Luciano Manicardi, Commento al Vangelo di domenica 24 Gennaio 2021

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Gesù, Vangelo annunciato

L’inizio del brano evangelico di questa domenica ci pone ancora una volta di fronte al rapporto tra Giovanni Battista e Gesù. È solo dopo che Giovanni è stato arrestato che Gesù gli subentra e dà inizio al suo ministero pubblico. Il tutto assomiglia a una successione. Giovanni, che aveva già detto la sua relatività rispetto a colui che veniva dietro e dopo di lui (Mc 1,7-8), ora scompare dalla scena. E Gesù solo ora inizia la sua predicazione. Essendo stato ridotto al silenzio colui che era voce, Gesù gli subentra e inizia lui stesso a parlare e a predicare conversione. Anche qui si verifica la verità del fatto che Giovanni è colui che precede, il Precursore, colui che traccia un cammino che sarà percorso dal suo successore. Per Gesù, Giovanni è stato un segno, mediatore e tramite della volontà di Dio. Lo è stato con il suo ministero, lo è con il suo arresto, lo sarà con la sua morte. Non a caso, dopo che Giovanni sarà stato decapitato in carcere (Mc 6,16-29), Gesù ancora subentrerà a lui riconoscendo le folle come “pecore senza pastore” (Mc 6,34) e, facendosi lui pastore, annuncerà molte cose alle folle e condividerà con loro il cibo distribuendo pane e pesci (Mc 6,34-44). Il rapporto tra Giovanni e Gesù viene confermato anche da queste annotazioni come quello che intercorre tra un maestro e un discepolo.

Ma nel passaggio da Giovanni a Gesù vi è anche il passaggio dall’attesa alla presenza, dalla promessa alla realizzazione, dalla preparazione al compimento. Questo è ciò che emerge dalle parole del primo annuncio che Gesù compie (Mc 1,15) e che, nella loro concisione e densità, sembrano quasi programmatiche. Sono la solenne proclamazione dell’inaugurazione del nuovo tempo che inizia con la presenza di Gesù “Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). Del resto, Marco annota che con quelle parole, Gesù “proclamava il vangelo di Dio” (Mc 1,14). È interessante notare che Gesù si sposta dalla zona intorno al Giordano in cui si trovava Giovanni a nord, in Galilea, suo luogo di provenienza: “Gesù venne da Nazaret di Galilea e venne battezzato nel Giordano da Giovanni” (Mc 1,9). Tuttavia il testo non dice che Gesù vada a Nazaret, a casa sua, ma semplicemente in Galilea. E la Galilea è, da un lato, casa sua, ma anche e soprattutto, ed è questo che viene sottolineato da Marco in questo passo, “distretto dei goyim” (Is 8,23), cioè regione dei pagani, territorio aperto al meticciato con le genti non israelitiche. Gesù inizia a predicare, ma in Galilea, a segnalare la destinazione aperta e universale del suo messaggio e della sua missione. Se la Galilea è casa sua lo è perché è casa aperta agli altri, aperta a tutti. L’inizio del ministero di Gesù è in Galilea e il Risorto sarà ancora in Galilea che invierà i suoi discepoli perché lo incontrino per l’inizio della loro missione universale (Mc 16,7).

Gesù si presenta “annunciando (verbo kerýsso) il vangelo” (Mc 1,14). Già questa semplice affermazione è densa e importante. Cosa annuncia Gesù? E cosa deve annunciare la Chiesa? Paolo dirà: “Noi non predichiamo (annunciamo: verbo kerýsso) noi stessi, ma Gesù Cristo Signore” (2Cor 4,5). La chiesa non annuncia se stessa, ma il Regno di Dio: vale anche per la chiesa che chi guarda a se stesso e parla di sé, in verità perde se stesso. Predica autenticamente la Parola chi la ascolta e vi si sottomette fino a diventarne servo e testimone. La chiesa vive del proprio continuo superamento e trascendimento nel Regno, vive della proclamazione della propria provvisorietà e del suo assorbimento nel Regno futuro verso cui è pellegrina. Predicare il vangelo di Dio significa

discernere il senso del tempo alla luce dell’evento pasquale, testimoniare la regalità di Dio sulla propria esistenza e chiedere conversione e fede vivendole in prima persona.

Se Gesù è colui che annuncia il vangelo, egli è anche l’evangelo annunciato. Gesù è il vangelo, e il vangelo è Gesù. E il vangelo è anzitutto esplicitato dall’affermazione: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino”. Questa affermazione segue l’annotazione che, dopo la prova di quaranta giorni nel deserto, Gesù “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1,13). Nel deserto, Gesù ha sostenuto vittoriosamente la lotta con Satana, l’Avversario, facendo del deserto stesso, tradizionale luogo di solitudine e di morte, uno spazio di comunione tra cielo e terra, un luogo di vita in cui si ricrea la comunione tra uomo e animali selvaggi, in cui il mondo infero rappresentato dalle bestie selvagge coabita con le presenze angeliche. Si realizzano le profezie sull’era messianica e si prefigurano “i cieli nuovi e la terra nuova”. Da luogo abitato da demoni, il deserto diviene giardino in cui gli angeli servono Cristo. Nella persona di Gesù iniziano i tempi escatologici.

All’annuncio del Regno segue immediatamente la richiesta esigente: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Chiamata alla conversione e alla fede sono concomitanti: aver fede è entrare in un movimento di conversione. La conversione è un passaggio, sempre da rinnovare nelle diverse situazioni della vita, alla fede, all’adesione sempre più profonda al vangelo, alla buona notizia della salvezza fatta carne in Gesù di Nazaret. Questa richiesta basilare di Gesù si rivolge in verità a ogni cristiano e a ogni comunità ecclesiale di ogni tempo. La Chiesa deve chiedere conversione ma lo può fare nella misura in cui lei stessa la vive. L’annuncio cristiano del vangelo proclama che Dio in Gesù Cristo cerca e raggiunge l’uomo nel suo quotidiano, attesta il primato dell’iniziativa e della misericordia di Dio, e su questa buona notizia si fonda la richiesta delle esigenze del Regno: conversione e fede. Dunque: cambiamento di vita, coraggio di riconoscere che la strada che si sta percorrendo è sbagliata e ritornare, invertire la direzione di marcia; quindi fede, adesione a Gesù Cristo, quale Signore della propria vita, della chiesa e della storia.

Annuncio del Regno e esigenza di conversione, rivelazione ed istanza etica sono elementi intrecciati in cui il secondo è direttamente dipendente dal primo. L’annuncio del vangelo, la predicazione del Cristo provoca un urto e di per sé tende a suscitare un cambiamento di vita, uno sconvolgimento esistenziale, una conversione, un riorientamento di tutta la persona. E il vangelo ci mostra un esempio di tale potenza di conversione dell’annuncio di Gesù nelle vite di due coppie di fratelli (Simone e Andrea; Giacomo e Giovanni) che Gesù vede e chiama a seguirlo ed essi, prontamente, gli obbediscono. Siamo di fronte al mistero della vocazione.

Il testo evangelico esprime la vocazione come sguardo del Signore sull’uomo (Mc 1,16.19). Nella vocazione il chiamato si sente visto personalmente, cioè conosciuto e amato. Si sente abbracciato – nel proprio passato, presente e futuro – dallo sguardo del Signore, interpellato dalla sua promessa, si conosce e si vede con maggiore chiarezza, e risponde alla promessa con la santa follia della radicalità che lo porta a impegnare anche il proprio futuro. Il chiamato accetta di lasciare entrare nella propria vita la novità di Dio e di rispondervi senza tergiversare, senza porre condizioni, senza predeterminare le prestazioni: si tratta di seguire Cristo e basta, senza sapere prima dove questo potrà portare e cosa questo potrà comportare.

La vocazione cristiana, che ha la sua figura necessaria e sufficiente nel battesimo, non si colloca sul piano del fare, ma dell’essere. Essa riguarda il senso radicale dell’esistenza, ha a che fare con il mistero della persona, concerne ciò che dà fondamento alla vita di una persona e coinvolge un’esistenza personale nell’insieme di tutte le sue relazioni: con Dio, con sé, con gli altri, con la realtà. Contro ogni edulcorazione del messaggio cristiano (quasi che questo lo rendesse più accoglibile), l’annuncio cristiano non predica norme morali, né una massa di dogmi, ma la persona di Gesù Cristo e la sua “pretesa” sulla vita di un uomo. Il “sì” detto a tale chiamata si esplicita con la capacità di dire dei “no”, di rinunciare, di abbandonare, di lasciare. Come qui i chiamati lasciano il lavoro e la famiglia. Obbedire alla chiamata cristiana implica un rinascere a vita nuova e ogni nascita comporta il taglio di un cordone ombelicale, una dolorosa rottura. Dove trovare la forza per questo se non nell’amore di e per Colui

che chiama e la cui parola dischiude all’uomo un orizzonte di sensatezza che abbraccia anche il futuro? Il chiamato sperimenterà la forza trasformante della grazia che fa di un “pescatore” un “pescatore di uomini”, ovvero, che si innesta nell’umanità precisa del chiamato senza violentarla ma risignificandola nella sequela di Cristo. Lungi poi dall’essere qualcosa di predeterminato da scoprirsi in modo vagamente magico o fortunato, la vocazione cristiana è un evento spirituale che “accade” nell’incontro tra la radicalità delle esigenze evangeliche e una persona nella sua libertà e verità personali. Alla chiesa e alla sua predicazione il compito di farsi eco e testimone credibile delle esigenze del “vangelo di Dio” (Mc 1,14).

A cura di: Luciano Manicardi
Fonte: Monastero di Bose