p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di domenica 15 Maggio 2022

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L’amore di Cristo fa sbocciare la speranza

Padre Ermes Ronchi commenta il brano del Vangelo di domenica 15 maggio 2022

Se cerchiamo la firma inconfondibile di Gesù, il suo marchio esclusivo, lo troviamo in queste parole. Pochi versetti, registrati durante l’ultima cena, quando per l’unica volta nel vangelo, Gesù dice ai suoi discepoli: «Figlioli», usa una parola speciale, affettuosa, carica di tenerezza: figliolini, bambini miei.

«Vi do un comandamento nuovo: come io ho amato voi così amatevi anche voi gli uni gli altri». Parole infinite, in cui ci addentriamo come in punta di cuore, trattenendo il fiato.
Amare. Ma che cosa vuol dire amare, come si fa?

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Dietro alle nostre balbuzie amorose c’è la perdita di contatto con lui, con Gesù. Ci aiuta il vangelo di oggi. La Bibbia è una biblioteca sull’arte di amare. E qui siamo forse al capitolo centrale. E infatti ecco Gesù aggiungere: amatevi come io ho amato voi.
L’amore ha un come, prima che un ciò, un oggetto. La novità è qui, non nel verbo, ma nell’avverbio. Gesù non dice semplicemente «amate». Non basta amare, potrebbe essere solo una forma di dipendenza dall’altro, o paura dell’abbandono, un amore che utilizza il partner, oppure fatto solo di sacrifici. Esistono anche amori violenti e disperati. Amori tristi e perfino distruttivi.

Come io ho amato voi. Gesù usa i verbi al passato: guardate a quello che ho fatto, non parla al futuro, non della croce che pure già si staglia, parla di cronaca vissuta. Appena vissuta. Siamo nella cornice dell’Ultima Cena, quando Gesù, nella sua creatività, inventa gesti mai visti: il Maestro che lava i piedi nel gesto dello schiavo o della donna. Offre il pane anche a Giuda, che lo ha preso ed è uscito. E sprofonda nella notte. Dio è amore che si offre anche al traditore, e fino all’ultimo lo chiama amico. Non è amore sentimentale quello di Gesù, lui è il racconto inedito della tenerezza del Padre; ama con i fatti, con le sue mani, concretamente: lo fa per primo, in perdita, senza contare. […]

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Altro commento dal blog della comunità di S. Maria del Cengio

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IN PUNTA DI CUORE

Gesù non dice amate quanto me, confronto inarrivabile, lui parla della qualità dell’amore, che è alla portata di tutti. Come me.

Non sia­mo più bravi degli altri, siamo più ricchi. Ricchi di Dio.

«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate come io vi ho amato»: uno dei marchi di fabbrica di Gesù. Parole infinite, primo passo in cui ci addentriamo come in punta di cuore.

Sì, ma di quale amore? Parola così abusata, parola che a pronunciarla male brucia le labbra, dicevano i rabbini.

L’amore d’agape sovrasta un’emozione o un’elemosina, perché va oltre e contiene la scoperta dell’altro, ma guai se ci fosse un aggettivo a qualificare chi merita il mio amore: giusti o ingiusti, ricchi o poveri, prossimi o lontani. È l’uomo, ogni uomo, a chiedere il mio amore. Perfino l’inamabile, perfino Caino.

Ma si può comandare di amare? L’amore imposto diventa caricatura, frustrante per chi ama, falso per chi è amato, e nella logica del Vangelo, non è un obbligo, ma una necessità per vivere, per respirare.

«Nuovo», dichiara Gesù. In cosa consiste la novità di queste parole se quel comando percorre già tutta la Bibbia? Essa emerge dal piccolo avverbio “come”: Gesù non dice amate quanto me, confronto inarrivabile, lui parla della qualità dell’amore, che è alla portata di tutti. Come me.

Non basta amare, potrebbe essere anche una forma di potere sull’altro, amore manipolatore che non dona niente. No: lo specifico del cristiano non è amare, lo fanno già molti, bensì farlo come lui, che ama di «combattiva tenerezza», lui che non si chiude mai in un verdetto e non guarda al passato.  E come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri, terzo passo. Espressione capitale, che ricorre decine di volte nel Vangelo.

Amore che indica passi, almeno un passo in avanti, possibile in qualsiasi situazione. Amore che ti fa debole eppure fortissimo: debole verso colui che ami, ma in guerra contro ciò che è male.

 Amore ricevuto, accolto come un’anfora che si riempie fino all’orlo e poi tracima, per diventare sorgente. Amore che non viene dalla mia bravura, ma da Dio, che comincia con il lasciarsi amare.

Amore che comprende lo stoppino smorto, la canna incrinata, ma non l’ipocrisia dei pii e dei potenti. Ama il giovane ricco ma attacca l’idolo del de­naro.

Amore guerriero e lottatore, ma se il male è contro di Lui eccolo diventare agnello mite che non apre bocca. Non è buonismo, è amore puro che vive lontano dall’ipocrisia dei sepolcri imbiancati.

Non sia­mo più bravi degli altri, siamo più ricchi. Ricchi di Dio.

Amatevi gli uni gli altri: non significa un obbligo, ma uno scambio di doni, nonostante che dare sempre, dare senza ritorno, sia molto duro. Ma se ognuno di noi sarà racconto del volto d’amore di Dio, diventerà canale non ostruito attraverso il quale l’amore, come acqua che feconda, circolerà nel mondo. Allora respireremo che il Suo non è un premio di buona condotta, ma un dono per me, per noi, senza un perché. Il senza perché di Dio. 

AUTORE: p. Ermes Ronchi FONTE: Avvenire e PAGINA FACEBOOK

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