Paolo Curtaz – Commento al Vangelo di domenica 1 Aprile 2022

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Sulla riva

A volte mi sento come Pietro.

Gesù è risorto, certo. Lo sa. È corso al sepolcro, ha avuto anche una sua apparizione privata che Luca menziona ma di cui nessuno parla (non è andata granché bene, penso).

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Tutto bello, tutto vero. Ma non fa per lui.

Lui è altrove, travolto dalla sua colpa, smarrito come un bambino che si è perso. Deluso di sé e della sua parentesi mistica. Caduto pesantemente in terra dopo avere volato in alto.

Come ci sentiamo quest’anno, reduci dalla pandemia (che ancora cova), impauriti dall’orribile guerra (ogni guerra è orribile) alle porte di casa e che minaccia tutte le nostre certezze.

Gesù è risorto, evviva. E abbiamo anche celebrato la Pasqua con le chiese piene. A siamo corsi a vedere qualche città d’arte per stordirci il giusto. Tutto vero e bello.

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Ma dentro serpeggia un malessere infinito.

Come di chi si arrende alla vita.

Gesù è risorto e glorioso, vivo, ma lui, Pietro, è rimasto in quel cortile. A quel tradimento. Alla sua figuraccia. Ha toccato per mano quanto è distante dalle fede, altro che roccia.

Pietro crede, certo. Ma la sua fede non riesce a superare il suo fallimento.

È Pasqua, evviva. Ma la mia vita resta sepolta dai miei sbagli o dalla fortuna o dalla paura, dalle paure. Da un lutto o da un dolore, da una malattia o da mille ombre.

È festa per gli altri, non per me.

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Sul lago

È tornato alle sue origini, Simone. Da tre anni non era uscito con la barca, non aveva preso le reti. Torna, riprende la vita di prima. Come a dire: fine dell’avventura, della parentesi mistica, si torna alla dura realtà.

Ma forse, anche, lo spero, il cuore indurito di Pietro ha dato ascolto a quel monito riferito dalle donne: vi aspetta in Galilea. Forse, ancora una volta, in lui alberga una piccola speranza.

Gli altri apostoli – teneri! – lo accompagnano sperando di risollevargli il morale.

E invece nulla, pesca infruttuosa: il sordo dolore di Pietro allontana anche i pesci.

Come accade anche a noi se, annunciando il Vangelo, mettiamo il dolore al centro.

Come capita anche a me, quando a malumore si assommano disgrazia e rabbia, fastidio e depressione.

Non basta avere conosciuto il Signore per avere una vita nuova, l’uomo vecchio ci fa sempre compagnia e, talora, prevale. Così come vincono scoraggiamento e paura.

Ma Gesù, come spesso accade, aspetta Pietro alla fine della notte.

Gesù ci aspetta sempre alla fine della notte.

Di ogni notte. Ci aspetta sulla riva.

Camperisti

Il clima è pesante. Nessuno fiata mentre riassettano le reti.

Un silenzio rotto solo da quel rompiscatole che si avvicina per attaccare bottone e chiede notizie sulla pesca. Nessuno ha voglia di parlare, la schiena curva, il capo chino, il cuore asciutto e sanguinante.

Ma quel perditempo insiste, proprio la persona sbagliata al momento sbagliato.

Come accade anche a noi quando vorremo annegare nel dolore e dobbiamo intrattenerci in una conversazione inutile e frivola.

Finché.

«Riprendete il largo e gettate le reti», dice il camperista.

Tutti si fermano. Andrea guarda Giovanni che guarda Tommaso che guarda Pietro.

Come scusa? Cos’ha detto? Cosa?

Le stesse parole pronunciate dal falegname di Nazareth, tre anni prima.

Nessuno fiata, riprendono il largo, gettano le reti dalla parte debole e accade.

Nessuno osa parlare. Ma sanno. Sanno. Sanno.

È lui.

I pesci

Si avvicinano, nessuno fiata. Sanno che è lui. Non osano dirlo, non osano pensarlo, ma lo sanno. Gesù chiede di andare a prendere del pesce che hanno appena pescato.

Li vuole coinvolgere, non fa tutto lui, li incoraggia a fidarsi di loro stessi.

Ed è Pietro ad andare. Chi studia la Bibbia ci dice che la comunità di Giovanni, molto carismatica, ha capito che non basta il carisma, ci vuole una struttura, dei punti di riferimento. E così Pietro è protagonista di questo pezzo di vangelo aggiunto alla fine del testo giovanneo.

Prende i pesci. Centocinquantatre appunta l’evangelista, senza che la rete si rompa. Forse il numero delle specie di pesci presenti nel mare secondo gli ebrei, come fa notare san Girolamo. Come a dire che la Chiesa contiene tutte le diversità che sono ricchezza senza che la rete si rompa.

Ed è Pietro a trascinarla.

(Così per dire, per quando pensiamo alla Chiesa magnifica e impeccabile, un po’ a nostra immagine e somiglianza)

Amami, Pietro

Il silenzio, ora, è gravido.

Gesù si comporta con naturalezza, scherza, ride, mangia con loro.

Poi tenta il tutto per tutto e prende da parte Pietro.

L’ultima volta che si erano visti era stato al sinedrio.

«Mi ami, Simone?»

«Come faccio ad amarti, Rabbì, come oso ancora dirtelo, come faccio?» pensa Pietro.

«Ti voglio bene» risponde Simone.

«Mi ami, Simone?»

«Basta, basta Signore, lo sai che non sono capace, piantala!» pensa Pietro.

«Ti voglio bene» risponde Simone.

«Mi vuoi bene, Simone?»

Pietro tace, ora. È scosso, ancora una volta. È Gesù che abbassa il tiro, è lui che si adegua alle nostre esigenze. Pietro ha un groppo in gola. A Gesù non importa nulla della fragilità di Pietro, né del suo tradimento, non gli importa se non è all’altezza, non gli importa se non sarà capace.

Chiede a Pietro solo di amarlo come riesce.

«Cosa vuoi che ti dica, Maestro? Tu sai tutto, tu mi conosci, sai quanto ti voglio bene»

Sorride, ora, il Signore.

Sorride. Pietro è pronto: saprà aiutare i fratelli poveri ora che ha accettato la sua povertà, sarà un buon Papa. Sorride il Signore e gli dice: «Seguimi».

È tempo di partire. È tempo di credere.

Ora è Pasqua anche per lui.

Ora è Pasqua anche per te.

Sappiti amato. Non dubitarne.

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