Nicola Montereale – Commento al Vangelo di domenica 7 Febbraio 2021

91

Cristo: il “subito” della salvezza e l’“altrove” nei paraggi

Commento al Vangelo della V Domenica del T.O. di Nicola Montereale

Sembra che la liturgia della Parola di questa domenica rispecchia in toto il tempo che stiamo vivendo.
“…Era a letto con la febbre”.
Quanta gente oggi può identificarsi con la suocera di Simone, quanta gente sta combattendo con il dolore, anche per via del nemico invisibile che aggira ancora tra noi e in noi.
Tanti sacrifici, tanto sudore, tanto impegno, tanta fatica perché? Per andare dove?

Stig Dagerman si domanda: “Ma la vita deve veramente essere un vagare insensato verso una morte certa?”.
Come Giobbe, anche l’uomo di oggi “sospira l’ombra”, “aspetta il salario” del bene dato e donato, del “duro servizio” dato alla terra, ai propri cari, vicini e lontani e, dopo quasi due anni di convivenza con il nemico invisibile, si domanda continuamente: “Quando ci alzeremo?”
Sembrava che saremmo riusciti ad uscire da “mesi di illusione e notti di affanni” e invece siamo ancora qui a contare “giorni che scorrono veloci come una spola… senza un filo di speranza”.

“La notte dei Giobbe di oggi si fa lunga”, ma c’è una Parola che viene dall’alto e che può salvarci.
Una Parola che non si spegne, un Vangelo dà annunciare, “perché è una necessità che si impone”.
Di fronte alla precarietà della vita e alla contingenza del dolore, c’è una Parola vivente che ci farà vedere ancora il bene: è Gesù il Cristo, medico del corpo e dell’anima, ultimo tra gli ultimi, “debole per i deboli per salvare ad ogni costo qualcuno”.
Il Vangelo salva, la Parola diviene balsamo per addolcire le ferite ancora non rimarginate, Gesù diviene colui che si carica delle malattie altrui per liberarci definitivamente.

“Dio allora – direbbe il teologo Dietrich Bonhoeffer – non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua sofferenza”.
Che logica paradossale quella del Vangelo! Vinti si vince, umiliati si è risollevati.
Ma sorge spontanea la domanda: quando Signore ci salverai? Quando verrai?
Nei primi versetti della pericope evangelica di oggi troviamo la risposta: “…subito andò”.
Cristo è l’amico che subito ci capisce, che subito si mette in cammino per venirci incontro nella nostra sofferenza e così riempirla della sua presenza.
Cristo è il “subito” della nostra salvezza.

È Colui che fa le ore piccole per l’uomo, è Colui che “al mattino presto… quando era ancora buio…pregava” per coloro che gli chiedono aiuto, perdono, salvezza.
Ma Cristo è colui che prima di pregare, agisce; prima di parlare opera, affinché le parole seguano le azioni e non viceversa.
Una pedagogia per i nostri giorni: prima fare e poi, se proprio necessario, parlare. Prima la presenza e poi, se necessario, la predica.
Come alla suocera di Simone, ancora oggi Cristo si avvicina, rialza e prende per mano.
Tre azioni che indicano l’avvicinarsi del servizio, il rialzarsi della speranza e lo stringersi della carità.
La Chiesa oggi ha il compito di prolungare nel tempo e nello spazio queste azioni di Cristo verso i sofferenti, gli ammalati, i senza respiro.
Come Simone e gli altri discepoli, la Chiesa di oggi dovrebbe mettersi “sulle tracce” di Cristo. Avere cioè lo stesso passo di Lui, gli stessi piedi delicati per entrare con morbidezza e rispetto nei crocevia della sofferenza e del dolore. La Chiesa, in ultima analisi, dovrebbe mettere i suoi piccoli piedi proprio lì dove Cristo ha lasciato le sue tracce, ben consapevole che la traccia di Cristo è più grande e più importante.

Signore Gesù,
assaliti dall’ansia di non farcela
e dal timore di entrare
nelle strade sterrate del dolore,
anche i tuoi discepoli di oggi ti dicono:
“Tutti ti cercano”.
Ripetici ancora la tua consolante parola:
“andiamocene altrove”.
E a quanti ti chiedono dove sei
e perché non rispondi
proprio nei momenti più critici della storia,
ammaestraci e ricordaci
che non sei mai nella sofferenza e nel male,
ma sempre “altrove”,
cioè nel bene e nella luce.
Tu non prendi parte al male,
non sei suo complice,
ma hai sempre quella forza
capace di stare nei suoi paraggi,
in quei “villaggi vicini” della storia,
per risanare i cuori frantumati
e per fasciare le ferite delle piaghe ancora sanguinanti.
Insegnaci, o Cristo,
a condividere
con i nostri fratelli e sorelle,
il mistero del dolore
e, poiché unico fondamento della nostra speranza,
è la grazia che viene da Te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Amen.

N. Montereale