Padre Giulio Michelini – Commento al Vangelo di domenica 2 Agosto 2020

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Il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci occupa uno spazio importante nella tradizione evangelica: è narrato da tutti e quattro i vangeli, e in quello di Matteo e di Marco addirittura due volte (cfr. Mt 15,32-39). Per quanto attiene la sua classificazione, normalmente viene interpretato, in modo generico, come un “miracolo sulla natura”; è però meglio pensare a un “miracolo di donazione”.

Il ritirarsi e la compassione (14,13-14). Tutto ha inizio quando Gesù cerca di ritirarsi in un luogo appartato, dopo aver udito che il Battista è stato arrestato e ucciso. Si tratta di un’interessante particolarità matteana, perché nel vangelo di Marco invece Gesù non sembra nemmeno essere informato della morte del precursore: in Mc 6,30-31 i discepoli, appena tornati dal loro viaggio missionario, sono invitati da Gesù in un luogo solitario per riposarsi con lui. Nel primo vangelo, al contrario, la destinazione verso il luogo solitario è decisa da Gesù dopo che questi ha «udito» della morte del Battista (Mt 14,13). Per questa ragione, e non per dar tregua ai suoi, Gesù «si ritira» e cerca un luogo per stare solo. Matteo non dice se Gesù voglia isolarsi per pregare (solo dopo, al v. 23, si descriverà Gesù mentre intende far questo), ma è possibile che oramai Gesù si sia reso conto che la sua vita è a rischio e che forse anche la sua morte è inevitabile: la fine del Battista diventa annuncio e presagio della sua stessa prossima morte, e infatti alcune parole o elementi della passione di Giovanni saranno ripresi per narrare quella di Gesù. La folla però segue Gesù, lo trova, e Gesù prova compassione. Nonostante il dispiacere per la morte del Battista e la paura che Gesù può aver sperimentato, nonostante tentasse di ritirarsi in un luogo solitario, non si occupa di sé ma di chi ha bisogno: «sentì compassione per loro e curò i loro malati» (14,14). Ed ecco poi che a sera (dettaglio che non troviamo in Marco) i discepoli chiedono a Gesù di congedare la folla.

Il pane per Israele (14,15-21). Si riparte con un’obiezione dei discepoli, che sembra quasi voler limitare il miracolo: non sanno cosa fare e non hanno risorse a disposizione. Ma il limite che per loro è invalicabile, da Gesù è affidato al Padre. Chiede anzitutto che le folle non vengano allontanate da lui, domanda che gli sia portato il poco che hanno, chiede ai discepoli di far riposare la folla, e coi pani e i pesci in mano pronuncia una benedizione a Dio (qui: prima dei pasti, già testimoniata nella Mishnà), quella che poi dirà anche all’ultima cena (cfr. 26,26); infine, dà il cibo ai discepoli perché lo distribuiscano alle folle, e tutti sono sfamati.

L’interpretazione del miracolo non è scontata. Lo sfondo dell’Antico Testamento porta certamente a vedervi un richiamo al racconto di Eliseo che riesce a sfamare molta gente nonostante l’obiezione dei servi (cfr. 2Re 4,42-44): Gesù è, in questa prospettiva, più di Eliseo. Altri hanno visto nel segno – grazie ai dettagli numerici che vi abbondano – la rappresentazione simbolica della storia di Dio con Israele prima e con la Chiesa poi: i cinque pani sarebbero i cinque libri della Torà di Mosè, i due pesci invece i Profeti e gli Scritti; i dodici cesti corrispondono agli apostoli, e così Gesù trasformerebbe la Torà e gli altri libri dell’AT nel cibo spirituale per i cristiani. Una simile lettura – analoga a quella che si è fatta per il segno di Cana – non sembra avere fondamento nel testo (anche se la Torà è effettivamente rappresentata dai rabbini come un pane; ma i pesci?), ed è condizionata da una teologia della storia della salvezza davvero semplicistica. Se poi si prosegue con la stessa metodologia per interpretare la seconda moltiplicazione, i tentativi a riguardo si sprecano e altre teologie emergono. Altri sottolineano oggi (l’interpretazione non è antica) un significato eucaristico del miracolo: sul lago si compirebbe l’anticipazione del banchetto dell’ultima cena, perché anche lì Gesù avrà davanti a sé i poveri d’Israele, che saranno liberati per sempre non dalle malattie o dalla fame, ma dai loro peccati (cfr. 26,28); anche lì Gesù avrà davanti a sé un poco di pane, che spezzerà per i molti di Israele.

Qualunque sia l’interpretazione più adatta, Matteo rispetto alle versioni degli altri vangeli accentua l’aspetto del limite, dal quale nasce il miracolo. Non solo quello dell’assenza del cibo e dei pochi pani e pesci, ma anche quello che porta Gesù sulla riva del lago: proprio mentre si ritira e vuole rimanere solo, non può non commuoversi per i suoi e mostrare così la sua comunione col Padre. Gesù parte da un limite, il suo e quello delle folle, con le loro malattie e la loro fame, ma proprio su questo limite Gesù fa leva, e quello che per gli uomini è impossibile diventa il possibile di Dio. La presenza di Gesù, che in Matteo è l’«Emmanuele»/«Dio-con-noi» (cfr. 1,23; 28,20), può così superare un altro limite, quello dello spazio e del tempo, e rendersi possibile ogni volta che i cristiani spezzano ancora quel pane e vengono sanati dai loro mali. Il Risorto – come racconta il brano seguente – si manifesterà ancora e non abbandonerà il suo popolo, anche nei momenti della fame e della prova, e anche se non lo si potrà più incontrare fisicamente.