Letture Patristiche per la domenica del Corpus Domini – 23 Giugno 2019

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Letture patristiche[1]

Ss. Corpo e Sangue di Cristo

II Domenica dopo Pentecoste C

  1. La celebrazione eucaristica nel cristianesimo primitivo

Il giorno del Signore, riunitevi; spezzate il pane e rendete grazie: però dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Chiunque ha qualche dissenso con il suo vicino, non si unisca a voi, prima che essi non si siano riconciliati, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe profanato. Infatti di questo sacrificio il Signore ha detto: In ogni luogo e in ogni tempo mi viene offerto un sacrificio puro, perché io sono un grande re – dice il Signore – e il mio nome è ammirabile tra le genti (Ml 1,11.14).

Riguardo poi all’eucaristia farete il ringraziamento in questo modo.

Anzitutto sopra il calice: «Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vite di Davide tuo servo [secondo alcuni significa Gesù, secondo altri la Chiesa, e secondo altri, ancora, il vino consacrato], che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen».

Poi sopra il pane spezzato: «Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la vita e per la conoscenza che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen. / Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto è diventato una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno: perché tua è la gloria e la potenza per mezzo di Gesù Cristo nei secoli. Amen».

Nessuno mangi o beva della vostra eucaristia, se non i soli battezzati nel nome del Signore, poiché egli ha detto: Non date le cose sacre ai cani (Mt 7,6). Dopo esservi saziati ringraziate così: «Ti ringraziamo, o Padre santo, per il tuo santo nome, che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la sapienza, la fede, l’immortalità che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen.

Tu, Signore onnipotente, hai creato tutte le cose a gloria del tuo nome e hai dato ai figli degli uomini cibo e bevanda perché ti lodino; ma a noi hai fatto la grazia di un cibo e di una bevanda spirituale e della vita eterna per opera di Gesù il servo tuo. Anzitutto ti ringraziamo perché sei potente. A te sia gloria nei secoli. Amen.

Ricordati, o Signore, della tua Chiesa, liberala da tutti i mali, rendila perfetta nel tuo amore, riuniscila dai quattro venti santificata, nel tuo regno che per lei hai preparato. Perché tuo è il potere e la gloria nei secoli. Amen. Venga la grazia e passi questo mondo! Osanna al Dio di Davide! Chi è santo si avvicini, chi non lo è si converta. Maranathà [espressione aramaica che significa: Il Signore nostro viene, oppure: Il Signore nostro è venuto]».

  Didachè, 14.9-10

  1. L’invocazione allo Spirito Santo durante l’eucaristia

Se sai in che cosa consiste l’offerta del sacrificio, comprenderai anche perché imploriamo la venuta dello Spirito Santo… Secondo la testimonianza dell’apostolo Paolo, il sacrificio è offerto per annunciare la morte del Signore e rinnovare il memoriale di colui che ha dato la vita per noi. Il Signore stesso aveva detto: Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici (Gv 15,13). Poiché Cristo è morto per noi per amore, quando facciamo memoria della sua morte al momento del sacrificio, domandiamo che l’amore ci sia donato con la venuta dello Spirito Santo. Avendo ricevuto la grazia dello Spirito Santo supplichiamo, per l’amore stesso che ha spinto Cristo a lasciarsi crocifiggere per noi, di poter essere crocifissi al mondo e imitare la morte del Signore per camminare in una vita nuova…

Così tutti i fedeli che amano Dio e il prossimo, anche se non bevono il calice di una passione corporale, bevono però il calice della carità del Signore… Perché beve il calice del Signore soltanto chi conserva la sua santa carità, senza la quale non serve a nulla abbandonare il proprio corpo alle fiamme. Il dono della carità ci dà il potere di essere in realtà ciò che celebriamo misticamente nel sacrificio. E’ quanto intende dire l’Apostolo quando afferma: Essendo un solo pane, noi siamo un corpo solo sebbene in molti, partecipando tutti allo stesso pane (1Cor 10,17).

A chiedere questo durante il santo sacrificio, ci stimola l’esempio del nostro Salvatore che desidera che noi, commemorando la sua morte, chiediamo ciò che egli stesso, il vero sacerdote, ha domandato per noi nell’ora della morte, dicendo: Padre santo, conservali nel tuo nome, che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi. E poco dopo aggiunge. Non per questi soltanto io prego, ma anche per quelli che crederanno grazie alla loro parola, in me, perché tutti siano una cosa sola, come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17,11.20-21). Così, quando offriamo il corpo e il sangue di Cristo, chiediamo ciò che egli ha domandato per noi quando ha voluto offrirsi per noi.

Rileggi il Vangelo e troverai che il nostro Redentore, appena terminata questa preghiera, entrò nell’orto dove fu arrestato dai giudei. Il Salvatore la pronunciò per coloro che credevano in lui, dopo la cena, durante la quale diede ai suoi discepoli il sacramento del suo corpo e del suo sangue. Ci mostrò così che nel momento del sacrificio dobbiamo domandare innanzi tutto ciò che egli, pontefice sommo, si è degnato di chiedere quando istituì il suo sacrificio. Ora, ciò che domandiamo, cioè l’unità nel Padre e nel Figlio, lo riceviamo con l’unità della grazia spirituale che l’Apostolo ci comanda di conservare con cura, quando dice: Sopportatevi a vicenda nella carità, cercando di conservare l’unità dello Spirito nel vincolo della pace (Ef 4,2-3). Per questo domandiamo che lo Spirito Santo venga a darci la carità.

  Fulgenzio di Ruspe, Contro Fabio, 28,16-21

  1. Celebrazione e significato dell’eucaristia

Il vescovo, finita la sacra preghiera davanti all’altare divino, da lì comincia l’incensazione e procede per tutto l’ambito del luogo sacro. Ritornando poi all’altare divino, dà inizio al canto sacro dei salmi, e tutta l’assemblea, distinta nei sacri ordini, ne canta con lui le sacre parole. Poi ha subito luogo la lettura delle sacre Scritture da parte dei ministri, terminata la quale, escono dal sacro edificio i catecumeni, e inoltre gli ossessi e i penitenti: restano invece coloro che sono degni di contemplare e partecipare ai misteri divini. Alcuni ministri restano presso le porte chiuse del santuario, gli altri compiono le funzioni proprie del loro ordine. Quelli che sono nei gradini più alti della gerarchia liturgica, insieme con i sacerdoti pongono sull’altare divino il sacro pane e il calice di benedizione, dopo che tutta l’assemblea ecclesiale ha innalzato l’inno di lode universale. Il vescovo, ripieno di Dio, lo conclude con una preghiera sacra e annuncia a tutti la santa pace. Mentre tutti si baciano si conclude la mistica lettura delle sacre pagine.

Dopo che il vescovo e i sacerdoti si sono lavati le mani con l’acqua, il vescovo sta al centro dell’altare divino e con lui solo i sacerdoti e i ministri di ordine più elevato. Dopo aver inneggiato ai sacri doni di Dio, consacra i divinissimi misteri e mostra a tutti le realtà che celebra, giacenti sotto i sacri simboli; mostrati i doni dell’azione divina accede egli stesso alla sacra comunione con essi, e invita gli altri. Ricevuta e data la divinissima comunione, si abbandona al santo ringraziamento. E mentre la massa sa solo contemplare devotamente i simboli divini, egli, per lo spirito divinissimo, si innalza in beate e spirituali contemplazioni sulle origini sante dei sacramenti, come si addice alla sua dignità gerarchica nella purezza del suo stato di divina contemplazione…

Come potrebbe attuarsi in noi la divina imitazione altrimenti che con la memoria delle sacre opere di Dio, continuamente rinnovata dalle parole e dalle azioni sacre dei vescovi? Facciamo dunque questo in memoria di lui, come dicono le sacre parole (cf. Lc 22,19). Per questo il divino vescovo, in piedi al centro dell’altare di Dio, inneggia alle opere sacre e divine di Gesù, opere da lui compiute per divinissima provvidenza verso di noi, per la salvezza della nostra stirpe, secondo il beneplacito del Padre sacrosanto nello Spirito Santo, come dicono i sacri eloqui. Conclusa la lode (alle opere di Dio) e immersosi con gli occhi dello spirito nella loro contemplazione veneranda e spirituale, procede alla loro mistica consacrazione secondo l’istituzione divina. Perciò, dopo i sacri inni alle opere divine, con devozione e, come si addice a un vescovo, si scusa per le sacre azioni da lui compiute, che tanto superano la sua dignità e anzitutto eleva a Cristo la pia esclamazione: Tu hai detto: Fate questo in memoria di me! (Lc 22,19). Poi prega di diventar degno di tali sacre azioni in cui si imita Dio e di celebrare i divini misteri a imitazione di Cristo e distribuirli con purezza e anche che i partecipanti vi prendano parte con degna devozione.

Compie allora l’atto più sacro [la consacrazione], e mostra l’oggetto della sua lode per mezzo dei sacrosanti simboli che ha innanzi a sé: il pane era coperto, e lo scopre; era intero e lo divide in molti pezzetti; allo stesso modo distribuisce a tutti il contenuto del calice. Amplia così e distribuisce simbolicamente l’unità portando a termine in loro il sacratissimo sacrificio. Infatti la natura unica, semplice e nascosta di Gesù, Verbo divinissimo, umanandosi come noi, per la sua bontà e il suo amore per gli uomini, procedette nella realtà composta e visibile senza mutazione alcuna e operò, per sua bontà, la nostra comunione e unità con lui, fondendo in sommo grado la nostra bassezza alla sua divinità, affinché anche noi, come membra del corpo, fossimo a lui stretti, alla sua vita immacolata e divina, e non fossimo travolti nella morte dalle passioni rovinose, diventando così inetti, disadatti e incapaci di queste membra sane e divine. Infatti, se aspiriamo alla comunione con lui, dobbiamo contemplare la sua vita divinissima nella carne e, imitando la sua santa impeccabilità, sollevarci a uno stato divino e immacolato. In tal modo egli ci donerà la comunione e la somiglianza a lui, come a noi si addice.

Questi sono i misteri che il vescovo con gli atti liturgici manifesta quando scopre i doni nascosti, ne divide l’unità in molte parti e attraverso l’intima unione dei doni distribuiti con la persona dei riceventi, rende questi ultimi così sommamente partecipi. Egli attraverso queste cerimonie sensibili ci pone davanti agli occhi Gesù Cristo, l’immagine della nostra vita spirituale. Egli dal profondo della sua divinità per amore degli uomini si umanò pienamente come noi, senza mescolanza alcuna e senza dividersi, nell’unità della sua natura scesa nella nostra molteplicità e nella sua molteplice clemenza invitò il genere umano a partecipare dei suoi beni. A condizione, però, che ci uniamo alla sua vita divina, conformandoci ad essa in quanto ci è possibile, rendendoci così pienamente partecipi di Dio e delle realtà divine.

Dopo che il vescovo ha assunto ed elargito agli altri la divina comunione si dedica alla fine, insieme con tutta la sacra assemblea ecclesiale, al santo ringraziamento. La partecipazione precede il far partecipare e l’assunzione dei misteri precede la loro mistica distribuzione: è questo l’ordine universale e mirabile delle realtà divine: che il capo prima partecipi pienamente e gusti i doni che, per volere divino, deve distribuire, e solo dopo li porga agli altri.

Perciò quelli che temerariamente abusano del divino magistero prima di essersene resi degni per la vita e per lo stato, sono da reputare empi e assolutamente estranei ai sacri uffici. Come ai raggi del sole i corpuscoli minutissimi e trasparenti prima si riempiono di splendore irradiato, poi, come piccoli soli, trasmettono agli altri oggetti la luce che da loro trabocca, così nessuno deve osare di guidare gli altri alla luce divina, se in tutto il suo essere non si è reso perfettamente simile a Dio, e se, per ispirazione e decisione divina, non è stato a quel compito di guida dichiarato idoneo.

  Pseudo-Dionigi Areopagita, La gerarchia ecclesiastica, 2,2.12-14

  1. Cibo e bevanda di vita eterna

Quelli che, cadendo nelle insidie loro tese, hanno preso il veleno, ne estinguono il potere mortifero con un altro farmaco. Allo stesso modo, come è entrato nelle viscere dell’uomo il principio esiziale, deve entrarvi anche il principio salutare, affinché si distribuisca in tutte le parti del suo corpo la virtù salvifica. Avendo noi gustato il cibo dissolvitore della nostra natura, ci fu necessario un altro cibo, che riunisce ciò che è dissolto, perché, entrato in noi, questo medicamento di salvezza agisse da antidoto contro la forza distruggitrice presente nel nostro corpo. E cos’è questo cibo? Null’altro che quel Corpo che si rivelò più possente della morte e fu l’inizio della nostra vita. Come un po’ di lievito, secondo quanto dice l’Apostolo (cf. 1Cor 5,5), rende simile a sé tutto l’impasto, così quel Corpo, dotato da Dio dell’immortalità, entrato nel nostro, lo trasforma e lo tramuta tutto in sé. Come, infatti, il principio salutare mescolato al principio mortifero toglie il potere esiziale al miscuglio, così il Corpo immortale una volta dentro colui che lo ha ricevuto, lo tramuta tutto nella propria natura.

Ma non è possibile entrare in un altro corpo, se non unendosi alle sue viscere, se non cioè, come alimento e bevanda: dunque è necessario ricevere la forza vivificante dello Spirito nel modo possibile alla natura. Ora, solo il Corpo, ricettacolo di Dio, ricevette la grazia dell’immortalità, ed è dimostrato che non è possibile per il nostro corpo vivere nell’immortalità, se non partecipandovi per la comunione a quel Corpo. E’ necessario considerare come mai sia possibile che quel Corpo, continuamente distribuito in tutto il mondo a tante migliaia di fedeli, rimanga sempre unico e identico in tutto se stesso, affinché la fede, riguardando ciò che è conseguente non abbia dubbi circa le nozioni proposte, è bene fermare un poco il nostro ragionamento sulla fisiologia del corpo.

Chi non sa che il nostro corpo, per natura sua, ha una vita che non è in sé sussistente, ma, per l’energia che in esso affluisce, si mantiene e resta nell’essere attirando con moto incessante a sé ciò che è estraneo ed espellendo ciò che è superfluo? Un otre pieno di un liquido, se il contenuto esce dal fondo, non può mantenere inalterata la forma e il volume, se dall’alto non entra altro liquido al posto di quello che se ne è andato: perciò chi vede la massa a forma d’otre di questo recipiente, sa che non è propria dell’oggetto che vede, ma che è il liquido che in lui affluisce a dare forma e volume al recipiente. Così anche il nostro corpo, per sua struttura, non ha nulla di proprio, a quanto ci consta, per la propria sussistenza, ma resta nell’essere per una forza che introduce in sé. Questa forza è e si chiama cibo. Essa poi non è identica per tutti i vari corpi che si nutrono, ma per ciascuno è stato stabilito il cibo conveniente da colui che governa la natura. Alcuni animali scavano radici e se ne nutrono, per altri nutrimento è l’erba e per altri ancora, invece, la carne. Per l’uomo, l’alimento principale è il pane, mentre la bevanda, necessaria per mantenere e conservare l’umidità, non è solo la semplice acqua, ma spesso unita al vino, che è di giovamento al nostro calore animale. Chi dunque guarda questi cibi, vede in potenza la massa del nostro corpo. Quando infatti sono in me diventano rispettivamente carne e sangue, perché il potere assimilante muta l’alimento nella forma del nostro corpo.

Esaminato così dettagliatamente tutto ciò, riportiamo il pensiero al nostro argomento. Ci si chiedeva dunque come il corpo di Cristo, che è in lui, possa vivificare la natura di tutti gli uomini che hanno fede, venendo a tutti distribuito e non diminuendo in se stesso. Forse non siamo lontani da una ragione plausibile. Infatti, se la realtà di ogni corpo deriva dall’alimentazione, che consta di cibo e bevanda, e il cibo è pane, la bevanda acqua unita al vino; se poi, come abbiamo detto sopra, il Logos di Dio, che è Dio e Logos, si unì alla natura umana, e venendo nel nostro corpo, non innovò la realtà di tale natura umana, ma diede al suo corpo la possibilità di permanere in vita per mezzo di ciò che è consueto e adatto, dominandone cioè la sussistenza, per mezzo del cibo e della bevanda; se quel cibo era pane; se come in noi – l’abbiamo già detto ripetutamente – chi vede il pane vede in un certo senso il corpo umano, perché il pane in esso entrato in esso si trasforma; così anche nel nostro caso: il corpo ricettacolo di Dio, preso il pane in nutrimento, era in un certo senso lo stesso che il pane, perché il nutrimento, come abbiamo detto, si tramuta nella natura del corpo.

Ciò che è proprio di tutti i corpi umani si verificava anche in quella carne: quel Corpo cioè veniva sostentato dal pane; ma quel Corpo, per l’inabitazione del Logos di Dio, si era trasmutato in dignità divina: giustamente credo, dunque, che anche ora il pane santificato dal Logos (Parola) di Dio si tramuta nel Logos di Dio; anche quel Corpo, infatti, era in potenza pane; fu santificato dall’abitazione del Logos che si attendò nella carne. Come il pane, trasformato in quel Corpo, si mutò in potenza divina, così anche ora diventa la stessa realtà. Allora la grazia del Logos rese santo il corpo la cui sussistenza dipendeva dal pane e in un certo senso era anch’esso pane; allo stesso modo ora il pane, come dice l’Apostolo (cf. 1Tm 4,5), santificato dal Logos di Dio e dalla preghiera, diviene corpo del Logos, non lentamente, come fanno cibo e bevanda, ma immediatamente come disse il Logos stesso: Questo è il mio corpo (Mt 26,26).

Ogni corpo si ciba anche di liquido: senza il suo apporto, infatti, l’elemento terrestre che è in noi, non resterebbe in vita. Come sostentiamo la parte solida del nostro corpo con il cibo solido e duro, così all’elemento liquido del nostro corpo aggiungiamo qualcosa della sua stessa natura. Quando questo liquido è in noi, per la funzione assimilatrice, si tramuta in sangue, soprattutto se dal vino ha ricevuto la forza di mutarsi in calore. Dunque, anche questo elemento accolse nella sua struttura quella carne ricettacolo di Dio, ed è chiaro che il Logos unì se stesso alla caduca natura degli uomini affinché per la partecipazione alla divinità ciò che è umano fosse anch’esso divinizzato; per questo motivo egli, per disegno della sua grazia, per mezzo della carne la cui sussistenza proviene dal pane e dal vino, quasi seminò se stesso in tutti i credenti, unendosi ai loro corpi, affinché per l’unione con ciò che è immortale anche l’uomo diventasse partecipe dell’incorruttibilità. Questo egli dona per la potenza della benedizione che tramuta in ciò la natura degli elementi visibili.

  Gregorio di Nissa, Grande Catechesi, 37 

  1. Accostiamoci a Cristo con fervore

Cristo ci ha dato il suo corpo per saziarci, attirandoci a sé in un’amicizia sempre più grande. Accostiamoci dunque a lui con fervore e ardente carità,per non incorrere nel castigo. Infatti quanto maggiori grazie avremo ricevuto, altrettanto grande sarà la pena se ci mostreremo indegni di tanti benefici.

Anche i magi hanno adorato questo corpo adagiato nel presepe. Uomini pagani che non conoscevano il vero Dio, lasciata la patria e la casa, hanno percorso grandi distanze e sono venuti ad adorarlo pieni di timore e tremore. Imitiamo almeno questi stranieri,noi che siamo cittadini dei cieli. Essi infatti si accostarono con gran tremore a un presepe e a una grotta, senza scorgere nessuna di quelle cose che tu ora puoi vedere; tu invece non ti volgi a un presepe ma a un altare; e non vedi una donna che lo porta, ma un sacerdote che sta in piedi alla sua presenza, e lo Spirito, ricco di ogni fecondità, che si libra sulle offerte. Non vedi semplicemente quello stesso corpo, come lo videro loro, ma hai conosciuto la sua potenza e tutto il suo disegno e non ignori nulla di quanto lui ha fatto, poiché essendo stato iniziato hai appreso diligentemente ogni cosa. Esortiamo quindi noi stessi, con un santo timore, e mostriamo una pietà molto maggiore di quegli stranieri, in modo da non attirare su di noi il fuoco del cielo accostandoci a lui con temerità e sconsideratamente.

Dico questo, non perché non ci avviciniamo a lui, ma perché non ci avviciniamo senza il dovuto timore. Come infatti è pericoloso accostarsi temerariamente, così la mancata partecipazione a questa mistica cena ci conduce alla fame e alla morte. Poiché questa mensa è la forza della nostra anima, la fonte di unità di tutti i nostri pensieri, il motivo della nostra fiducia: è speranza, salvezza, luce, vita. Se ci saremo allontanati con tutto questo dal santo sacrificio, andremo con fiducia verso i suoi atrii santi, come rivestiti di armature d’oro.

Parlo forse di cose future? Fin da quaggiù questo mistero è per te il cielo e la terra. Apri quindi le porte del cielo e guarda; anzi non del cielo, ma del cielo dei cieli, e allora contemplerai quello che è stato detto. Ciò che lì si trova è la più preziosa di tutte le cose e io te la mostrerò, deposta sulla terra. Come nella reggia ciò che riscuote maggior ammirazione non sono i muri e neppure il tetto d’oro, ma il re, seduto sul suo trono, così anche in cielo è la persona del Re.

Ma questo ora ti è possibile vederlo sulla terra; infatti non ti mostro angeli né arcangeli,non cieli né i cieli dei cieli, ma ti offro lo stesso Signore di tutto questo. Vedi come puoi vedere sulla terra ciò che è più prezioso di ogni altra cosa? Non solo lo vedi, ma puoi toccarlo; non soltanto lo tocchi, ma puoi anche mangiarlo;e dopo averlo ricevuto puoi ritornare a casa. Purifica quindi la tua anima, prepara la tua mente ad accogliere tali misteri.

Dalle «Omelie sulla prima lettera ai Corinzi» di san Giovanni Crisostomo, vescovo.

  1. O prezioso e meraviglioso convito!

L’Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi, da uomini, déi. Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull’altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati. Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.
O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commensali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cristo, vero Dio. Che cosa di più sublime di questo sacramento? Nessun sacramento in realtà é più salutare di questo: per sua virtù vengono cancellati i peccati, crescono le buone disposizioni, e la mente viene arricchita di tutti i carismi spirituali. Nella Chiesa l’Eucaristia viene offerta per i vivi e per i morti, perché giovi a tutti, essendo stata istituita per la salvezza di tutti.
Nessuno infine può esprimere la soavità di questo sacramento. Per mezzo di esso si gusta la dolcezza spirituale nella sua stessa fonte e si fa memoria di quella altissima carità, che Cristo ha dimostrato nella sua passione. Egli istituì l’Eucaristia nell’ultima cena, quando, celebrata la Pasqua con i suoi discepoli, stava per passare dal mondo al Padre. L’Eucaristia é il memoriale della passione, il compimento delle figure dell’Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.

Dalle «Opere» di san Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa

(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

[1] Le letture patristiche sono tratte dalla dal CD-Rom “La Bibbia e i Padri della Chiesa”, Ed. Messaggero –Padova, distribuito da Unitelm, 1995.

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