Nico Guerini – Commento al Vangelo di Domenica 10 Gennaio 2021

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Battesimo del Signore: Gesù “Figlio prediletto”

La festa del Battesimo del Signore, in certo senso, è propriamente la prima vera e decisiva Epifania, che ha come soggetto e oggetto Gesù stesso. Mentre nell’annuncio della notte di Natale il bambino era stato rivelato ai pastori d’Israele e, nell’arrivo dei magi dall’oriente, era apparso ai pagani come “re dei giudei”, al Giordano, nel battesimo ricevuto da Giovanni, Gesù è rivelato anzitutto a se stesso, perché in quel momento accade l’evento che darà principio alla sua “missione” pubblica, e quel fatto costituisce esattamente il «principio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio», come scrive Marco aprendo il suo libro.

Del battesimo come inizio storico del ministero pubblico di Gesù parla esplicitamente Pietro nel discorso pronunciato in casa del centurione Cornelio quando dice: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,37-38).

In effetti, di una serie di “tre epifanie”, secondo un’antica tradizione, parla già chiaramente un’antifona, oggi collocata al Benedictus della festa dell’Epifania, introdotta dal classico Hodie della liturgia, che abbraccia in una sola affermazione eventi accaduti in tempi e momenti diversi: «Oggi allo sposo celeste è unita la Chiesa, perché nel Giordano Cristo lavò i suoi peccati; accorrono i magi con i loro doni alle nozze regali; e con l’acqua fatta vino si rallegrano i convitati».

La progressione della “manifestazione” di Gesù potrebbe dunque essere così ricostruita: nel Battesimo, Gesù è rivelato a se stesso in quanto riconosce la sua origine e il suo destino; ai magi egli è rivelato alle genti come destinatarie della sua vocazione; nelle nozze di Cana è rivelato più da vicino ai discepoli, davanti ai quali egli «manifestò la sua gloria, ed essi credettero in lui» (Gv 2,11).

Per la cronaca, una liturgia specifica per la festa del Battesimo di Gesù è stata iscritta nel calendario romano solo dopo il Concilio nel 1969 come sostituto della prima domenica del Tempo Ordinario, e solo nel 1981 il formulario ha ricevuto tre letture specifiche per ogni anno.

L’acqua, si sa, è elemento cruciale in un “battesimo”, che significa etimologicamente essere “immersi totalmente” nell’acqua. Come appare dalle mirabili catechesi mistagogiche dei Padri, dietro questa immagine stanno tre eventi che marcano in modo decisivo la storia della salvezza: la creazione, il diluvio, l’esodo con il passaggio del Mar Rosso. Fuor di metafora, sono indicate qui tre funzioni relative all’acqua:

1) essa è la fonte di tutto ciò che è vita;

2) è la distruzione purificatrice di ogni forma di sozzura;

3) marca la liberazione dalla schiavitù del popolo che è introdotto nel deserto per camminare verso la terra promessa.

Mediante l’acqua Dio crea, lava e libera.

Ai miei tempi (fine anni cinquanta) non c’era traccia di queste letture “mistagogiche” in ciò che si insegnava in teologia, dove tutto era incentrato sulla distinzione tra materia e forma del sacramento, tra chi, e come, e quando poteva essere “ministro” del battesimo. La mistagogia è l’istruzione che spiega il mistero/sacramento attraverso il commento ai riti alla luce del loro retroterra bilico.

Fu quando, da giovane prete, mi trovai a fare catechismo a dei giovani operai di cui mi occupavo in un pensionato, che mi resi conto che i manuali su cui avevo studiato non servivano a niente, e scoprii una letteratura di tutt’altro genere, a cominciare dal magnifico Bibbia e liturgia del grande Jean Daniélou. Mi si aprì un orizzonte totalmente diverso, dove la verità si incarnava in immagini ed esperienze, e le idee diventavano storia.

Un Dio di cui fidarsi

Oggi la prima lettura (Is 55,1-11) ci offre un compendio mirabile di una teologia del battesimo costruita attorno all’immagine dell’acqua.

Anzitutto ci viene detto che, senza il bere, e il mangiare, non c’è alcuna possibilità di vita e, insieme, che Dio offre abbondanza di cibo e bevanda: su questa base egli stabilisce la sua “alleanza” con noi. Ne consegue che tale “offerta” è capace di attirare popoli e nazioni, non solo in senso fisico, ma anche per la comunione che si può creare con Dio stesso, condividendo i suoi pensieri e facendo attenzione alla sua Parola.

Questa operazione richiede la fatica di “cercarlo” mentre si fa trovare, perché i suoi pensieri non sono i nostri. Si esige perciò un perenne esercizio di “conversione”, di «ritorno al Signore, che avrà misericordia di noi, e al nostro Dio che largamente perdona».

E, per finire, Isaia, contro ogni scetticismo e perdita di speranza indotto dai vari fallimenti dell’umanità, inneggia alla forza prepotente della parola di Dio, che, dice, «non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». Le tappe sono chiare, e designano un percorso da riprendere in continuazione:

1) partire dal nostro bisogno di “vita” in tutti i sensi del termine;

2) prendere e riprendere coscienza che Dio è in grado di rispondere alle nostre necessità, essendo questo anzitutto un suo desiderio, che realizza con il dono dei suoi benefici e massimamente della sua parola;

3) rimanere mediante un costante stato di “conversione” in questa atmosfera, che è la vera “acqua” del nostro battesimo;

4) soprattutto non perdere mai la fiducia, che è poi la fede, nel fatto che tale percorso è sempre possibile.

Il riassunto di tutto ciò è celebrato nel salmo responsoriale, tratto da Is 12,2.4-6, una possibile preghiera che accompagna i giorni.

Un amore che vince il mondo

La seconda lettura (1Gv 5,1-9) rilegge il battesimo come una “nuova nascita”, che significa aggiungere alla radice biologica della prima, una seconda radice, un fondamento più sicuro, capace di operare e di salvare la prima da un fatale annientamento, la “morte”, e non solo a livello biologico.

Questa seconda radice è la carità (Ef 3,17), come è scritto: «chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio: e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo e osserviamo i suoi comandamenti». Nasce così una grande onda di amore capace di “vincere il mondo”, inteso qui come la concentrazione di tutte quelle forze che potremmo chiamare “anti-amore”, e che Giovanni, con il suo stile di nette e brutali contrapposizioni, chiama abitualmente “odio” (1Gv 3,14-15).

Troviamo in questo testo un’identificazione che fa Gesù stesso nel vangelo (Mc 10,38), quella del battesimo come “sangue”, oltre che acqua, che, insieme allo Spirito, costituiscono la testimonianza che ha dato Gesù. Ma quella del sangue è un’immagine già implicitamente inclusa nelle tre ricordate sopra, ed è soprattutto il prezzo da pagare sia per la “purificazione” che viene dalle acque del diluvio, sia per la “liberazione” che si conquista attraversando il deserto dell’Esodo.

Convertirsi e credere

Il racconto del battesimo in Marco (1,7-11) è molto più conciso della versione di Matteo: due versetti, ma contiene quanto basta per capire cosa è successo. Consiglio però di leggere e meditare tutto l’incipit del secondo vangelo per vedere come l’azione di Dio nella storia si muova con una velocità sorprendente, molto diversa da quello che possiamo osservare nel comune svolgersi degli avvenimenti. In quindici versetti c’è una vertiginosa sintesi di secoli! Il passato, Isaia, è in tensione verso un futuro che è già qui: Giovanni. Ma il suo apparire fa scattare la storia verso “il più forte” che sta per venire. E che viene. Poi, lo Spirito, che feconda tutti gli inizi, trascina Gesù nel proprio movimento, lo “sospinge nel deserto”.

E, quando Giovanni è fermato perché non turbi la pace di orecchi che preferiscono il ritornello noioso dei canti feriali, la quiete di una vita sonnolenta che si avviluppa attorno alle proprie libidini sempre uguali, ecco Gesù che riparte e riattacca la musica tremenda della voce di Dio che invita a cambiare, con quella frase di quattro membri: «Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è qui! Convertitevi e credete nel vangelo» (1,15) che contiene il succo del suo messaggio e il progetto del suo ministero. Una volta che il vangelo ha fatto irruzione nel mondo, niente e nessuno lo può fermare.

Il battesimo vero e proprio è affidato ad alcune immagini chiave. Anzitutto Gesù non “esce” semplicemente dall’acqua, ma letteralmente risale, e in vista c’è già l’Ascensione che segue alla discesa nella morte, evidenziando la dinamica stessa della fede che dalla morte fa nascere la vita.

Poi i cieli si aprono, ed è la riposta alla preghiera con cui avevamo iniziato l’Avvento. Dai cieli scende lo Spirito in forma di colomba, che significa: la pace dopo il diluvio ed è il simbolo dell’amore.

E, infine, la voce dal cielo in cui tutto l’evento si condensa: «Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento». C’è in questo tragitto disegnato l’itinerario proposto a ciascuno di noi in quanto battezzati.

Ciò che abbiamo capito può essere tradotto in una bella preghiera allo Spirito Santo, un inno di Patrice de la Tour du Pin, Amour descendant aujourd’hui, di cui riporto l’ultima strofa: «Amore che discendi in questo giorno / vieni ad agitare le acque seppellite / dei nostri battesimi, / che dalla morte di Gesù Cristo / ci fan risorgere nella sua vita: / tutto è amore in colui che è amore». NB. Si possono trovare in Internet, cliccando il titolo, sia il testo originale delle quattro strofe dello splendido inno sia varie esecuzioni musicali.

FonteSettimana News | Commento a cura di Nico Guerini


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