorra che impedisce il volo. Lasciamo qualcosa per avere tutto.

Fonte: il blog di Paolo de Martino | CANALE YOUTUBE | PAGINA FACEBOOK


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