Lectio divina XXX DOMENICA «DEL CIECO DI GERICO» domenica 25 ottobre 2015 – Comunità monastica di Pulsano

862

DOMENICA «DEL CIECO DI GERICO» – XXX DEL TEMPO ORDINARIO B

Marco 10,46-52; Geremia 31,7-9; Salmo 125; Ebrei 5,1-6

Antifona d’Ingresso Sal 104,3b-4

Gioisca il cuore di chi cerca il Signore.

Cercate il Signore e la sua potenza,

cercate sempre il suo volto.

Nell’antifona tratta dal salmo 104 appartenente al genere didattico storico (DSt) il Sapiente divenuto orante esorta i nostri cuori, i cuori l’assemblea dei fedeli, con tre imperativi (gioisca, cercate, cercate) affinché non cessiamo di cercare il Signore che ci attende e diventiamo saldi nella fede. Il Signore poi opera sempre in modo da farsi trovare nella sua Bontà.

Trovarlo è impossibile, ma allora è Lui a trovare quanti Lo cercano.

Noi dobbiamo cercare «il Volto», la Persona del Signore, da cui irraggia la luce vivificante per l’eternità, senza mai stancarci.

Canto all’Evangelo 2 Tm 1,10

Alleluia, alleluia.

Il salvatore nostro Cristo Gesù ha vinto la morte

e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo.

Alleluia.

La frase dell’apostolo orienta la comprensione dell’Evangelo proclamato oggi. Paolo annuncia che Cristo distrusse la morte e con la sua Resurrezione divenne nostro Salvatore, e illumina sempre la nostra vita con la Luce divina che irraggia dal suo Evangelo della grazia.

Con questo racconto Marco conclude la sezione centrale del suo evangelo (8,27-10,52); come la «sezione del pane», che segna una svolta critica nella vicenda di Gesù, terminava con la guarigione di un cieco (8,22-26), così questa sezione si conclude con un miracolo analogo.

Con la Domenica XXX quell’itinerario iniziato a Nazaret sta per terminare, Gerusalemme è ormai prossima, anche gli episodi lungo la via vanno al loro epilogo, prima del grande Evento della Croce e della Resurrezione. E ci si accorge anche che il filo dell’intera trama è sotteso dalla Croce e dalla Resurrezione. Qui risalta il fatto iniziale che con fedeltà abbiamo sempre ripreso, che il Signore dal Padre è battezzato con lo Spirito Santo e consacrato come Profeta per l’annuncio dell’Evangelo, come Re per compiere le opere della Carità del Regno, come Sacerdote per riportare tutti al culto al Padre suo, e come Sposo per acquistarsi la Sposa d’Amore e di Sangue.

Ora, lungo questo Tempo, privilegiato tra tutti gli altri dell’Anno liturgico, la Chiesa seguita a celebrare Cristo, il suo Signore Risorto, mentre è rimandata di necessità a contemplarlo in uno degli episodi della sua Vita tra gli uomini, ossia mentre insegna, o opera, o prega. Questa Domenica il Signore, la Luce del mondo (Gv 8,12) riporta la Luce della fede ad un cieco, e per conseguenza gli dona di nuovo la luce dei poveri occhi spenti.

Il miracolo di Bartimeo, il mendicante cieco di Gerico, è tra le pagine più vivaci e più riuscite di Marco. La guarigione del cieco Bartimeo in superficie è una storia miracolosa, ma è anche, e in un senso più profondo, un dialogo sulla fede. Il cieco Bartimeo mostra di possedere un’intuizione profetica. La scelta del titolo «Figlio di Davide» evoca la discendenza regale di Gesù nonché le tradizioni giudaiche contemporanee su Salomone visto come mago e guaritore. Il mendicante Bartimeo qui chiede ben altro che un po’ di spiccioli («che io veda di nuovo») ed ottiene molto di più di quello che chiede («la tua fede ti ha salvato»). Bartimeo diventa in tal modo un modello di fede in Gesù e tutto fa pensare che egli accetti l’invito di Gesù a diventare suo discepolo.

La pericope dunque mette in risalto ancora una volta l’importanza che Gesù attribuiva alla fede di coloro che ricorrevano a lui per essere guariti dalle loro infermità (5,34; Mt 9,22; Lc 7,50; 8,48; 17,19).

L’episodio è riportato dai tre sinottici, ma i racconti in alcuni particolari non concordano tra loro. Ciò, come sempre, ha dato luogo a numerosi tentativi di conciliazione; ma probabilmente la soluzione più che sul piano storico e geografico, va ricercata in sede di formazione della tradizione sinottica.

Per il contesto si veda quanto detto nella XXIX Dom. Tempo Ord. B.

[ads2]Esaminiamo il brano

46 – «giunsero a Gerico»: percorsa da nord a sud la regione a oriente del Giordano (la Perea), la comitiva attraversa il fiume e per l’antica strada romana si dirige verso Gerusalemme, passando per Gerico.

Sin dai tempi più antichi, la strada da Gerusalemme a Gerico fece parte di un importantissimo itinerario che collegava la pianura costiera a ovest con la valle del Giordano a est, dando notevole importanza strategica alla città di Gerusalemme. In una ventina di Km la strada sale da 260 m sotto il livello del mare a 720 m sopra il livello del mare.

Il nome di questa città è tra i più celebri di tutta la storia biblica, chiamata anche nell’A.T. la “città delle palme” (Gdc 3,13). Vi sono due antiche Gerico: la Gerico dell’ AT (risalente al X millennio a.C), sulla celebre collina di Tell es-Sultan, dove ancora oggi si possono ammirare i resti di remote civiltà risalenti sino all’VIII millennio a.C.

Ai piedi del Tell c’è una ricca sorgente, oggi chiamata pozzo di Eliseo per l’episodio narrato in 2 Re 2,19-22.

La Gerico del N.T. si trova più a sud di Tell es-Sultan, dove il Wadi el-Qilt sbocca nella valle del Giordano. In origine era un forte costruito dagli Asmonei per difendere la strada che saliva a Gerusalemme lungo il Wadi el-Qilt; fu ricostruita in grande stile da Erode il Grande che la predilesse per il suo clima, mentre suo figlio Archelao ne aveva fatto un centro importante, dotandola di tutti gli edifici pubblici propri delle città greco-romane.

«partiva da Gerico»: l’indicazione, con la ripetizione del nome di Gerico a così breve distanza , disturba la fluidità del racconto. Lc 18,35 contro Marco e Matteo scrive: «mentre si avvicinavano a Gerico». La contraddizione da alcuni viene risolta pensando che Marco e Matteo parlino della Gerico antica e Luca di quella più recente. Secondo Lc 18,35 l’episodio di Bartimeo ha avuto luogo mentre Gesù stava entrando in Gerico. Luca colloca poi l’episodio di Zaccheo (Lc 19,1-10) dopo che Gesù è entrato in città e mentre l’attraversava. Matteo segue Marco nel mettere l’episodio fuori della città di Gerico, ma rende la sequenza più scorrevole e presenta la guarigione di due ciechi (vedi Mt 20,29-34).

«Bartimeo»: è un nome aramaico di cui lo stesso evangelista ci anticipa la traduzione greca = il figlio di Timeo. Di solito Marco mette prima il nome aramaico, poi la traduzione greca; la presente è l’unica eccezione a questa regola (Cfr. 5,41; 7,34; ecc.).

Fatta eccezione per Giairo (vedi 5,22), questa è l’unica volta che Marco chiama qualcuno per nome, a parte il nome di Gesù e dei suoi discepoli unitamente a Giovanni Battista ed Erode (Antipa), fino a quando non inizi il racconto della passione. È davvero un’eccezione conoscere il nome del malato guarito negli evangeli; Marco è l’unico a fornirci questo nome, che probabilmente doveva essere conosciuto nell’ambiente della primitiva comunità cristiana. L’articolo ”il” indica inoltre che era noto anche a chi frequentava Gerico. Ma occorre dire anche che uno chiamato «il figlio di Timeo» non è chiamato con un vero nome proprio, forse è talmente in basso nella società da essere «un coso», senza neppure la dignità del suo nome, ormai dimenticato da tutti

Mt 20,29-30 contro Marco e Luca parla di due ciechi. Molti studiosi ritengono che l’indicazione di Matteo sia più esatta, perché più rispondente all’uso orientale che vede i ciechi andare quasi sempre accoppiati. Marco, questa volta in armonia con Luca, ne nominerebbe uno solo perché l’unico conosciuto nell’ambiente per cui scriveva o da chi aveva attinto la notizia per questo suo racconto.

47 – «dire»: il verbo è necessario per indicare che il «gridare» non dipendeva da dolore o da altro sentimento, ma dalla necessità di farsi sentire da Gesù, circondato dalla folla. Una necessità per superare il brusio della folla e lo scalpitìo dei piedi, e far così intendere al Maestro la sua richiesta.

«Figlio di Davide, Gesù»: È l’unica volta che Marco riferisce questo appellativo a Gesù; è un titolo messianico che ben conosciamo ( Cfr. Mt 9,27; 12,23; 15,22; 21,9,15 ). Con la titolatura “Figlio” tre sono le definizioni applicate a Gesù dal N.T. : “Figlio di Dio”, “Figlio dell’uomo” e, appunto, “Figlio di Davide”.

Alla base di quest’ultimo c’è un rimando all’attesa messianica d’Israele che aveva come punto di riferimento l’alleanza tra il Signore e la discendenza davidica, alleanza formulata solennemente nel celebre oracolo del profeta Natan, presentato in 2 Sam 7.

Sulla base di questa promessa il Messia era atteso come discendente del casato di Davide e quindi poteva essere invocato come “Figlio di Davide”.

Per questo negli evangeli si nota la sottolineatura riservata alle origini “davidiche” di Gesù; si pensi alla genealogia che Matteo pone in apertura del suo Evangelo (1,1).

Gesù, però, nei confronti di questo titolo si rivela piuttosto cauto e persino reticente: si legga il passo di Mt 22,41-46 in cui, polemizzando con i farisei, Gesù contesta la formula nel suo tenore immediato.

Il rischio di un’interpretazione messianica politico-nazionalistica era sempre in agguato e Cristo era attento ad allontanare questo rischio.

Egli accetterà che, durante il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, la folla esclami:«Osanna al figlio di Davide» (Mt 21,9); ma subito dopo dimostrerà come egli intendeva quel messianismo davidico salendo su un trono sconcertante, quello della croce.

Tuttavia Bartimeo nella sua condizione misera conserva grande lucidità. è un Ebreo, che attende il promesso Discendente di David, che finalmente abbia pietà del suo popolo e lo riscatti dalla sua abiezione presente. Quando senza vedere sente che sta passando «Gesù il Nazareno», comprende che il Figlio di David è giunto. Forse gli altri non vi pongono mente, ma Bartimeo perdendo la vista ha sviluppato l’udito e la memoria. In sinagoga ha prestato la fine attenzione dei ciechi alle letture della Legge santa e dei Profeti. E dai Profeti, quello grande, Isaia, quando annunciava che sarebbe sorto un Ramoscello dal ceppo abbattuto di Iesse, il padre di David, e un Virgulto, un neser, sarebbe fiorito dalla sua Radice (Is 11,1), e su Lui si sarebbe posato lo Spirito del Signore con i suoi 7 Doni (v. 2), e avrebbe riportato sulla terra le condizioni originali dell’Eden (vv. 3-10), e finalmente verso la Radice di David, che sta come Vessillo innalzato sui popoli, si sarebbero volte le nazioni, e la sua dimora sarebbe stata gloria (v. 10). Ma si sarebbero volti verso il Neser, il Virgulto della Radice, il Discendente di David anzitutto i poveri e pii del popolo santo (v. 11). Ecco uno dei più poveri, questo cieco abbandonato e tuttavia pio e attento, che ha la mente alla divine profezie, e sta attento a chi passa, è riempito all’improvviso di un impulso nuovo nella fede antica, e in Gesù «il Nazareno», dunque il Neser!, con i suoi vivissimi occhi dell’anima, sempre accesi di ardore di fede, individua con tremenda precisione il Figlio di David, e lo invoca come tale, e “gridando” con tutte le sue forze lo supplica di avere misericordia per lui (Mc 10,47). «Gesù, Figlio di David, abbi misericordia di me» è il nucleo di quella che poi sarà la «preghiera continua» o «del cuore» in uso tra gli Ortodossi.

«abbi pietà di me!»: lo stesso Signore pietà o Kyrie eleison che si usa ancora nella liturgia. La «Preghiera di Gesù» ripetuta incessantemente dai contemplativi (Cfr. ” i racconti di un pellegrino russo “).

48 – «lo sgridavano per farlo tacere»: la «molta folla» (v. 46) sembra non sopportare il grido del “bisognoso”; alcuni forse pensano che Gesù non voglia essere importunato, altre volte si è rifiutato di operare miracoli!

Per l’uso del «rimproverare» (epitiman) si veda 1,25; 3,12; 4,39; 8,30.32.33; 9,25; 10,13. Il fatto che Bartimeo non tenga conto dei rimproveri ma gridi ancora più forte è indice della sua profonda fede e fiducia in Gesù.

Bartimeo infatti non si lascia zittire; è il grido dell’ultima speranza, se è il figlio di Davide colui che sta passando. Dal momento in cui ha avuto il coraggio di gridare, ora grida ancora più forte allorché tutti pretendono di chiudergli la bocca.

49-50 – «chiamatelo»: l’insistente e fastidioso gridare del cieco ferma Gesù, che tuttavia non si accosta ma dice di chiamarlo.

Luca scrive invece: «ordinò che glielo conducessero» (18,40).

Gesù mostra dunque la sua autorità costringendo quelli che cercavano di zittire Bartimeo nel v. 48 (forse i suoi stessi discepoli come in 10,13) a fungere da suoi messaggeri.

«chiamano»: il presente indicativo del verbo descrive le varie voci che si levano come se tutti fossero stati sempre in questa benevola disposizione.

Il verbo tharséō è stato usato in Mc 6,50 quando Gesù ha incoraggiato i suoi discepoli spaventati dal vederlo camminare sull’acqua.

«alzati»: egeírō è il verbo che sovente ha la connotazione di risurrezione (Cfr. 1,31; 2,9.11.12; 5,41; 16,6; ecc.).

«gettato via… balzò in piedi»: In due soli versetti (49-50) si contano dieci verbi, per dire l’intensità di movimento che l’evangelista concentra in questa sosta di Gesù nell’incontro con Bartimeo. È un incontro personalizzato, è una «chiamata», alla quale il cieco risponde di scatto.

Questi vividi particolari sono tralasciati da Mt 20,32-33 e da Lc 18,40-41, forse perché considerati «non necessari». Anche se Matteo e Luca riescono a far risaltare meglio la dinamica teologica del racconto, essi perdono un po’ della vivacità che rende la versione marciana della storia di Bartimeo memorabile ed attraente.

«il mantello»: per presentarsi a Gesù il cieco si libera dal mantello, e non si tratta di un particolare trascurabile, richiesto dalla manovra di spostamento che deve compiere, lui che non vede.

Il gesto di liberarsi dal mantello esprime qualcosa di più, se si considera ciò che segue al miracolo, cioè la salvezza e la sequela.

Col mantello gettato via Bartimeo si libera del suo passato; il mantello è come un simbolo di ciò che si è e si ha: rappresenta un patrimonio che può essere dato in pegno (Es 22,25), o può paragonarsi ad una casa che si porta addosso; ma è anche il segno di una condizione di vita o d’una vocazione, come nel caso del mantello del profeta Elia raccolto da Eliseo (2 Re 2,13). A Gesù i soldati «gli misero addosso un mantello di porpora» (Gv 19,2) e, «dopo averlo schernito, lo spogliarono del mantello» (Mt 27,28).

Con ogni probabilità il mantello stava sotto il poveraccio e serviva, tra l’altro, per raccogliere l’obolo; era il segno della mendicità.

Il cieco Bartimeo, dunque, si presenta a Gesù senza il mantello, pronto a parlare ma anche a fare tutto ciò che il Maestro gli dirà.

La sequela comporta necessariamente un lasciare qualcosa; Bartimeo, insieme al mantello, probabilmente ha scaraventato via anche le monete che aveva rastrellato in quel giorno.

51 – «Che vuoi che io ti faccia»: Cfr. 10,36 è la solita grandissima disponibilità ad ascoltare e ad accogliere tutti.

«Rabbunì»: nel testo greco leggiamo il termine originale aramaico «Rabbonì», di cui Marco, contro il suo solito, non fornisce il corrispondente greco.

Titolo dato a persone stimate per scienza e autorità, deriva da Rabbi e significa «mio maestro» o anche «mio grande» ; ma nell’uso non sempre si avvertiva questa sfumatura di ossequiosità. È la medesima acclamazione di Maria Maddalena che riconosce il Signore, il Risorto (Gv 20,16).

«che io riabbia la vista»: è un miracolo degli occhi. Bartimeo era uno dei tanti ciechi, che s’incontravano lungo le strade della Palestina del tempo di Gesù, poiché la cecità era una malattia endemica assai diffusa, in modo speciale nella regione del Mar Morto.

Tuttavia la cecità ha un significato messianico nel senso che in molti testi dell’AT., come del resto nei Vangeli, ridare la vista ai ciechi costituisce un segno del tempo messianico. Gesù stesso, infatti, ai discepoli del Battista che vogliono sapere se è lui il Messia, risponde: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista» (Lc 7,22).

Nel brano di Geremia 31,7 (la lett), che è preso dal cosiddetto «libretto della consolazione» in cui si annuncia il ritorno del popolo a Gerusalemme dall’esilio, il “cieco” è nominato per primo tra quelli che partirono nel pianto e saranno riportati tra le consolazioni.

Anche Is 35,5 indica il ritorno della vista come un segno caratteristico della venuta del Messia, quando dice: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi».

L’episodio giovanneo del cieco nato ci aiuta a capire meglio il significato spirituale della cecità e della vista (Gv 9,1-41).

52 – «la tua fede ti ha salvato»: La formula di Gesù è fondamentale; è come dire: Sulla base della fede tua in un certo senso tu ti sei guarito da solo. Ma la fede è dono divino, è dono trasformante. Accettare la fede e l’azione trasformante, è solo collaborare con Dio.

Qui la guarigione viene effettuata senza nessun comando né contatto fisico (confrontare con 8,22-26). C’è la semplice dichiarazione di Gesù che la fede di Bartimeo l’ha «salvato» – un verbo (sṓizō) che può riferirsi a una guarigione sia fisica che spirituale (ed anche alla «salvezza»). Ricordiamo la stessa dichiarazione di Gesù nell’episodio della donna guarita dall’emorragia in Mc 5,34.

«si mise a seguirlo»: il termine scelto dall’ evangelista (akolouthéō) indica l’azione del seguire sia in senso fisico (Cfr. 3,7; 5,24; 6,1; ecc.) sia in senso spirituale, come per gli apostoli e gli altri discepoli (Cfr. 1,18; 2,14-15; 8,34; ecc.). Qui è difficile dire con sicurezza se, oltre al senso materiale (chiaramente indicato da quel «per la strada», che era poi la via per Gerusalemme), vi si possa vedere anche l’inizio di una sequela spirituale, come farebbero credere l’entusiasmo dell’interessato e il risalto dato dall’ evangelista alla sua guarigione.

Di lui non se ne saprà più nulla, sparisce nel silenzio degli avvenimenti che riguardano Gesù, a Gerusalemme, dove un altro cieco, cieco dalla nascita, di cui Giovanni non ci dice il nome, sarà causa di una aspra polemica tra Gesù e i Giudei.

In sinagoga, quando lo accompagnavano e di certo lo relegavano alla parete di fondo, “il figlio di Timeo” ha ascoltato la Legge santa e i Profeti e pregato i salmi. Ecco dunque un altro discepolo che ha pregato chissà quante volte:

«Poiché presso Te sta la Fonte della Vita,

e nella Luce tua noi vedremo la Luce» (Sal 35,10),

e segue la Luce verso la Vita.

“Nel nostro modo pratico di considerare la preghiera, possiamo imparare da Bartimeo che quando ci volgiamo a Dio con tutto il cuore, egli ci ascolta sempre. In generale, quando ci rendiamo conto che non possiamo più appoggiarci a tutte quelle cose in cui eravamo abituati a confidare, non per questo siamo pronti a rinunciarvi. Vediamo bene che non possiamo più sperare nei mezzi umani. Tendiamo verso qualcosa, ci proponiamo un obiettivo che non potremo mai raggiungere; continuamente frustrati, sperimentiamo il tormento della disperazione, e se ci fermiamo a questo punto, non possiamo che dichiararci sconfitti. Ma se ci volgiamo verso Dio, sapendo che non ci rimane altro che lui, e diciamo: «Ho fiducia in te e metto nelle tue mani la mia anima, il mio corpo e tutta la mia vita», allora la disperazione ci conduce alla fede.”   (A. Bloom).

Re universale ed unico, che superi ogni misericordia,

ti ringrazio con tutto il cuore,

perché non hai rivolto altrove lo sguardo

quando giacevo nella profondità delle tenebre,

ma mi hai toccato con la tua mano divina;

alla sua vista subito mi sono rialzato pieno di gioia,

perché risplendeva più luminosa del sole…

La sentivo e la seguivo, felice,

correvo con tutte le mie forze, di notte e di giorno,

camminavo con coraggio, colmo di ardore,

e camminando a volte mi ritrovavo immobile,

ed era allora che avanzavo più veloce.

O misteri, o ricompense, o corone!

Mentre così correvo nello stadio,

segretamente questa mano mi ha preceduto;

ha toccato la mia testa miserabile

e mi ha donato la corona della vittoria,

o piuttosto è divenuta la mia corona,

e alla sua vista un’indicibile esultanza,

un’indicibile gioia, un’indicibile delizia ho provato!

(Simeone il Nuovo Teologo, Inni, III)

Così preghiamo e incamminiamoci anche noi dietro al Cristo:

II Colletta:

O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati,

che nel tuo Figlio unigenito

ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole

verso coloro che gemono nell’oppressione

e nel pianto,

ascolta il grido della nostra preghiera:

fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui

la tenerezza del tuo amore di Padre

e si mettano in cammino verso di te.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

lunedì 19 ottobre 2015
Abbazia Santa Maria di Pulsano

Articolo precedenteLetture Patristiche di domenica 25 ottobre 2015 – Comunità monastica di Pulsano
Articolo successivoIl Vangelo del Giorno, 23 ottobre 2015 – Lc 12, 54-59