Padre Giulio Michelini – Commento al Vangelo di domenica 13 Settembre 2020

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La misericordia di Dio e la misericordia per i fratelli

La parabola di oggi è esclusivamente matteana, e se il nostro evangelista, come si ritiene, era un giudeo-cristiano che voleva rimanere strettamente legato alle proprie origini ebraiche, le parole di Gesù acquistano un significato veramente particolare per la paradossalità e la sproporzione della misericordia che lì viene insegnata. Si badi bene, il giudaismo non è mai stato quella realtà “legalistica”, in senso dispregiativo, come spesso viene raffigurata, destinata per questo a finire e ad essere sostituita dalla Chiesa dei cristiani. Quando Gesù rimproverava i farisei e i dottori per il loro rispetto esclusivamente formale della Legge, lo faceva come noi oggi ci esortiamo vicendevolmente a vivere il vangelo.

Però è vero che Gesù ha sottolineato, più che altri nella sua tradizione, e come mai era stato fatto prima, l’aspetto del perdono da parte di Dio e il perdono reciproco. Anche se, come detto, nella tradizione giudaica è costante l’insegnamento sul perdono (si veda, ad es., un testo del II sec. a.C., il Testamento di Gad, VI,3, dove si dice: “Amatevi gli uni gli altri di cuore, e se uno pecca contro di te, parlagli di pace, senza nascondere inganno dentro di te; se poi si pente e confessa, perdonagli”), è anche vero che nel Talmud i rabbini stabiliscono che per lo stesso peccato, si deve perdonare un numero limitato di volte, come a dire, “la pazienza ha un limite”.

La nostra parabola deve aver colpito Matteo, tanto che questi la colloca in modo abbastanza affrettato, appena può, potremmo dire, subito dopo una provocatoria domanda di Pietro. Ma, come possiamo subito vedere, la parabola forse non apparteneva a questo contesto narrativo, perché in realtà Gesù non risponde alla questione posta dal primo degli apostoli. Pietro parla di quante volte, Gesù invece dice quanto è grande la misericordia di Dio.

Alcuni dettagli sono importanti per la comprensione del racconto. La figura del re che chiama i suoi sudditi a fare i conti è molto comune al tempo di Gesù, e viene usata decine di volte nel Talmud, nell’insegnamento rabbinico: lì, il re rappresenta quasi sempre Dio. La somma che il debitore deve al re (10.000 talenti) è il dato più esagerato del racconto: si pensi che, secondo lo storico Giuseppe Flavio, l’ammontare annuo dei tributi che le regioni della Galilea e della Perea potevano prelevare dai loro cittadini, al tempo di Erode il Grande, non superava i duecento talenti; le tasse della Giudea, della Samaria e dell’Idumea erano di seicento talenti. Insomma, il debito di quel pover’uomo ammonta ad una somma che non era nemmeno in circolazione nell’intera Palestina! Infine, l’allusione all’imprigionamento del debitore e alle torture che deve subire rispecchia un contesto greco-ellenistico sotto l’impero romano, piuttosto che ebraico, in quanto la tortura è proibita dalla legge giudaica. In conclusione, abbiamo molte iperboli, esagerazioni, tese a veicolare il messaggio del racconto.

Il primo messaggio della parabola è chiaro, e viene riassunto da Gesù al v. 35: come siamo stati perdonati, così come a noi è stato condonato un debito, così i discepoli di Gesù devono fare agli altri: è la formula del Pater sul perdono che troviamo ancora nel vangelo di Matteo. Ma un’altro significato è dato da un aspetto opposto a quello che normalmente subito notiamo nel racconto, e che abbiamo evidenziato appena sopra. Più che un di un debito, infatti, qui dovremmo parlare di un credito, di un dono. Infatti: seguendo la logica della narrazione, come ha potuto quel servo accumulare così tanti soldi? Dove li ha presi? Chi glieli ha dati? Forse si sta dicendo che un debito tanto grande altro non è altro che quanto il servo ha ricevuto dallo stesso padrone. Si parla qui infatti di talenti. Matteo è il vangelo che più di altri parla di monete e denari (indice forse del fatto che è stato composto in un background di una città commerciale come Antiochia), ma è soprattutto il vangelo che racconta la parabola dei talenti (Mt 25): questi, però, lì non sono tanto i soldi, o i debiti, quanto, piuttosto, il patrimonio da investire ricevuto dal padrone che sta per partire. Forse Gesù sta dicendo che tutti (i servi) veniamo al mondo con un enorme debito nei confronti di chi ci ha creati (il re); che la nostra vita ha un enorme valore, e che a tutti è stata data una quantità infinita di beni e doni; che, se riconosciamo il nostro essere debitori, allora non possiamo che tentare di restituire a Dio e al prossimo, con gesti di amore, quanto di bene abbiamo ricevuto.