Paolo de Martino – Commento al Vangelo del 8 Maggio 2022

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Al sicuro nelle sue mani

Seguimi, ha detto il Risorto a Pietro. Seguimi come sei, con la tua fragilità, con le tue paure, con i tuoi slanci e le tue cadute.
Seguimi, fidati, perdonati i tuoi tradimenti, lasciati raggiungere, lasciati amare.
Seguimi, ha detto il Risorto a Pietro e lo dice, oggi, a ciascuno di noi.
Come il focoso ex-pescatore di Cafarnao, anche noi siamo chiamati a ricentrare la vita su di Lui, il Risorto, il pastore.
Ci sono delle occasioni della vita in cui ci sembra davvero di essere strappati a noi stessi, di perdere ogni riferimento, di soffocare. Una malattia, un fallimento, un litigio, un allontanamento e tutto cade, tutto si svuota.
Gesù, oggi, ci lancia un messaggio di speranza e di bellezza.
“Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono”.

In queste poche parole è racchiusa l’esperienza viva che i primi cristiani, in mezzo a persecuzioni, lotte, conflitti, maldicenze e difficoltà, facevano: chi ascolta e segue il Signore non teme nulla. Perché nessuno ti può rapire, strappare dalla sua Mano.
La maggior parte delle persone scambia l’udire con l’ascoltare.
Udire è percepire un suono: è fisiologico. Posso udirti ma non per questo ascoltarti.
Ascoltare, invece, è poter sentire quanto, ciò che odo, provoca in me e attorno a me.
Ascoltare è porre attenzione, è un atto consapevole.
Non si può diventare adulti, maturi, cresciuti, senza la capacità di ascoltare se stessi e l’altro. Da come ascoltiamo noi ci evolviamo. Quello che ascoltiamo ci costruisce. Perché il nostro orecchio è la conchiglia con la quale noi costruiamo il nostro interno.
Ogni giorno udiamo milioni di suoni ma quanto ascoltiamo?
Alcuni santi si sono convertiti di fronte ad una parola ascoltata. Alcuni di noi, invece, hanno letto la Bibbia intera più volte e il vangelo migliaia di volte ma non è successo niente. Perché? Udire è percepire un suono; ascoltare è farlo ri-suonare in noi, che vibri le corde della nostra anima.

E invece noi udiamo tutto: voci che entrano e che escono, ma non si fermano, non creano vibrazioni, non si sedimentano. Siamo chiusi.
L’ascolto è il nostro primo lavoro, il primo servizio da rendere a Dio e al prossimo, il primo modo per dare all’altro – sia Dio, sia un fratello – l’evidenza che esiste, che è importante per me. Amare è ascoltare.
Ma come riconoscere la sua voce? Come faceva Maria, custodendola e meditandola nel cuore. «Gli uomini si chiamano da un silenzio all’altro, si cercano da una solitudine all’altra. E ogni voce viene da fuori. Ma tu, Tu sei una Voce che suona in mezzo all’anima» (G. Von Le Fort).
In molti dialetti non esiste neppure il verbo ubbidire, sostituito dal verbo ascoltare.
Quante volte il lamento dei genitori ripete: quel figliolo non ascolta; quel ragazzo ormai non ascolta più nessuno. E intendono dire: non ubbidisce più a nessuno.
È lo stesso lamento di Dio che riempie la bibbia: ascolta, Israele! Ascoltare significa ubbidire.
“Io le conosco ed esse mi seguono“.

Conoscere per noi è sapere chi è uno, dove abita, quanti anni ha e cosa fa nella vita.
Ma che conoscenza è questa? E’ una conoscenza di dati, di informazioni, una conoscenza da carta d’identità.
Per la Bibbia, invece, conoscere è fare un’esperienza, incontrare, sentire, percepire.
Quando un uomo conosce una donna, nella Bibbia, nasce un figlio: hanno cioè, un incontro sessuale. Conoscere è sperimentarti, incontrarti.
Ti conosco non perché so chi sei o dove abiti o cosa fai nella vita.
Ti conosco se ti sento, se avverto ciò che sei dentro, ciò che provi, ciò che vibra in te.
Ti conosco se ti incontro, se colgo ciò che ti abita, ciò che sta in te, ciò che vive in te.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
C’è una sproporzione, tutta a nostro vantaggio, nel vangelo di oggi, tra ciò che Gesù fa per noi, e ciò che noi dobbiamo fare per rispondere al suo dono. Ed è più importante, per una volta, soffermarci su quanto Gesù promette. Lo si fa così raramente.
Tutti ci richiamano continuamente al dovere, all’impegno, allo sforzo di far fruttare i talenti, di mettere in pratica i comandamenti, e molti cristiani rischiano di scoraggiarsi per le tante volte che non ce la fanno. E allora è bene, è salute dell’anima, respirare la forza che nasce da queste parole di Gesù: «io do loro la vita».

La vita di Dio è data, presente dentro di noi come umile seme, che inizia quasi a muoversi nel cuore ogni volta che sfioriamo Gesù un po’ più da vicino (A. Louf).
“Le mie pecore non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano“.
Arpazo vuol dire rapire, strappare via, prendere, rubare: siamo tutti percorsi da questa paura di essere strappati via. E’ la paura e l’angoscia di perdere la propria vita e quella dei cari.
Seguire Gesù è accettare che si frantumi l’illusione di poter avere o possedere qualcosa.
Nulla è mio, ma io sono di Dio. Mi fa male, mi lacera accettare questa verità; mi lacera perché in me c’è l’illusione di avere potere su qualcosa. E, invece, non ho potere su nulla.
Allora io mi sento nel palmo della mano di Dio e lì sono al sicuro, perché sento che è l’unico posto dove mi posso riposare e fidare, dove non ho nulla da temere, nulla di cui aver paura.
A me non appartiene niente, ma io appartengo a Lui, e questo basta.
“Dalla Sua mano nessuno potrà rapirci.”

La forza e la consolazione di questa parola assoluta: «nessuno». Subito raddoppiata: «ti rapirà mai». C’ è un verbo non al presente, ma al futuro a indicare un’intera storia, lunga quanto il tempo di Dio. L’uomo è, per Dio, una passione in grado di attraversare l’eternità.
Sì, c’è un posto sicuro, c’è un accoglienza gratuita, c’è una custodia affidabile. Per te.
Spesso lo diciamo: “Siamo nelle mani di Dio!”. Ma ci crediamo davvero? Davvero affidiamo la nostra vita alle Sue mani?
Mi viene in mente l’avventura della liberazione di Israele: “Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire con mano potente” (Es 6,21). Questa mano, quella che liberò dalla schiavitù i figli di Abramo, è la mano che si prende cura di noi.
Di che cosa possiamo aver paura? Cosa può farci stare in ansia? Anche noi abbiamo le nostre schiavitù: un relazione che non funziona, un lato del nostro carattere che rischia di essere troppo ingombrante nella relazione di coppia, una passione che può diventare un vizio, un passo che non riusciamo a compiere… Quella mano può salvarci da tutto questo, può ridarci quella libertà che ci permette di essere uomini e donne autentici e felici.

Mi viene in mente il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato” (Is 49,15-16).
Il nostro nome sta su quella mano, come un tatuaggio indelebile, come un ricordo eterno.
Siamo radicati in Lui, piantati nella sua mano, custoditi dalla sua potente tenerezza.
La bella notizia di questa domenica? Il Signore è Risorto, è vivo in mezzo a noi e ci promette che la nostra vita, tutto di noi, è al sicuro nelle sue mani.

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