padre Giovanni Vannucci – Commento al Vangelo per il 11 Ottobre 2020

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LA VESTE DI LUCE1

Esaminiamo con attenzione la parabola, offerta alla nostra riflessione in Mt 22, 1-14: i primi invitati, quelli cui spettava il diritto di entrare nella sala del banchetto, si rifiutano di andarvi, alcuni continuano i loro traffici, altri maltrattano e uccidono i domestici del re; al loro posto vengono invitati dei vagabondi che oziavano agli incroci delle strade. Entrati nella sala del pranzo, uno di loro viene trovato senza la veste nuziale, espulso, viene gettato nelle tenebre esterne, ove è pianto e stridore di denti.

Non è una parabola parenetica, detta cioè con intenzioni moralistiche o edificanti, è la raffigurazione, in un’immagine di apologo, della storia religiosa dell’uomo e del suo differente modo di rispondere ai ritmi della Rivelazione. In periodi ritmici, di cui non è impossibile tracciare la durata e il movimento, giunge una pienezza dei tempi, quando Dio, a passi vellutati come ladro di notte, chiama gli uomini del tempo che sta per chiudersi a raccogliere il grano maturo, a portarlo alla nuova festa nuziale che segna il termine di una Parola rivelata e l’inizio di un nuovo canto e di più matura gioia.

I sapienti, custodi della Parola al tramonto, continuano a ripetere le loro parole, i loro gesti, e mentre Dio cresce continuano a parlare e a tener chiuse le porte della vita. Allora Dio si rivolge alla terra senza attesa, agli emarginati, agli estromessi dal mondo ufficiale, e piega il loro cuore alla gioia delle nuove nozze. Ai primi, che conoscono il re e lo chiamano amico, è rivolto l’invito fin dai tempi dei tempi, e quando i tempi sono compiuti a essi quell’invito è ricordato. Mosè è inviato prima al Faraone, custode di una Parola ormai al tramonto; Gesù è inviato prima di tutto al popolo eletto, testimone di una Parola che ha dato i suoi frutti e che era entrata ormai nella stagione autunnale.

Chiunque, in qualsiasi maniera, si avvicini alla conoscenza, sa bene che essa lo porterà all’intimità con Dio, alla suprema amicizia con lo Spirito. Che tutto ciò possa creare degli obblighi o dei doveri non viene, ordinariamente, pensato, ma lo Spirito lo pensa. Egli ama i suoi amici e vuole onorarli, perciò li invita alla festa delle nuove nozze; li invita ad attuare quel mutamento di coscienza richiesto dalla novità della Rivelazione che avanza; ma quest’invito non è accettato, non è gradito. Il re allora non vuole più avere a che fare con simili amici, il banchetto è pronto, e non intende consumarlo da solo o in compagnia dei suoi servi, fa chiamare chi non si sarebbe mai aspettato l’invito, chi ormai è senza alcuna attesa.

Ecco che Dio chiama alla sua cena tutti quelli che da molto tempo non sperano più nulla. Nell’Egitto opulento e dotto, organizzato con la perfezione di un alveare, Dio chiama gli emarginati pastori ebrei; nel mondo dei dotti maestri di Israele, dei sapienti Greci e potenti Romani, chiama gli schiavi, quelli che non avevano personalità giuridica. Nella pienezza dei tempi raggiunta da ogni èra della Rivelazione, Dio chiama, con ogni mezzo, tutti quelli che hanno in sé il più piccolo elemento spirituale, li cerca ovunque siano, li forza, se occorre, a entrare nella sala delle nuove nozze, perché non vorrà che nessuno dei primi invitati si sieda alla sua mensa.

Dai primordi della storia umana ai giorni attuali, questa parabola si e sempre mostrata vera. Di continuo Dio favorisce della sua amicizia, dona cioè una più vasta intensità intellettuale ad alcuni uomini, li illumina di grazia, li avvalora di intuizioni, li colma di conoscenza, li inizia a una più ampia rivelazione, li invita alla mensa delle sue nuove nozze con l’umanità. I continuatori della loro opera hanno costruito, attorno alla loro Parola vivente e con l’intenzione di diffonderla, delle costruzioni ideologiche, delle formulazioni di comportamento, delle ascesi per giungere al suo vivo nucleo. Inevitabilmente da questa operazione è nata in essi la compiacenza delle loro costruzioni, l’orgoglio di essere nella verità, la fiducia dogmatica nella loro giustizia formale.

Quando la Parola che è stata rivestita di interpretazioni, di costruzioni e di ritualizzazioni giunge all’ora del suo tramonto e sta iniziando l’ascesa una nuova Parola rivelata, i primi invitati sono riluttanti ad andarle incontro e a rinnovarsi in essa, e le si oppongono o la rifiutano. Cosi si condannano a esser respinti, a non avere più partecipazione alla comunione divina. Allora gli emarginati subentrano agli inseriti, gli ignoranti agli eruditi, gli ultimi ai primi.

La condizione posta a chi partecipa alla festa nuziale è che indossi la veste richiesta. Il tema della veste ci riporta a un’immagine guida della esperienza religiosa ebraico-cristiana. Nel paradiso terrestre i progenitori del genere umano hanno perduto la veste di luce di cui erano rivestiti, e indossata una veste opaca di pelle, di non-luce (Gen 3, 21). Per questa scelta l’uomo si è inserito esistenzialmente nel mondo dell’esteriorità, privato del suo polo luminoso cominciò il suo cammino verso la morte. Lungo questo doloroso pellegrinaggio trova il percorso segnato da pietre miliari, le Parole della Rivelazione, che lo orientano verso la luce delle origini, verso la conquista della veste di luce, verso la vita vera. Il cambiamento di direzione bisogna che sia totale, altrimenti non sarà possibile il ritorno nella sala luminosa dove vengon celebrate le nozze di Dio e dell’uomo. Tra coloro che si muoveranno dai crocicchi per rispondere all’invito, ci sarà qualcuno che si muoverà non del tutto convinto, stimolato più da! pensiero equivoco che gli suggerisce: «Prova, non si sa mai», che da un’assoluta aspirazione alla luce. Anche costui rimarrà escluso e gettato nelle tenebre esteriori.

Scoprendo in noi un intenso desiderio di luce, una mente che non si placa delle piccole luci terrene, che godendo di un sole ne desidera mille per vivere una più vasta luce, mettiamo tutte le nostre forze e capacità a servizio di questa luminosa aspirazione. La nostra luce si unirà ad altre luci, queste ad altre in una nuova e non peritura Ecclesia: quella dove vengono celebrate le nozze dell’uomo e di Dio.

1 Giovanni Vannucci, «La veste di luce» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984;. 28a del tempo ordinario Anno A; Pag. 174-176.

Foto da Messaggero di Sant’Antonio