Luciano Manicardi, Commento al Vangelo di domenica 24 Maggio 2020

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La carne umana in Dio

Se l’Incarnazione dice che Dio abita la terra e il corpo dell’uomo, l’Ascensione afferma che la carne umana è in Dio e la terra abita i cieli. “Colui che discese” – dice Paolo – “è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutto” (Ef 4,10), per colmare la distanza fra cielo e terra. Eppure proprio il testo evangelico di Matteo, che evoca la pienezza e la totalità del potere del Risorto in cielo e in terra e della presenza del Cristo con i suoi fino alla fine del mondo, tutti i giorni, svela anche le mancanze, le carenze della fede, le aporie della comunità cristiana, le distanze fra il credente e il Risorto.

La pagina evangelica di questa solennità dell’Ascensione nell’annata liturgica A è costituita dalla finale del vangelo di Matteo. Pochi versetti che rappresentano una sintesi teologica dell’intero primo vangelo, una chiave ermeneutica a partire dalla quale si può rileggere l’intera narrazione. Gesù appare come il Signore, il Kyrios, della chiesa, a cui va l’adorazione dei discepoli. Gesù risorto e assiso alla destra del Padre è la Shekinah di Dio nella storia, cioè la sua presenza insieme e accanto ai suoi. Non è questa forse l’estensione a ogni spazio e a ogni tempo del nome dell’Emmanuele, “che significa Dio con noi” (Mt 1,23)? La presenza di Cristo non dimora forse là dove due o tre sono riuniti nel suo nome (Mt 18,20)? La chiesa ha una missione universale che svolgerà essenzialmente battezzando e insegnando (Mt 28,19). Destinataria di una missione così impegnativa, la chiesa resta pur sempre una realtà segnata da fragilità e poca fede. Questa è la realtà dei discepoli di Gesù, ma anche dei credenti nella storia e della chiesa di sempre.

Il vangelo presenta i discepoli che, in obbedienza alle parole del Risorto trasmesse loro dalle donne, si sono recati in Galilea: “Andate ad annunciare ai miei discepoli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt 28,10). Lì, di fronte al Risorto, si prostrano e adorano. Ma la fede che spinge all’adorazione si mescola al dubbio (Mt 28,17). Si tratta di qualcuno che dubita mentre altri no, o di una compresenza in ciascuno di fede e dubbio? Non si può escludere la possibilità di tradurre “Vedendolo si prostrano, ma restavano dubbiosi”. Del resto questa è la condizione consueta dei credenti, che conoscono nella loro reale esperienza di fede la coabitazione del credere con il dubitare. La qual cosa non va intesa solamente in senso negativo, ma anche come indizio del fatto che la fede non è un atto totalitario, ma di libertà, che genera una pratica non assolutistica o fanatica, ma mite e dialogica. La fede non è esente dal dubbio e il dubbio di fede non è necessariamente e sempre negativo. La fede cristiana non si impone come certezza irrefutabile, ma si offre alla scelta e alla libera risposta umana. Non che la fede non conosca la dimensione della certezza, ma la certezza della fede è di altro ordine rispetto a una certezza di tipo razionale. Il sapere proprio della fede è il sapere della fiducia, dell’affidamento, e non ha nulla a che fare con una polizza assicurativa o con un sistema di prevenzione per evitare le alee del futuro. Il credente, poi, non è un detentore della verità, ma ne resta sempre un cercatore, anche se questa verità egli la conosce e la confessa. Poiché questa verità è Cristo stesso, essa non potrà mai essere posseduta. Eventualmente, nella verità ci si è, ma non la si ha. Più che la negazione della fede, allora il dubbio può essere colto come inerente la struttura stessa della fede nel Dio che si è rivelato nell’umanità mite e umile di Gesù di Nazaret (cf. Mt 11,29).

Inoltre il Risorto comanda ai discepoli di andare ovunque, presso tutte le genti, comando, questo, che resta non attuato nel vangelo. Il vangelo secondo Matteo si chiude dunque con una parola del Risorto che esce dalle pagine e raggiunge e interpella le vite dei credenti e delle comunità cristiane nella storia. Il Gesù che aveva inviato i discepoli in missione volendoli come chiesa povera (“Non procuratevi oro, né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone”: Mt 10,9-10), ora è il Risorto che invia discepoli che sono una povera chiesa: è una comunità di poveri uomini – Undici, non più Dodici, una comunità monca che ha conosciuto l’abbandono e anche la fine tragica di uno di loro, Giuda, che secondo l’evangelista Matteo, si è dato la morte (Mt 27,3-10) -; è una comunità di poveri credenti. Il vangelo di Matteo, il grande vangelo ecclesiale, si conclude su questa immagine di povera chiesa formata da poveri uomini e poveri credenti. E ci autorizza a estendere a livello ecclesiale l’immagine del vaso di argilla che porta in sé il tesoro prezioso del vangelo: non solo il corpo del singolo credente, ma anche il corpo ecclesiale, ogni corpo comunitario, è vaso fragile depositario di un dono che lo eccede (2Cor 4,7).

Il comando del Risorto ai discepoli di battezzare le genti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, è anche il mandato perenne che il Signore dà alla sua chiesa: e non si tratta semplicemente di attuare un rito, ma di introdurre gli uomini nella relazione con Dio Padre per mezzo del Figlio Gesù Cristo nello Spirito santo. Questo il senso dell’esserci della chiesa: far conoscere la vita divina e introdurre in essa ogni essere umano. Altri compiti e mandati che la chiesa svolge occorre che siano passati al vaglio del vangelo perché non è detto che discendano da esso. Quindi, il Risorto invia i suoi a fare discepole le genti insegnando ciò lui stesso ha comandato loro. Insegnare significa fare segno (in-signare), dare simboli e chiavi ermeneutiche della realtà. Insegnante credibile è colui che vive in prima persona ciò che insegna e che vive di ciò che insegna. O almeno, cerca di farlo. La figura di maestro che il Vangelo costruisce, sulla scia di Gesù di Nazaret che è al tempo stesso insegnante e insegnamento, è anche quella di un testimone: non si può insegnare il Vangelo senza viverlo. Il Vangelo, infatti, è il comando lasciato dal Signore ai suoi: “Insegnate … tutto ciò che ho comandato a voi” (Mt 28,20).

Il mandato di insegnare e fare discepole le genti è un compito generante e significa educare alla fede, trasmettere la fede, esercitare un compito di paternità che introduca l’uomo alla relazione con Dio. Questo il compito della chiesa nella storia “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Compito che la chiesa può assolvere se si affida alla promessa del Risorto: “Io sono con voi fino alla fine del mondo”. Queste parole non sono una garanzia, ma una promessa: e a una promessa ci si affida, senza altre garanzie che l’affidabilità di colui che ha parlato. Il quale, promettendo, ha promesso se stesso, la sua presenza. Inoltre, quelle parole “Io sono con voi” devono essere lasciate in bocca al Signore: sono completamente stravolte se poste sulla bocca di uomini che dicono: “Dio è con noi”. Questa non è più la promessa di un Altro a cui ci si affida ogni giorno con umiltà, timore e tremore, ma affermazione umana che fonda una pratica violenta e impositiva, arrogante e aggressiva. Le parole “Io sono con voi” stanno nello spazio della fede e della speranza, le parole “Dio è con noi” stanno nello spazio della certezza e del sapere (e nascondono illusione e menzogna): se le prime aprono il futuro (“fino alla fine del mondo”), le seconde lo chiudono irrimediabilmente. Trasmettere la fede è dunque anche donare speranza.

Condizione necessaria per adempiere il mandato missionario del Risorto, è di essere liberati da ogni forma e volontà di potere. La missione avviene non contando su un proprio potere, ma sul fatto che con la resurrezione ogni potere è stato dato (da Dio) a Cristo: “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra: andati, dunque, fate discepole …”. È questa liberazione dal potere, dall’avere potere sulle persone e sulle realtà (in terra) e magari su Dio (in cielo), che fonda la possibilità della fecondità della missione dei discepoli. Così come lo è l’insegnare solo ciò che Gesù ha comandato, l’essere cioè liberati dal voler imporre o predicare la propria parola.

Le parole del Risorto chiedono a quei poveri uomini e poveri credenti che sono i discepoli di diventare uomini e credenti poveri, poveri in spirito. A diventare così semplici ed essenziali da saper ospitare in sé la pienezza della presenza del Risorto, a decentrarsi dal loro io per far spazio all’Io del Risorto e alla sua promessa: “Io sono con voi ogni giorno”. Le parole del Risorto: “Andati, dunque, fate discepole (matheteusate) tutte le genti” riecheggiano quelle di Gesù che disse: “Andati, dunque, imparate (mathete) che significa ‘Voglio misericordia, non sacrificio’”. Liberati da ogni volontà di potere essi potranno essere abitati dalla forza rigenerante della misericordia che è la volontà del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Forza che fa rinascere chi vi è immerso alla coscienza di essere figlio di Dio, da lui amato e riconosciuto. Sì, Misericordia è il nome unico del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Il nome in cui essere battezzati, immersi, perché la nostra povera umanità divenga umanità povera, cioè vera, ricca della sua irriducibile unicità.

A cura di Luciano Manicardi – Fonte


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