padre Giovanni Vannucci – Commento al Vangelo per il 18 Ottobre 2020

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DIO E CESARE1

Una deputazione di Farisei e Sadducei propose a Gesù il seguente quesito: «Si deve o non si deve pagare il tributo a Cesare?». Odiosissimo era agli Ebrei il tributo che Roma esige- va. Nel porre la domanda i Farisei agivano con sottile perfidia: se Gesù avesse risposto di sì, si sarebbe reso impopolare agli Ebrei; se avesse risposto di no, sarebbe stato considerato dai Romani un ribelle, fomentatore di disordini. Gesù rispose chiedendo una moneta del tributo. Gli Erodiani gliela porsero, Gesù domandò loro: «Di chi è l’effigie e l’iscrizione sulla mone- ta?». Risposero: «Di Cesare». Allora Egli disse loro: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 15-21). Udita la risposta se ne andarono meravigliati; Gesù aveva sventato l’inganno da par suo e aveva stabilito una massima eterna della vita dell’uomo nel creato.

Pagare il tributo a Cesare, che valore ha agli occhi di un essere spirituale? Nella vita terrena, quanti Cesari l’anima è destinata a incontrare? E ognuno esige un tributo che è giusto pagare. Dare a Cesare quel che è di Cesare, alla materia quello che è della materia, allo spirito quello che è dello spirito. Purtroppo, spesso, con il pretesto di rifiutare il tributo a Cesare, ci si esime di pagarlo anche a Dio, oppure con farisaica ipocrisia, sotto pretesto di servire lo spiri- to, ci si rifiuta di adempiere anche i più sacri doveri verso la materia.

Doveri verso la materia? Sì. È tempo che ci si decida ad accettare la verità dell’essere: o si accetta il principio di un Dio creatore di ogni cosa, che a ogni cosa ha dato una legge e indicato un compito, e allora vedremo la materia non come qualcosa di abietto, ma come uno dei modi di essere del Creato, e vedremo nelle leggi della materia l’indirizzo supremo della mente di Dio. Oppure lo si rifiuta, e allora la creazione ci apparirà frutto di un misterioso caso e di una ancora più misteriosa necessità. E l’uomo, separato dal Creatore della materia, divie- ne schiavo delle leggi della creazione, perde il senso della sua presenza d’immagine divina nel Creato. Separato dal Creatore, chiuso nel suo io esistenziale, l’uomo non è più, esiste; cerca dolorosamente il paradiso perduto attraverso programmi utopici. Come sul denaro del tributo romano era impressa la testa di Cesare, così sulla moneta della forma materiale è impresso il segno augusto del Creatore della forma, della sostanza, l’impronta del Verbo di Dio, senza il quale: «Nulla sarebbe stato di ciò che è» (Gv 1, 3).

Abituiamoci a venerare, nella materia, la presenza dello Spirito divino e a veder come tutto sia buono. Il male non è nella materia, è nel cattivo uso della stessa. Aderire alle leggi della materia è aderire all’essenza stessa della volontà dello Spirito, cioè pagare a Cesare il tributo di Cesare e dare a Dio quello che è di Dio. Vivere nella legge, aderendo coscientemen- te alla legge, è pagare questo nobile tributo; ma vivere nella legge vuol dire esserne piena- mente consapevoli, vuol dire conoscere bene di chi sia la testa impressa sulla moneta. Forse per comprendere pienamente le parole di Cristo ci è necessario abolire una falsa evidenza che da millenni portiamo incisa nella nostra mente: il dualismo tra Creatore e creatura, tra Spirito e materia.

Dare a Dio ciò che è di Dio, significa ricollegare il Creato con il suo principio, vedere nella materia la veste sensibile e palpabile di Dio, sentire la materia come la parte che integra, esprimendolo, il mistero divino. Andando fino in fondo al comando di dare a Dio ciò che è di Dio, possiamo arrivare all’idea realtà che tutto il creato, il mio corpo vivente e quello dei miliardi di esseri che in questo istante esistono, sono la manifestazione visibile del mistero dei misteri, la parte integrante e necessaria perché esso venga disvelato. Cercare di comprendere il mistero delle cose create, scoprirne le leggi per rispettarle nella loro verità intima, significa vivere il proprio servizio religioso che è quello di ricollegare, nella nostra coscienza, il visibi- le con l’invisibile, la materia con lo spirito.

Lo spirito è l’interiore delle cose, la forma ne costituisce l’esteriore. Interiore ed este- riore non hanno un senso spaziale, si tratta di un guscio che è legato al mistero della manife- stazione e di una midolla che conduce al nucleo vivente delle creature. Il guscio appartiene all’esteriore, la midolla all’interiore, o anche il primo appartiene al basso, la seconda all’alto.

L’uomo che è consapevole dell’impronta divina nelle cose distingue l’Interiore dall’esteriore; l’uomo che ignora il mistero velato ed espresso nelle cose, rimuove l’interiore dall’esteriore, rimanendo esclusivamente nell’esteriore giunge al non-senso della vita che, a forza di essere troppo umana, diventa disumana. L’uomo che non dà a Dio quel che è di Dio, vive nell’esteriorità, soggetto in mezzo ad oggetti con i quali comunica con coscienza duali- sta: io e gli altri; il suo pensiero è sempre condizionato dall’esteriorità delle cose, esteriorità che sente essere il loro tutto.

L’uomo che da a Dio ciò che è di Dio, trasforma il rapporto con le cose da esteriore in interiore: esse cessano di essere degli oggetti e diventano soggetti di comunione, di scambio di vita, di mutua e gioiosa conoscenza, perché nell’intimo di ognuno c’è Dio. Nel piano inte- riore la materia torna a essere energia, l’uomo, conformemente al suo grado di partecipazione al mistero divino, irradia le energie divine.

Riportare il nostro corpo a Dio, attraverso l’obbedienza alle leggi che ne regolano l’esistenza, ci aiuterà a comprendere il senso della presenza fisica dell’uomo nell’universo: ri- verberare nel Creato il mondo divino.

1 Giovanni Vannucci, «Dio e Cesare» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984;. 29a domenica del tempo ordinario – Anno A; Pag. 177- 179.