Io sono il pane vivo, disceso dal cielo

Gesù si identifica come pane, vivo, disceso dal cielo. Non è un pane comune, quello dei fornai e che accompagna i nostri pasti; non ha detto: “io sono un pane”, ma il pane, e poi ha aggiunto tutte le caratteristiche di questo pane.

  • Io sono il pane. È il cibo per eccellenza, non può mancare quando si pranza o si cena, ma anche a colazione o a merenda. Il pane è la base della nostra alimentazione, da millenni. Gesù è il pane: significa affermare che Gesù è l’essenza del mio vivere, è l’irrinunciabile. Posso non avere i pasticcini (meglio che non li abbia spesso), ma non posso vivere senza il pane, perché è il mio sostentamento attraverso il quale il mio corpo può vivere.
  • Io sono il pane vivo. Non abbiamo termini di paragone: il pane, per quanto essenziale, non è vivo, e infatti l’essere umano che se ne ciba prima o poi muore. Gesù si definisce pane vivo, un pane che trasmette vita, un pane che è persona (lo diciamo anche noi di talune persone: è buono come il pane). Gesù pane vivo è l’essenziale per la mia vita, e più ancora: è la mia stessa vita.
  • Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Gesù esce dalla metafora e si manifesta chiaramente: Lui è disceso dal cielo, si è abbassato, incarnandosi nel grembo di Maria è diventato in tutto uno di noi, ma la Vita di Dio è rimasta totalmente in Lui, ecco perché il pane è vivo: perché è il pane (cioè l’essenza) di Dio è tutta in Lui. Questo discendere non è un movimento casuale, ma ha una valenza centrale: Dio creatore, onnipotente e perfetto non può che abbassarsi per incontrare le sue creature, e si abbassa a tal punto da diventare Lui stesso creatura, uomo, carne,

Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

Il pane è fatto per essere mangiato. Mangiando avrò energie per vivere, per realizzarmi come persona, per migliorare me stesso e l’ambiente in cui vivo: il pane è il carburante (carboidrato, appunto), che si trasforma in energia se viene mangiato e assimilato. Il pane-Gesù è un pane vivo, e proprio per questo trasmette vita a chi lo mangia. Certamente leggendo questa pagina di vangelo viene spontaneo pensare all’Eucaristia, tuttavia tratteniamoci ancora un poco prima di entrare in chiesa…

Gesù spiega qual è il pane che Lui darà: la sua carne. Il pane vivo è la carne del Figlio che incontra, assume e sposa la nostra carne. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14): se sapessimo accogliere il profondo sconvolgimento che realizza questa Parola! L’incarnazione è la chiave del Paradiso, è il centro del cuore di Dio, è il fulcro di tutta la salvezza; l’incarnazione è il pane che ci viene dato per saziarci e non morire, mai, mai, mai. Da quando Dio diventa essere umano nel grembo di carne di Maria, la vita del mondo passa da questo pane, un pane da assimilare, un pane che diventa carne e sangue, un pane che diventa vita, la mia.

La vita del mondo. Sopravvivere al Covid-19, superare un tumore, salvare la pelle dopo un grave incidente : sono situazioni nelle quali cerchiamo tutte le possibili e impossibili soluzioni per vivere, per non morire. Non serve ribadire l’importanza della vita eterna, in cielo, tra angeli e musiche celesti: il nostro desiderio è vivere qui, in carne ed ossa sulla terra. Ebbene: questo è lo stesso desiderio di Dio, sennò a che servirebbe l’incarnazione? Dio ci ha creato e creando ci ha amati, così tanto da scegliere per il Figlio la natura umana, non quella di un angelo, ma di un uomo. Il pane-Gesù ci viene dato per vivere bene qui, ora, e, attenzione: questo pane non è limitato all’Eucaristia e all’edificio chiesa, ma coinvolge ogni cellula, occupa ogni angolo, vive ogni situazione, pronto a darci energie e risorse per vivere quella particolare situazione.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me

Rimanere: restare, dimorare, attendere. La prima conseguenza di chi mangia questo pane è il rimanere, e il verbo originale suggerisce diverse sfumature. Rimane chi dimora con qualcuno, rimane chi attende qualcuno o qualcosa, rimane chi resta, fedele e fermo. Tuttavia, questo rimanere non è statico ma dinamico, è un rimanere che si diffonde e coinvolge. Rimango in Dio e Dio rimane in me: non è forse questa la comunione? Non è forse questa l’intimità tra due persone?

Dopo l’incontro, dopo aver condiviso il pane, dimori in Dio e Dio dimora in te: potrebbe essere un ottimo traguardo e un lieto fine, e invece no: l’incontro con Dio non è mai fine a se stesso, (la pace per la pace), ma è sempre il primo passo di un cammino da fare (la pace ricevuta diventa dono per gli altri). Mangiare quel pane permette l’incontro, ma non solo: rende la tua vita abitata da Dio, e tu diventi terra feconda, luogo dell’incarnazione del Verbo, dove Dio può dimorare e deliziarsi della tua presenza e tu della sua.

Entriamo in chiesa ora, e salutiamo con devozione e amore il Signore: quel Pane è lì, presente e vivo, per offrirti la possibilità di essere sua presenza per la vita del mondo. Adoriamo, ringraziamo, amiamo.

A cura di Luca Rubin

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Sono maestro elementare, professione che cerco di vivere in pienezza, non come lavoro ma come vocazione e missione.
In parrocchia sono catechista, referente per i ministranti e accolito: in una parola, cerco di dare una mano! Mi piace molto leggere e scrivere, ascoltare musica classica, country e latina, stare in compagnia di amici. […]