Luciano Manicardi, Commento al Vangelo di domenica 10 Maggio 2020

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Il volto di Dio al cuore dell’umanità

La pagina evangelica della V domenica di Pasqua dell’annata A è tratta dai discorsi di addio di Gesù ai suoi. L’addio è l’ultimo saluto che intercorre tra chi se ne va per sempre e chi resta. Ma l’addio pronunciato da Gesù è anche una promessa: ad Deum. Con l’ad-Dio il futuro, proprio e degli altri, è posto in Dio. Gesù, che ha sempre vissuto le sue relazioni nell’ad-Dio, cioè davanti a Dio e per Dio, vi pone anche il suo futuro. Che è anche il futuro di chi è “suo”, di chi “crede in lui” (cf. Gv 14,12). Infatti, il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio (cf. Gv 14,10), e il discepolo che rimane nel Figlio (cf. Gv 15,1-7), rimane anche nel Padre (cf. 1Gv 2,24). Se così va inteso l’ad-Dio, allora ogni nostra relazione dovrebbe restare sotto il suo segno, cioè sotto il segno dell’apertura e dell’invocazione all’Altro che salva le relazioni con gli altri dai rischi della violenza e della tirannia. L’andata ad Deum non è scindibile dalla vita che Gesù ha sempre vissuto ad Deum, rivolto a Dio e alla sua presenza fino a narrarlo e spiegarlo e renderlo vicino agli uomini, anche quelli che erano ritenuti meno adatti a incontrare Dio perché ignoranti, poco religiosi e non praticanti.

Annuncio centrale del IV vangelo è che Gesù, il Figlio di Dio, è la narrazione del Padre, la visibilizzazione del volto di Dio, anzi è direttamente il volto di Dio, il volto che secondo l’AT nessuno può vedere (“nessun uomo può vedermi e restare vivo”: Es 33,20). L’umanità di Gesù compie l’impossibile: il volto che nessuno poteva vedere senza morire, è ora visto e contemplato da uomini e donne che in esso trovano vita. Questo è lo straordinario cristiano: Dio nel volto e nel corpo di un uomo, Gesù (1Gv 1,1ss.). Nel nostro brano, a Filippo, il discepolo che chiede a Gesù di fargli vedere il Padre (v. 8), Gesù risponde con lo stupore che svela l’incomprensione del discepolo: “Da tanto tempo sono con te e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire: ‘Mostraci il Padre?’” (v. 9). Ecco l’ossimoro cristiano: Dio? L’umanità di Gesù di Nazaret. L’uomo Gesù è la presenza di Dio nel mondo. La persona di Gesù è il volto di Dio al cuore dell’umanità. Per vedere Dio occorre seguire l’uomo Gesù. Il passaggio spirituale che la fede deve fare attraverso l’umanità di Gesù è ciò che preserva il credente dall’idolatria. Vedere il volto di Dio e pronunciarne il nome sono interdetti nell’AT, perché significano impossessarsi di Dio, avere un potere su di lui, governare Dio, determinarlo, usarlo per i propri fini, insomma, divenire idolatri.

La frase di Gesù a Filippo contiene, nella sua prima parte, un mite rimprovero che colpisce anche molte relazioni che viviamo: conosciamo davvero gli altri con cui viviamo? Non succede che a volte il vivere insieme è solo un incrociarci e non un incontrarci? Sicché è più un vivere accanto, ma non veramente insieme? Quando, tanto in una relazione di coppia quanto in una vita comunitaria, si arriva davvero a passare dall’io al noi? E dove si trova il punto di equilibrio che mantiene viva la relazione senza farla svanire nell’estraniamento reciproco o nella fagocitazione? Nelle diverse relazioni che viviamo, a noi è affidato il compito – l’arte, dovremmo dire – di scoprire e di mantenere nell’essenziale la conoscenza reciproca per custodire, rinnovandola ogni giorno, la consegna di sé all’altro e l’accoglienza dell’altro in sé. Ovvero, si tratta di divenire dimora l’uno per l’altro, ospiti e ospitanti. Come Gesù lo è nella relazione con il Padre (“Io sono nel Padre e il Padre è in me”: vv. 10-11) e lo vuole essere per ciascuno che lo segue e crede in lui. Egli non è solo la via, ma anche “il luogo”, “il posto” abitando il quale per mezzo della fede impariamo anche ad amare con intelligenza e rispetto, verità e libertà.

Nel nostro testo, Gesù chiede ai discepoli di aver fede e di non essere turbati (cf. Gv 14,1). Di fronte a un distacco, si prova dolore per la persona che se ne va, ma anche smarrimento e ansia per il futuro proprio e della comunità che era legata vitalmente alla presenza che ora non c’è più. La dipartita di Gesù è crisi per la comunità dei suoi discepoli. E il turbamento del cuore non riguarda solo la sfera emotiva, ma indica anche la paralisi della volontà e della capacità di prendere decisioni, l’annebbiamento dell’intelligenza e del discernimento. Per i discepoli è come se si schiudesse un tempo nuovo e anche un mondo nuovo. Questo indica il turbamento di cui parla il vangelo. Che è smarrimento, incertezza, paura. Gesù, con le sue parole, sta facendo della sua dipartita e del vuoto che lascia un’occasione di rinascita dei suoi discepoli. Se quelle parole abitano nel cuore dei discepoli grazie alla potenza della fiducia, ecco che essi possono passare dallo smarrimento all’iniziativa, dal turbamento al coraggio. Potremmo dire: dalla morte alla vita. Si tratta di credere più alla promessa del Signore: “Io vado a prepararvi un posto… Verrò di nuovo e vi prenderò con me” (vv. 2-3), che all’evidenza e prepotenza dei propri sentimenti di scoraggiamento e di turbamento. Vi è qui una potente quanto semplicissima indicazione di vita spirituale. Noi proviamo sentimenti ed emozioni che spesso ci dominano e arrivano a governare le nostre relazioni, o con cui facciamo coincidere la nostra identità (si pensi all’espressione “Io sono fatto così” che suona come lapide mortuaria sulla propria vita), noi nutriamo idee e convinzioni a cui spesso siamo attaccati e a cui non rinunciamo anche contro l’evidenza della loro inconsistenza. Gesù sta chiedendo ai discepoli di aver fiducia nelle parole che lui ha detto e che raggiungono anche noi per mezzo dell’evangelo. Chiedendo fede, Gesù spinge i discepoli a trasformare la paura del nuovo e il terrore dell’abbandono nel coraggio di donarsi appoggiandosi sul Signore; promettendo che va a preparare un posto per loro, egli vive la sua partenza in relazione con chi resta e mostra che non li sta abbandonando, ma sta inaugurando una fase nuova e diversa di relazione con loro. Il distacco è in vista di una nuova accoglienza (cf. Gv 14,2-3). Certo, si tratta, per chi rimane, di credere all’amore e alla fedeltà di colui che se ne va, all’amore di colui che non vediamo. Ma qui c’è anche il nostro quotidiano compito reciproco, quel compito a cui solo con alibi inconsistenti ci possiamo sottrarre: amare coloro che vediamo, cercare con intelligenza e discernimento, con coraggio e creatività, vie e linguaggi di amore per amare le persone che vediamo. Perché, se le persone che vediamo non vedono amore da parte nostra, come potranno credere all’amore di Colui che nessuno ha mai visto né può vedere (1Tm 6,16)?

Le parole finali di Gesù attestano la potenza della fede: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio”. In certo senso qui Gesù sta dicendo che ogni credente è un suo successore, a ogni credente è affidato il compito di lasciare agire in lui la potenza del Signore stesso. È importante in noi la fiducia nella presenza di Dio, nella parola del vangelo, nella promessa del Signore affinché già ora per noi la vita in Dio è una possibilità reale. Se Gesù chiama a essere per sempre nel Padre, la vita credente è la vita in cui già qui e ora noi possiamo vivere nel Padre. Ma che significa che Gesù è la via, la verità, la vita? Gesù è la via, e via indica il cammino, il comportamento, il livello etico. Gesù come via, halakah, indica Gesù quale Torah, luce che illumina il cammino (cf. Sal 119,105). Ma la Torah, la legge, l’insegnamento di Gesù è il cammino che lui stesso compie, non è più un insieme di precetti, bensì la sua stessa vita, il suo camminare con gli uomini e le donne che ha incontrato. Gesù come via è colui che orienta la realtà, orienta le vite. Gesù è anche la verità, ma verità indica il livello della profezia, della parola che interviene sulla realtà e la cambia. Il profeta, sempre scomodo, sempre scandaloso, spesso ritenuto non ortodosso, spesso sentito come insopportabile dai suoi stessi fratelli, è personalità forte che non si adegua alla realtà, ma la scruta e la giudica, la critica e vi interviene con la forza scandalosa della parola. Sul piano delle vite individuali la parola profetica sconvolge, ha un impatto perfino violento e può indurre un cambiamento anche repentino. Ma ormai la profezia non è solo una predicazione, ma le parole e l’intera vita di Gesù sono la parola definitiva di Dio all’umanità. Gesù infine è la vita. La vita rinvia al livello della sapienza; la parola sapienziale, infatti, dice il reale, esprime il reale e riguardo alla vita personale è la parola che sa scrutare le profondità, il cuore e i reni, che sa prendersi cura della realtà e delle persone, sa curare, guarire e consolare. E anche la sapienza coincide ormai con la prassi di incontro e cura che Gesù stesso nella sua vita mette in pratica con gli umani. Ecco, Gesù, come via, verità e vita si sta presentando come colui che compie la rivelazione che nella sua forma scritta si compone della Torah, della Profezia, della Sapienza. O, se vogliamo, l’umanità di Gesù adempie le Scritture, e Gesù è colui che rivela Dio e che può dire: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Davvero, noi cristiani non possiamo dire nulla di Dio se non ciò che vediamo in Gesù Cristo. E lo possiamo narrare solo quando facciamo della sua vita la nostra vita, della sua pratica dell’umano la nostra pratica dell’umano.

A cura di Luciano Manicardi – Fonte