Nico Guerini – Commento al Vangelo di domenica 18 Ottobre 2020

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Tra Dio e Cesare

Le ultime tre parabole – quelle dei due figli, dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale, poste significativamente dopo la cacciata dei venditori dal tempio, dirette al gruppo ben noto di «sommi sacerdoti e farisei», i quali capiscono benissimo che, sotto il velo della parabola, Gesù li identifica con i personaggi negativi delle tre storie – hanno suscitato un crescendo di ostilità nei confronti di Gesù, che si fa violenta al punto che quei due gruppi, ora alleati, «cercano di impadronirsi di lui» (Mt 21,46), probabilmente per metterlo definitivamente a tacere.

Temendo la reazione della folla, ora decidono di «come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi». Ponendolo davanti a un problema concreto, sarà costretto a rispondere senza nascondersi dietro il velo delle parabole. Il tranello è astutamente realizzato con una domanda insidiosa, che riguarda il tema molto sensibile delle tasse, soprattutto in un popolo che si trovava sotto occupazione straniera: si deve pagare o no il tributo a Cesare?

Questa volta – e non è un caso – si trovano con loro anche gli erodiani, un gruppo sociale che, a differenza dei farisei, fedeli alla Legge, era dalla parte del potere politico, impersonato da Erode, di fatto un collaborazionista con i dominatori romani.

Apparentemente non c’erano vie di uscita: qualsiasi risposta avesse dato Gesù circa la scelta tra Dio e Cesare, si sarebbe messo contro l’uno o l’altro dei due gruppi. Gesù però non sceglie: distingue! Non per furbizia, o per trovare una scappatoia dando ragione ai due contendenti, ma per restaurare il corretto ordine di valori.

Ciro “non conosce il Signore”, eppure…
Il percorso delle letture inizia con un brano di Isaia (45,1.4-6) che spariglia subito le carte. Se qualche lettore, abituato a pensare che il dilemma tra Dio e Cesare consista nel contrasto tra potere civile e fede religiosa, magari pensando che il primo sia intrinsecamente cattivo rispetto a una fede ritenuta intrinsecamente buona, è subito servito.

Il profeta, autore della parte del libro compresa nei capitoli 40-55, chiamato per questo Secondo Isaia, parla infatti di Ciro, un pagano, fondatore dell’impero persiano, presentandolo come «suo eletto» (lett. «suo unto»), la stessa qualifica che poco sotto è ripresa come caratteristica del popolo eletto, «preso da Dio per mano per abbattere le nazioni», e soprattutto «aprire i battenti delle porte», chiamato per nome a somiglianza di tante vocazioni suscitate in Israele per una qualche missione.

Da dove tanta gloria, quasi si trattasse di un nuovo Davide o un novello Salomone? Dal fatto che Ciro, dopo aver sconfitto Babilonia, ha liberato gli ebrei dalla prigionia e ha permesso il loro ritorno in patria.

L’aspetto paradossale della vicenda è che colui che viene rivestito di una regalità identica a quella di un re d’Israele, è uno che «non conosce il Signore», al quale però il Signore dice: «ti renderò pronto all’azione anche se tu non mi conosci».

Ma c’è un’altra sottolineatura da fare in questo discorso: la non conoscenza non è un ostacolo a fare di Ciro uno strumento dell’azione del Signore, anzi, proprio la sua iniziativa liberatoria serve a puntare il dito non su di lui, ma su Dio stesso, perché l’intento di questo rinnovato esodo del popolo ebraico è che «sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla all’infuori di me. Io sono il Signore, non ce ne sono altri».

I versetti del Salmo 90 che seguono la lettura sono il più bel commento all’ultima frase del brano di Isaia, condensato nel versetto «Grande è il Signore e degno di ogni lode» che fa da ritornello alla proclamazione, o al canto, del salmo.

Una sintesi meravigliosa
Dovrebbe essere noto che, almeno nel Tempo Ordinario, mentre c’è un legame stretto tra prima lettura e Vangelo, la seconda lettura segue un percorso in certo senso indipendente costruito con brani del Nuovo Testamento. Questo non impedisce, come viene fatto regolarmente da questi commenti, di trovare una qualche maniera di collegarla a ciò che la precede e la segue quasi a tracciare una sorta di itinerario che ha una sua logica.

Oggi ascoltiamo il primo di cinque brani tolti dalla Lettera ai Tessalonicesi (1Ts 1,1-5b), il più antico tra gli scritti del Nuovo Testamento, composto una ventina d’anni dopo la morte di Gesù.

L’inizio è una sintetica panoramica della vita della comunità nata dalla predicazione di Paolo, una vita posta sotto il segno della Trinità, e animata dalle tre virtù che si usa chiamare teologali. L’apostolo, in uno con i collaboratori Silvano e Timoteo, scrive alla «Chiesa di Tessalonica» augurando «grazia e pace», e per esprimere la sua riconoscenza suscitata in lui, come dice, «tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro», riconoscendo alla fine che il Vangelo si è diffuso tra loro non soltanto «per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo».

È difficile superare una simile vertiginosa sintesi, che combina teologia e morale per farne la base imprescindibile di ogni comunità cristiana.

La moneta e l’immagine
Veniamo ora a riprendere il brano evangelico (Mt 22,15-21), e vedere quale era la posta in gioco.

L’attacco della vicenda rivela tutta la drammaticità della situazione: da una parte, farisei ed erodiani, due partiti che rappresentano mentalità opposte, che qui si coalizzano per mettere in trappola Gesù onde poterlo accusare; dall’altra, l’irritante ipocrisia con cui si rivolgono a lui: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno».

Viene poi la domanda tranello: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». E in effetti Gesù, prendendo sul serio il loro elogio, li chiama con il nome che si meritano: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?». È difficile l’intesa tra una persona sincera e una ipocrita. Così difficile che Gesù avrebbe anche potuto rifiutarsi di rispondere, come ha fatto quando «sommi sacerdoti e anziani del popolo» gli chiedono con quale potere operi, ed egli li mette in imbarazzo con un’altra domanda su quale potere usava Giovanni nel suo battesimo, e alla fine decide di «non rispondere alla loro» (Mt 21,23-27). E qui c’è già una lezione: alle domande tranello, che partono da un pregiudizio di chi fa finta di ascoltare avendo già una sua convinzione, non si risponde! Ma nel caso odierno Gesù imbocca un’altra strada.

La domanda esprime un problema che interessa tutti, dove non è in gioco, come nel caso evocato, l’agire di Gesù, ma un comportamento che riguarda ciascuno, e che viene collocato nel suo contesto.

Il ragionamento è fatto sulla «moneta del tributo», che riproduce l’immagine dell’imperatore. La tassa, allora come oggi, esprimeva la sottomissione all’autorità regnante, e poteva servire, allora come oggi, a finanziare opere di utilità pubblica, anche se spesso la tassazione era richiesta per finanziare guerre. Gesù però non si accontenta di dire che bisogna «rendere a Cesare quello che è di Cesare», ma aggiunge: «rendete a Dio quello che è di Dio»!

Se Cesare, come Ciro, governa un popolo, la sua autorità va riconosciuta anche con il pagamento del tributo, ma Cesare, come Ciro, si deve ricordare che uno è il Signore e non c’è nulla al di fuori di lui! Perché Dio è il nostro unico padrone, e noi portiamo, come la moneta del tributo, la sua immagine, che gli dobbiamo rendere riproducendo in noi la sua somiglianza! Ogni altra autorità è “vicaria” di quella di Dio sul quale si deve regolare (cf. Rm 13,1-7; 1Pt 2, 13-17, e Mt 17,27-47) e – come si diceva negli anni del Concilio – “se non serve, non serve!”.

Il problema supera di molto il combinare il rapporto Chiesa e stato, che tante discussioni e tanti disastri, da ambedue le parti, ha causato nella storia. I martiri di ogni tempo, del resto, stanno a dimostrare come si risponde ad un’autorità che prevarica.

E, per venire più vicino a noi, si pensi anche solo al tormento che Dietrich Bonhoeffer ha sofferto per decidere alla fine di unirsi agli attentatori di Hitler, che gli costerà la vita, quando si convinse che non c’era altra via per salvare il suo popolo dalla catastrofe.

FonteSettimana News

Commento a cura di Nico Guerini