Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me

Hai presente quando ti appresti a fare un lungo viaggio e prepari la valigia? Cosa ci metti dentro? Tutto ciò che ti serve, per vestirti, per lavarti, per vivere. Il problema, quando prepari la valigia, non è quello che metti dentro, ma tutto ciò che lasci fuori. Inoltre, se viaggi in aereo, devi fare attenzione anche al peso e alle dimensioni dei tuoi bagagli. Possiamo dire che Gesù sta insegnando ai suoi come si fa una valigia, per non dimenticare l’essenziale, e per evitare di pagare multe per i troppi kg , magari di cose inutili. Il termine greco usato fa proprio riferimento al peso: non essere degno è reso come non avere peso, non avere valore. In quella valigia Gesù invita a mettere ciò che realmente ti serve, non soprammobili o centrini.

C’è un problema. Gesù dice che non hai valore se ami papà, mamma e figli più di Lui. In pratica va a toccare gli affetti più sacri, quelli più profondi e intoccabili, affetti che ti costituiscono e ti identificano, affetti che sono il tuo passato, il tuo presente, il tuo futuro; il tuo DNA dopo la lettura di questa pagina di vangelo è sconvolto e annientato! Non temere, continua a preparare la valigia.

Ecco, hai riempito la valigia di mille cose, ma ti rendi conto che altre mille e mille stanno là fuori, e tu non sai più che fare, metteresti le ruote alla casa per portare tutto, ma non è possibile. Forse quelle parole del Signore possono aiutarti: in realtà Lui non ti dice di non amare e nemmeno di amare di più o di meno, ma di vivere l’affetto per i tuoi cari in modo ordinato, senza perdere di vista quella piccola valigia che è la tua vita. Inoltre, valuta se dietro l’affetto per i tuoi cari (sacro santo affetto) non ci siano motivazioni più basse e insidiose, che ti tengono in ostaggio e non ti permettono di chiudere la valigia e iniziare il tuo viaggio.

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.

Spesso, in ambiti di fede si sente affermare: “dobbiamo portare la croce di Gesù”, ma il vangelo smentisce questa affermazione, con le parole stesse di Gesù, che parla della croce propria, non la sua. Inoltre non dice di portare ma di prendere, di accogliere quella parte di noi più scomoda, gli eventi più dolorosi , le situazioni più complesse e farne una croce, e di viverla come Gesù, che ha vissuto tutto il dolore e la morte prendendolo con sé. La sua valigia contiene l’amore del Padre e l’amore per noi, fratelli suoi, niente altro.

Prendere, accogliere, seguire: cosa significa seguire? Fare la stessa strada, stare con qualcuno lungo un percorso. Gesù ti invita a prendere le tue difficoltà e a viverle non ripiegato su te stesso, non in affetti che rimandano sempre e solo alla tua persona (padre madre e figli sono tuoi, quindi si parla sempre di te), ma insieme a Dio, instaurando con Lui una relazione che si intesse con la tua croce, una relazione che sostiene tutto ciò che ti ritrovi a vivere. Ecco perché quella valigia, se fatta bene, sarà davvero la tua alleata: non un ammasso di cose più o meno utili, più o meno belle, ma ciò che è fondamentale per vivere, l’amore, quell’amore che Dio vuole per Sé, non per trattenerlo egoisticamente, ma per ridonartelo centuplicato.

Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

La vita ti è stata donata, che tu ci creda o no, e anche se qualche volta pensi che ti sei costruito da solo, la tua vita è un dono di Qualcuno che ti ha pensato, voluto e amato. Tenere per sé la propria vita significa rubare qualcosa che non è tuo. Il testo originale tuttavia, ha una sfumatura diversa: “chi ha trovato per sé la propria anima, il proprio respiro vitale, lo perderà”.

Questa volta è facilmente verificabile: fai un bel respiro, l’aria non l’hai fatta tu, ti è stata data gratis, ok? Bene, ora trattieni il respiro… … … non ce l’hai fatta, hai dovuto emettere il respiro e immetterne di nuovo, perché se non fai così muori. Gesù ti sta dicendo proprio questo: la vita è un dono, non come quei regali a cui siamo abituati, simili a un passaggio di proprietà (compro una cosa per te e te la regalo, cioè diventa tua), no, non così, ma come il respiro, la vita ha bisogno di essere ricevuta, vissuta profondamente e rimessa in circolo.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.

Cosa significa accogliere? Ricevere in modo accogliente, prontamente, con gioia. Altro è accettare (ok, stai lì, ti tollero, senza manifestare empatia) altro è accogliere (sono contento che tu sia qui, e faccio tutto il possibile perché tu stia bene, qui con me). Gesù presenta una sorta di circolo virtuoso dell’accoglienza: Luca (tu metti il tuo nome) è accolto, e in quell’accoglienza entra anche Gesù e il Padre: Dio è un Dio che ama stare in compagnia, non è un Dio da nicchia, tutto solo, ma proprio come un papà buono, dove arriva crea famiglia, crea comunità.

Tutto però si gioca non sull’accogliere Dio, sarebbe forse facile, ma accogliere un signor X, qualsiasi, sconosciuto, senza grandi pregi, affettivamente insignificante. Accogliere significa uscire da se stessi e andare verso l’altro, non cercando in lui qualcosa che mi gratifichi (accoglierei me stesso, alimentando il mio egoismo), ma vivendo l’amore di Dio per me, che come un respiro, ricevo e dono, ricevo e dono, ricevo e dono, continuamente.

Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.

Gesù fa tre esempi di accoglienza: il profeta, il giusto, il piccolo. A ciascuna accoglienza corrisponde la sua ricompensa (e il greco usa proprio il termine stipendio, pagare per un servizio).

Il profeta mi parla di Dio, mi indica le sue vie, mi offre un aiuto nel cammino di fede. Se lo accolgo avrò la ricompensa del profeta, cioè l’amicizia con Dio, Dio stesso sarà la ricompensa.

Il giusto mi è di esempio nell’adempiere la volontà del Signore e le sue leggi, rispettando gli altri e me stesso. Se lo accolgo avrò la ricompensa del giusto, cioè la pace del cuore e la vicinanza di Dio.

Il piccolo: Gesù in questo caso non parla di accoglienza, ma di dare un bicchiere d’acqua (molto meno impegnativo di un’accoglienza a 360°). Il piccolo si accontenta di piccole cose, come i bambini, che esprimono profondi sentimenti in un pezzo di carta strappato e macchiato. Anche in questo caso è prevista una ricompensa, più grande delle due precedenti, perché il piccolo da dissetare è Dio stesso, il quale ama le piccole cose, scrive santa Teresa di Gesù Bambino, e proprio perché non offre niente di apparentemente utile, rischia spesso di passare inosservato. La ricompensa non andrà persa, perché avrai dissetato Dio in persona, preoccupati unicamente che l’acqua che offri sia fresca!

La valigia è ormai pronta, ti attende un viaggio, non in solitaria, ma accompagnato dal piccolo, da chi si è innamorato follemente delle tue piccolezze, e non vuole, non riesce a vivere senza di te. Hai un bicchiere d’acqua fresca?


A cura di Luca Rubin

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Sono maestro elementare, professione che cerco di vivere in pienezza, non come lavoro ma come vocazione e missione.
In parrocchia sono catechista, referente per i ministranti e accolito: in una parola, cerco di dare una mano! Mi piace molto leggere e scrivere, ascoltare musica classica, country e latina, stare in compagnia di amici. […]