mons. Vincenzo Paglia – Commento al Vangelo del 10 Aprile 2022

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“Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme” (Lc 19,28). Questa frase evangelica che apre la narrazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, riassume bene il nostro cammino quaresimale, ma anche quello di tutta la vita. La settimana che viene è chiamata santa, a motivo della memoria di quei giorni nei quali mai si è visto amore più grande per gli uomini. È saggio, anche se immersi nei nostri problemi, lasciarci coinvolgere dai drammatici sentimenti che marcano i giorni ultimi di Gesù. Sono sentimenti che non troviamo in noi stessi; possiamo solo riceverli. È perciò una grazia da non perdere quella di questi giorni: i nostri occhi potranno contemplare fino a che punto il Signore ci ha voluto bene.

La domenica delle palme, che inizia questa grande e santa settimana, è segnata simultaneamente dall’ingresso di Gesù in Gerusalemme e dalla narrazione della sua passione e morte. La Liturgia, riunendo in un’unica celebrazione questi due avvenimenti, temporaneamente distinti, sembra voler togliere dalla nostra mente ogni equivoco circa il trionfo di Gesù: egli entra come un re, ma è diverso dai re di questo mondo: regna da un trono che non è come quelli delle regge; non vince con gli eserciti o con le alleanze, e neppure si afferma con un suo nutrito e forte gruppo di pressione. Gesù stesso chiarisce questo equivoco sorto tra i discepoli proprio la sera del giovedì santo. Ripiegati su loro stessi, e per questo insensibili al dramma che Gesù stava vivendo, si misero a discutere chi tra loro fosse il più grande. Con una sconfinata pazienza Gesù disse loro: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra di voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve”.

Non erano solo parole di comodo; bastarono poche ore e Gesù portò, sulla sua carne, alle estreme conseguenze queste affermazioni. Per altro verso, la storia della passione è molto semplice: c’era un uomo buono che parlava del Vangelo, sia nella povera e malfamata Galilea come nella capitale Gerusalemme; e in tanti accorrevano ad ascoltarlo. Ad un certo punto i potenti decisero che aveva parlato troppo e che in troppi stavano a sentirlo; presero quindi la decisione di farlo tacere; trovarono un suo amico che indicò loro con precisione il luogo dove abitualmente si ritirava: un orto alle porte di Gerusalemme.

Quella sera stava lì con i suoi, lo presero e lo portarono davanti alle più alte autorità: Pilato, il rappresentante del più grande impero del mondo, ed Erode, il re furbo. Ma ambedue non vollero prendersi nessuna responsabilità per quell’uomo. La folla, che solo cinque giorni prima aveva gridato “osanna”, si mise ora ad urlare “sia crocifisso, sia crocifisso!”, e Pilato non seppe resistere. Quell’uomo, dopo essere stato rivestito per burla con gli abiti da re, fu torturato, schiaffeggiato, coronato di spine; poi fu condotto fuori dalla città (anche per nascere dovette trovare una stalla fuori Betlemme) verso una collinetta, chiamata Golgota, e lì fu inchiodato su di una croce, con due ladri, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Su quella croce, quell’uomo buono, morì. Si chiamava Gesù e veniva da Nazareth.

Non ci vuole molto a dire che quella morte fu ingiusta. La morte, del resto, non è mai giusta nemmeno dopo i crimini più brutti; ma davvero è facile dire che la morte di quell’uomo fu veramente ingiusta. Non aveva fatto niente di male, anzi “aveva fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37), notò una volta la gente. Chi ascolta il racconto di questa morte, con un poco di cuore, resta commosso e dispiaciuto: quell’uomo buono ha dovuto soffrire tanto e morire sulla croce, solo perché aveva parlato del Vangelo e aveva detto di essere il Figlio di Dio.

Ciascuno di noi al termine della lettura del “Passio”, prova un senso di afflizione e di rammarico ed è tentato di dire: “Io non lo avrei fatto”, oppure di giustificarsi: “Non sono Pilato, non sono Erode, non sono nemmeno Giuda…”; si può, inoltre, confessare la propria impotenza di fronte alla viltà di Pilato e alla crudeltà dei sommi sacerdoti. Ma c’è anche Pietro; non è il peggiore dei discepoli; anzi se non è il migliore, è certamente il più importante, quello a cui Gesù ha affidato la maggiore responsabilità. Pietro ha una grande idea di sé, è orgoglioso, persino permaloso.

Si offende quando Gesù gli dice che lo tradirà: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”, risponde. Eppure basta una donna per far crollare tutto. Fu l’incontro con lo sguardo di Gesù che sconvolse Pietro: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto” (Lc 22,62). I cristiani, noi, non siamo degli eroi; siamo come tutti; ma se i nostri occhi incrociano gli occhi di quell’uomo che va a morire, anche noi ricorderemo le parole del Signore e saremo liberati dalle nostre paure. È la grazia di questa settimana; poter stare accanto a quell’uomo che soffre e che muore per poter incrociare il suo sguardo.

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Per gentile concessione di mons. Paglia. FONTE

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