mons. Vincenzo Paglia – Commento al Vangelo del 21 Marzo 2021

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“Vogliamo vedere Gesù”. Questa è la richiesta di alcuni greci saliti al culto durante la festa. “Vogliamo vedere” quel maestro che parla come mai nessun uomo aveva fatto. “Vogliamo vedere” uno che ha compassione, che spiega tutto, che va incontro agli altri, che piange per un suo amico che era morto. “Vogliamo vedere” colui che ha misericordia dei peccatori, che rende possibile la via della salvezza, che non è venuto a giudicare ma a salvare il mondo. “Vogliamo vedere Gesù”. È la richiesta del nostro mondo smarrito, confuso, segnato dalla violenza e dalla guerra, travolto dalle ragioni del conflitto che induriscono i cuori, che seminano largamente inimicizia, che armano le mani e le menti di tanti. “Vogliamo vedere Gesù” per sperare quello che oggi sembra impossibile sperare. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci spieghi cosa fare e che ci faccia comprendere che le uniche ragioni valide sono quelle dell’amore. “Vogliamo vedere Gesù” per non accettare la logica della violenza, perché abbiamo bisogno di guardare avanti, di ascoltare parole di cuore, vere, credibili, umane, disinteressate. “Vogliamo vedere Gesù”, perché cerchiamo di essere diversi e non sappiamo come fare; perché non ci possiamo perdonare da soli ed abbiamo bisogno di colui che rende nuovo ciò che è vecchio e scioglie dai legami del male.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”, dice Gesù. Per lui non era bastato venire sulla terra, anche se già questo mostrava il suo incredibile amore per gli uomini. Voleva donare tutta la sua vita sino alla fine, sino all’ultima ora, all’ultimo istante. Non che Gesù cercasse la morte. Al contrario, aveva paura di morire. Nella Lettera agli Ebrei che leggiamo come seconda lettura è scritto: Cristo “nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. Tuttavia ed è qui il grande mistero della croce l’obbedienza al Vangelo e l’amore per gli uomini sono stati per Gesù più preziosi della sua stessa vita.

Non era venuto sulla terra infatti per “rimanere solo”, bensì per portare “molto frutto”. E la via per portare frutto la indica con le seguenti parole: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. È una frase che sembra incomprensibile e per certi versi lo è, perché totalmente estranea al comune sentire. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiarla dalla fatica e dalla generosità. Nessuno è portato ad “odiarla”, come sembra invece suggerire il testo evangelico. Basti pensare alle cure che tutti abbiamo per il nostro corpo e alle sofisticate attenzioni che gli riserviamo. Il Vangelo parla un altro linguaggio, che appare duro, invece è realistico, vero. Il senso dei due termini (amare e odiare) è da intendersi sulla scia della stessa vita di Gesù, del suo modo di comportarsi, di voler bene, di impegnarsi, di pensare, di preoccuparsi. Insomma, Gesù ha vissuto tutta la vita amando gli uomini più di se stesso. E la croce è l’ora in cui questo amore si manifesta nella chiarezza più alta.

La vita di ognuno di noi è come un chicco che può dare frutti straordinari, anche al di là della nostra esistenza così breve e delle nostre capacità così limitate. La scelta di Gesù non è indolore. Il suo amore non è un sentimento vuoto o una sensazione, ma una scelta forte, appassionata, che affronta il male perché è più forte del male! “Adesso l’anima mia è turbata”, confida Gesù. Il verbo significa “pieno di spavento”, “triste fino a morire”. Povero Gesù! Di fronte al male resta turbato, come ogni uomo. Ma non scappa lontano cercando una situazione nuova; non si rifugia nelle cose da fare; non scarica la responsabilità su altri; non smette di pensare; non viene a patti con il nemico; non maledice; non si illude con la forza della spada. Gesù si affida al Padre del cielo che gli ha affidato la missione di salvare gli uomini dalla morte. La vittoria sul turbamento non è il fatalismo o il coraggio, ma la fiducia nell’amore del Padre che dona gloria, cioè la pienezza di quello che ognuno è. Gesù dice: “Che cosa dirò: Padre, salvami da quest’ora?”. No, si affida al Padre. Possiamo anche noi fare così nell’ora del dolore, della tristezza, delle tenebre, perché nella nostra debolezza si veda la gloria di Dio, cioè si manifesti la forza straordinaria dell’amore.

Ed il Padre non fece mancare la sua voce, che venne dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò”. Gesù spiega alla gente che quella voce è venuta per loro e non per sé. È la voce del Vangelo, che ci spinge ad aprire gli occhi, a non rimandare al domani, ma a capire oggi il segreto di quel chicco di grano che muore per dare frutto.


Per gentile concessione di mons. Paglia. Commento tratto dal suo sito.

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