p. Arturo MCCJ – Commento al Vangelo di domenica 19 Aprile 2020

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Nei Vangeli ci sono personaggi che risaltano per la loro peculiarità. Tra questi troviamo Tommaso detto ‘didimo‘ (gemello),  che spicca, più che altro, per la sua mancanza di fiducia. Certo Tommaso non fu l’unico ad avere dubbi riguardo al Signore. Quando il vangelo fu scritto Tommaso era sicuramente già morto e l’intenzione dell’autore non era certo di mettere in cattiva luce questo apostolo. Siamo verso la fine del I sec. D.C. e i cristiani, definiti della ‘terza generazione’, erano persone che non avevano visto Gesù e nemmeno conosciuto gli apostoli. Se dovessimo contare 3 generazioni per secolo, noi saremmo i cristiani della 61ª generazione eppure, dopo tanto tempo, ci troviamo ancora oggi nella stesse condizioni: facciamo fatica a credere, vorremmo vedere, toccare e verificare se tutto ciò che ci dicono sia vero. Ma io sto  andando un po’ veloce  oggi.

 Secondo Giovanni, Gesù decide di farsi presente in mezzo ai suoi discepoli nello stesso giorno della risurrezione (cfr. 20,1), cioè il primo dopo il sabato che, ancora oggi, è il giorno dell’assemblea cristiana. Non confondiamo i discepoli con i Dodici (ora ridotti a undici). Essi sono i seguaci di Gesù, sia attuali che futuri.Giovanni, infatti, quando lo ritiene opportuno, sa distinguere i Dodici da tutti gli altri (cfr. 6,66-67). Giovanni non parla direttamente di  apparizione ma sottolinea come Gesù, superando le barriere legate alla nostra dimensione fisica (porte chiuse), stette (estê, stette in piedi) ossia si fermò in mezzo a loro. In Brasile, la liturgia cattolica riprende questa visione giovannea. Al saluto iniziale del sacerdote/ministro: ‘Il Signore sia con voi’, l’assemblea non risponde dicendo: ‘e con il tuo spirito’ ma ‘Lui è in mezzo a noi’ (Ele està no meio de nòs). Il vangelo non si preoccupa di sapere come sia riuscito a farlo ma sottolinea come la cosa più importante sia percepire la sua presenza.

Gesù mostra loro le mani e il costato (v. 20a) non solo per  dimostrare la realtà della sua presenza, ma per ricordare come sia proprio in forza della sua morte in croceche egli può essere presente. 

Ma torniamo al nostro amico Tommaso. Giovanni  aveva già parlato  di lui quando, dopo la morte di Lazzaro, Gesù decise di recarsi a Betania e Tommaso disse : «Andiamo anche noi a morire con lui» (11,16). Tommaso pensa che seguire il Maestro significhi perdere la vita e non capisce che invece Gesù è il Signore della Vita. Durante l’ultima cena poi  risponde a Gesù: «Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscerne la via?» (14,5). Quest’ uomo è pieno di perplessità, di esitazioni e non riesce ad accogliere ciò che il suo intelletto non riesce a definire ed afferrare. Atteggiamento, quest’ultimo, che nel brano di oggi si fa ancora più evidente. Tutto questo vi ricorda qualcuno??? Forse se ci mettessimo davanti ad uno specchio potremmo rivederci nella sua persona. Non è interessante che proprio il soprannome di Tommaso sia ‘didimo’, gemello???!!! Come se lui fosse il gemello di ciascuno di noi, lo specchio biblico della nostra umanità davanti al mistero di Dio. Non capitemi male, il desiderio di fare un’esperienza personale e diretta del Risorto, come l’avevano fatta gli altri discepoli, è legittimo. Esso è criticabile nella misura in cui diventa una pretesa, a cui per di più si unisce la richiesta non solo di vedere, ma anche di toccare le ferite dei chiodi e della lancia.Ma Gesù non critica Tommaso per la sua richiesta, anzi si dichiara disponibile a soddisfarla fino ad arrivare alla sua professione di fede.

Cosa mi suggerisce tutto ciò? Io non posso fare a meno di vedere in questo testo lo sforzo di Giovanni nel sottolineare quanto il cammino della fede non si astiene dal coinvolgimento psico-intelletuale di ognuno di noi. Molti credono che credere significhi spegnere il cervello, non avere dubbi. Ricordo ancora un padre che diceva che i dubbi sono i semi sparsi dal demonio. Nella mia  esperienza di vita io credo esattamente il contrario. I dubbi sono segni della presenza dello Spirito che ci vuole far crescere, ci aiuta a comprendere sempre meglio quel suo ‘stare’ in mezzo in noi. Non è un caso che Giovanni mette proprio sulla bocca di Tommaso la più alta e sublime delle professioni di fede (che anticamente si bisbigliava al momento della consacrazione) in quanto coloro che avevano ‘visto’ appaiono nel testo come una immagine sbiadita. Tommaso è il primo a riconoscere in Gesù la presenza di Dio e questo come frutto del suo dubitare, investigare.

Quindi se in voi ci sono dubbi, benvenuti alla presenza del Signore, che scava piano piano in noi il cammino della vera fiducia nella sua presenza.

P. Arturo MCCJ

Fonte: https://missioworld.wordpress.com/2020/04/15/commento-2a-domenica-di-pasqua-anno-a/

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